Il Pil mondiale, secondo gli ultimi dati del Fmi, ha subito una contrazione del 4,5% circa, ma i mercati finanziari, altalenanti per buona parte degli ultimi 12 mesi, chiudono con aumenti significativi della valorizzazione delle loro quotazioni. Quanto a lungo potrà durare la sfasatura e cosà avverrà quando la finanza si avvicinerà agli aspetti fondamentali dell’economia reale?

Sta terminando un anno per tutti complesso ed all’insegna dell’incertezza a ragione della pandemia e delle risposte non sempre chiarissime dei governi. Alla fine del 2020 una caratteristica è chiara, anche se trattata poco e raramente sulla stampa italiana: quella chiamata dal Financial Times “The Great Disconnect”, ossia la grande disconnessione o sfasatura tra mercati finanziari ed economia reale.

Il Pil mondiale, secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, ha subito una contrazione del 4,5% circa (quello dell’Italia quasi del 13%, unicamente la Cina, tra le grandi economie, riporta una crescita del 5% circa), ma i mercati finanziari, altalenanti per buona parte degli ultimi 12 mesi, chiudono con aumenti significativi della valorizzazione delle loro quotazioni: negli Stati Unti, il cui Pil si è contratto del 5% circa, l’indice Standard & Poor 500 riporta aumento complessivo di oltre il 14% e il Nasdaq di oltre il 40%.

Sul Financial Times, un esperto di finanza come l’anglo-egiziano, Mohamed El-Erian, presidente del Queens College di Cambridge e capo consigliere economico di Allianz nonché in passato amministratore delegato di Pimpco, si chiede quanto a lungo potrà durare la sfasatura e cosà avverrà quando la finanza si avvicinerà agli aspetti fondamentali dell’economia reale. Dal 1990 – si tenga presente – il valore delle azioni nel mercato degli Stati Uniti è aumentato di ben sei volte, mentre il Pil Usa è raddoppiato.

Sempre sul Financial Times, Kurt Bayer, il quale dopo una carriera accademica in Austria è stato Consigliere d’amministrazione sia della Banca mondiale sia della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ha correttamente ricordato che nel marzo scorso, quando la “prima ondata” della pandemia prendeva forma, si è temuto il tracollo, evitato grazie agli interventi delle autorità monetarie americane, europee e giapponesi. Bayer sottolinea che le banche centrali hanno ancora alcune frecce al loro arco. Ne hanno anche, e di più potenti, le autorità di regolazione, quali la nostra Consob: possono impedire operazioni arrischiate che, in una fase come l’attuale, alcuni operatori sono indotti a fare. Bayer formula anche una proposta che a molti può non piacere: imporre un “adeguamento dei libri contabili” per tutte le imprese quotate in modo che il valore delle attività rispecchi quello “di sostituzione”, ossia il prezzo di mercato.

La disconnessione, o la sfasatura, può avere una logica economica e finanziaria maggiore di quanto appare raffrontando indici dall’inizio alla fine dell’anno. Il 2020 è stata un’annata tormentata caratterizzata da una forte caduta al termine nel primo trimestre e da una ripresa trainata dal web, dall’online e dai farmaceutici. Ciò rispecchia abbastanza bene il cambiamento dei consumi nei Paesi Ocse provocato dalla pandemia e soprattutto le aspettative per il 2021. Non soltanto un nuovo indicatore elaborato dal Premio Nobel Robert Shiller – la cyclical adjusted price earnings ratio (Cape ratio), ossia il rapporto tra prezzi (delle azioni) e guadagni (delle imprese) aggiustati per tener conto del ciclo – spiega in gran misura le tendenze, ma a ragione dei bassi rendimenti delle obbligazioni (dovuti a politiche monetarie accomodanti e a inflazione impercettibile) hanno reso le azioni molto più attraenti delle obbligazioni.

Lo stesso Shiller, però, sottolinea che mediamente la Cape ratio è stata così solo all’inizio degli anni Venti del secolo scorso e nel periodo tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila. Sappiamo quello che è successo nel 1929 e nel 2008. Quindi, attenzione alla fiducia che il mercato si riassetti da solo.

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