Solo i fatti ci diranno se la task-force nascerà e funzionerà. Ma senza una apposita struttura di dimensioni e qualità adeguate l’Italia non sarà in grado spendere i 209 miliardi Ue. Il commento di Pietro Paganini e Raffaele Morelli

Il potere non è il fine della politica, semmai, in una concezione liberale, è uno degli strumenti per realizzare le aspettative e i bisogni dei cittadini. Per quelli, troppi, come Matteo Renzi, il potere è il fine. La sua proposta di cambiamento, tra cui il ricorso grezzo ad argomenti liberali (ignorandone il metodo), è stata lo strumento. Questo assunto è dimostrato, ancora una volta, dai fatti.

Renzi minaccia il governo di cui fa parte parte. Nel suo discorso in Parlamento ha sfruttato la dichiarazione di voto sulla riforma Mes per attaccare il suo stesso esecutivo: solleva obiezioni sull’idea di fare una Fondazione dei Servizi Segreti (effettivamente un progetto balzano); critica le procedure per l’approvazione del bilancio; lamenta per la gestione del Recovery Plan; esalta i fasti del suo governo.

Pane per i media che subito invocano un governo di unità nazionale (senza nuove elezioni) con cui i loro editori (e gli stessi giornalisti) possono tornare a contare. È dal primo governo Conte che quotidianamente lo sperano e lo auspicano; ma i fatti li hanno sempre sconfessati. Altrettanta potrebbe essere la delusione se non nascesse un governo Draghi e si tornasse dalle urne con un esecutivo di destra (non di potere).

La task-force è il pretesto per minacciare il governo e difendere i vecchi poteri consociativi delle grandi burocrazie del Deep State.

Renzi non vuole perseguire politiche che meglio rappresentino le aspettative dei cittadini. Al contrario, vuole difendere gli interessi delle burocrazie a cui si è votato per tutelare il suo (ormai scarso) potere.

I burocrati non sono al servizio dei cittadini, ma di gruppi ristretti di interesse, i cui obiettivi configgono con quelli di tutti noi. La norma, cioè il governo della legge, non viene usato per far meglio convivere i cittadini, ma per privilegiare alcuni rispetto ad altri.

La scelta di affidare la gestione dei 209 miliardi ad una task-force è opinabile, soprattutto quando ancora non si hanno maggiori informazioni sui meriti dei partecipanti e le dinamiche di funzionamento (le esperienza passate stimolano le reticenze ma inibiscono le alternative).

Ma gli argomenti usati da Renzi e dai media sono senza fondamento:

(i) nel progetto presentato da Conte non c’è scritto che la task-force sostituirà il governo;
(ii) la task-force sarà valutata dal Parlamento. Il paragone tra i 300 parlamentari tagliati (riforma votata dal Parlamento ed approvata dal 70% degli italiani) e i 300 consulenti non c’entra quindi nulla.
(iii) i manager della task-force non godranno di poteri sostitutivi del governo. Piuttosto, l’intervento della task-force serve per garantire che quanto stabilito dal governo possa essere realizzato.

Messe insieme queste tre invenzioni fanno intravedere scenari inquietanti dal punto di vista dei principi e dei rapporti politico e istituzionali:

(i) il rapporto del governo con l’opposizione. Deve esserci, perché il confronto e la discussione sono l’anima della democrazia rappresentativa. Ma tale rapporto non deve confondersi, e a Renzi spesso capita, con il consociativismo, in cui ogni parte, inclusa l’opposizione, deve ottenere qualcosa (magari qualche manager ed una quota della schiera di funzionari). Perché ascoltare non implica l’obbligo di condividere. Il parlamentarismo non può e non deve essere una ripartizione di incarichi (che confonde il giudizio elettorale);

(ii) il rapporto tra la task-force e la struttura burocratica. Le alte burocrazie ministeriali sono frustrate perché, di fatto, temono di perdere il controllo e la gestione del Recovery Plan.

Il governo vorrebbe evitare che la storia si ripeta affidando i fondi alle burocrazie ministeriali. Il Recovery Plan è un’occasione unica e irripetibile. Non