Per il 2021 il pontefice ha indetto un anno di riflessione ecclesiale su “Amoris Laetitia”. Ma la sintesi di questo anno che sta per terminare sembra stare nella forza profetica del titolo dell’ultimo libro di Bergoglio: “Ritorniamo a sognare!”. A differenza delle allucinazioni, i sogni veri si sognano insieme

Il 2020 di papa Francesco può essere riassunto in tre parole, il titolo del suo libro, “Ritorniamo a sognare!”, in due vocaboli, “Fratelli tutti”, la sua ultima enciclica, in un messaggio, “fraternità”. Ma tre parole, due vocaboli, un messaggio, hanno bisogno di quattro date per capire come questo anno abbia dato una nuova proiezione al pontificato: si tratta del 27 marzo, del Primo ottobre, del 4 ottobre e del 7 dicembre. Sono questi i giorni che, insieme e più degli altri, segnano questo anno di pontificato impegnato ovviamente su moltissimi fronti e pieno di altri eventi e notizie.

Sono i giorni nei quali Francesco si è rivolto al mondo da una Piazza San Pietro deserta, attraversata sotto la pioggia senza neanche l’ombrello per coprirsi, non ha ricevuto il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America in visita a Roma e in Vaticano, ha firmato l’enciclica “Fratelli tutti” ad Assisi, non dal Vaticano, ed ha annunciato il suo imminente viaggio in Iraq. Questi quattro avvenimenti, compreso l’annuncio iracheno, sono tutti legati da un filo logico conduttore, il filo della fraternità. Dunque cominciamo dal 27 marzo.

Quel giorno Francesco ha diffusa la prima video-enciclica indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà. La prima immagine, la prima sequenza filmica di questa che definisco “video-enciclica” è stata quella del suo ingresso in piazza. Non vi è entrato dalla Basilica. Non è sceso in piazza separato da noi, spettatori assenti. No, costeggiando il colonnato del Bernini Jorge Mario Bergoglio, da solo sotto la pioggia e senza ombrello, ha percorso tutta la piazza per entrarvi dal fondo, come avrebbe fatto ciascuno di noi e così, simbolicamente, ci ha fatto entrare con lui, è entrato con noi. In questo modo Francesco ha mostrato una Chiesa che vive la nostra vita, le nostre sofferenze e viene a parlarne con noi, si fa dialogo, non si pone sul suo piedistallo al di sopra di noi e della storia. “La Chiesa cammina nella storia”.

Erano i giorni della retorica del “siamo in guerra”, e a quella retorica che non poteva unirci, ma sapeva solo dividerci, contrapponendo nella guerra ogni individuo contrapposto a un possibile “untore”, ogni nazione in guerra per sé o per i suoi, ha opposto la narrazione del “siamo tutti sulla stessa barca”. Su questa barca, si è potuto pensare, non ci salverà neanche il biglietto di prima classe se si affondasse, ma solo la solidarietà, capace di evitare il naufragio.

La seconda immagine, la seconda sequenza di questa video-enciclica è stata quella dell’ingresso nell’androne della Basilica, dove l’altare era posto davanti al tappeto di marmo che ricorda l’apertura del Concilio Vaticano II e quindi la sera del discorso di Giovanni XXIII, il discorso della luna, nel quale invitò tutti i presenti, tornando a casa, a dare una carezza ai propri bambini, dicendo “questa è la carezza del papa”. Non sempre si ricorda però che subito dopo Giovanni XXIII soggiunse: “Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino”. Non è questo quel che il 27 marzo ha fatto Francesco?

La benedizione e l’indulgenza plenaria sono la terza immagine, la terza sequenza di questa video-enciclica. Per la prima volta la benedizione e l’indulgenza, per chiunque la desiderasse, non sono state impartite dall’alto, dal balcone delle benedizioni, quello dove i papi si affacciano dopo l’elezione. No, quella benedizione alla città e al mondo e quell’indulgenza plenaria sono state impartite da giù, affacciandosi sempre, ma dall’androne di San Pietro. E la quarta immagine, la quarta sequenza, si basa sulla colonna sonora: mentre il papa benediceva, il rintocco delle campane che accompagnavano quel momento solenne si è accavallato infatti con l’urlo delle sirene delle ambulanze, in transito lì vicino.

Questo momento di rilevanza mondiale ha dato un chiaro segnale controcorrente ad un mondo che tendeva a dividersi, a cercare l’untore, con l’accavallarsi di teorie complottiste che volevano incolpare ora gli Stati Uniti ora la Cina, non vedendo che né l’uno né l’altro potevano essere il mandante segreto: molto più semplicemente, e gravemente, quel mandante era la reciproca sfiducia. Quella sfiducia subentrata tra Oriente e Occidente, tra Cina e Stati Uniti, e che segna la differenza tra l’esito lieto della pandemia sventata grazie alla fiducia e quindi alla collaborazione, quella della Sars a inizio millennio, che cominciò anch’essa in Cina, ma che insieme si riuscì a debellare per tempo. Con il Covid non è stato così, per la sfiducia reciproca. Quella sfiducia ha delle cause gravi, profonde, e la politica poi può soffiarci sopra per fini elettorali, ma almeno senza coinvolgere la fede. In questo modo si creerebbe un muro che potrebbe divaricare irrimediabilmente e ingabbiare milioni di cinesi, non solo cristiani, che tornerebbero ad essere visti come traditori, alleati di potenze nemiche, tentate di nuovo da mire colonizzatrici. E sospingerci inoltre verso scenari bui.

Bergoglio non lo poteva permettere. Trasformare di nuovo i cristiani cinesi (e non solo loro), in agenti del nemico, avrebbe significato rimettere in discussione uno dei capisaldi della visione diplomatica vaticana: la fede non è ancella, e i cristiani cinesi sono cinesi, non nemici del loro Paese. È così che il Vaticano è rimasto un ponte tra due parti importantissime del mondo che si spera possano tornare a capirsi, e la Santa Sede può essere un luogo di comprensione, un facilitatore, non un ostacolo per un dialogo essenziale per la pace futura del mondo. Quando il Segretario di Stato Mike Pompeo ha calcato la mano, per fini interni, chiedendo la Vaticano di annullare l’accordo provvisorio sulla nomina del vescovi cinesi trovato con Pechino pena la perdita della propria “autorità morale” perché Pechino sarebbe la grande potenza che calpesta la libertà di culto (ma Washington- per fare solo un esempio- non ha ottime relazioni con Riad che in materia non si può dire che eccella?), se Bergoglio avesse ceduto sarebbe venuto giù uno sforzo iniziato con Paolo VI, proseguito con Giovanni Paolo II, arrivato all’attuale metodo con Benedetto XVI e compiutosi con Francesco. Pur parlando di contesti diversi, quel primo ottobre può essere paragonato al giorno in cui Giovanni XXIII scrisse a Washington e Mosca per aiutare a fermare la crisi cubana. In Vaticano sanno che anche le gravissime tensioni con Trump e la sua amministrazioni sono screzi al cospetto della questione con Pechino. Quel momento di grave tensione si sarebbe superato, mentre una rottura con Pechino avrebbe richiesto un altro secolo per riavviare il cammino di comprensione tra un Paese dove l’imperatore – oggi segretario generale- si chiamava “figlio del cielo” e un potere spirituale non cinese che riguarda anche cinesi. Può sembrare poco, è l’inizio di una rivoluzione. Questa rivoluzione, cinese, porta anche la Cina e i suoi miliardi di abitanti dentro un’altra rivoluzione, quella della fraternità.
La fraternità con Francesco ci dice che “il futuro non è monocromatico” e dal punto di vista cristiano fonda questa certezza nella parabola del Buon Samaritano. Avversata nel suo significato evidente da tutti gli identitaristi, la fratellanza del Buon Samaritano ci rispetta nelle nostre diversità, richiedendoci quindi di riconoscerci uguali proprio perché diversi. Il quattro ottobre, festa di San Francesco, l’enciclica è stata divulgata ed è stato subito chiaro che si ricollega all’altra enciclica di Bergoglio, “Laudato si’”, perché questa fraternità è cosmica. Lo sguardo cosmico di Francesco unisce nella fraternità tutto il creato cogliendo la crisi nei rapporti tra uomo e natura che se non affrontata produrrà solo nuove e peggiori guerre perché le risorse energetiche non bastano e sono il cuore di ogni contesa. I dominionisti, cioè quelli che invocano il dominio dell’uomo sulla natura, facciano pace con i dati relativi al fabbisogno energetico globale.

Questa contesa basata sul primato consumista si copre con i nuovi nazionalismi e i nuovi imperialismi, che come sempre in passato anche oggi cercano una presunta “alleanza con Dio”. È la sfida populista, alla quale Francesco contrappone la fraternità, tra persone, tra popoli e tra uomini e natura. Illusioni?

La sfida populista nasce dal rifiuto di una politica che non ha saputo governare le sfide globali, creando un universalismo che in nome di interessi elitari e dell’egemonia finanziaria ha tentato di cancellare le diversità: le stesse città si riempiono di non-luoghi (avamposti dell’ascesa globalizzazione reale penetrati in ogni realtà) sempre uguali e padroni dello svago, della spesa e del tempo libero, lasciando alle città locali miseria, droga, degrado. A questa contrapposizione paurosa tra un universalismo irriguardoso e un localismo “identitarista”, che ci vuole in urto con ogni “altro”, Francesco e la sua enciclica contrappongono la fraternità dei diversi, che sanno rispettare le peculiarità dell’altro ma facendone una ricchezza, da valorizzare nella comprensione e nel lavoro comune. In termini di politica internazionale questo significa la riproposizione del multilateralismo.

Tutto questo ha il sapore di una nuova proposta culturale offerta soprattutto al cosiddetto Occidente, ficcatosi in un labirinto. Finita l’epoca dello scontro est-ovest con quella che è stata la vittoria della libertà non è finita la storia, questa illusione ha messo in crisi la stessa libertà e per andare avanti e riscoprire sia libertà sia l’egualitarismo tradito c’è solo la fraternità, la visione che offre una speranza di futuro comune nel tempo dell’incomprensione nord-sud. Ma tutto questo viene da una nuova consapevolezza evangelica, quella che ispira l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, sulla quale ha infatti indetto per il 2021 un anno di riflessione ecclesiale. Famosa per un nuovo approccio nei confronti dei cosiddetti irregolari, questa esortazione apostolica ha offerto un metodo davvero evangelico: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino”.

Uno dei luoghi dove si determinerà il sentiero della storia imminente è uno dei luoghi più antichi del mondo, la Mesopotamia. Quella terra che Alessandro Magno trasformò nel limes tra mondo mediterraneo e mondo persiano torna ad essere decisiva per tutto l’area euroasiatica. Ed è lì, ponendo termine alla sosta da Covid, che il papa della fraternità si recherà a marzo. Quando sarà nella città di Abramo, a Ur, i tre monoteismi e tutti i figli di “libertà, uguaglianza, fraternità” saranno chiamati a una scelta che non riguarda solo il futuro dell’Iraq devastato dal 1990. Sarà come tornare alle origini comuni della convivialità, una proposta (politica) capace di sfidare davvero, a differenza della prospettiva indicata da Macron, terrorismo apocalittico e strumentalismo iperrealista.

Così la sintesi del 2020 di Francesco, vescovo di Roma, sembra stare nella forza profetica del titolo del suo ultimo libro, uscito in questo dicembre: “Ritorniamo a sognare!”. A differenza delle allucinazioni, i sogni veri si sognano insieme. Sono stati il motore del mondo da tempi che non sappiamo definire temporalmente: l’iper-realismo che vuole convincerci che siano solo sogni è l’allucinazione che potrebbe sconfiggerci.

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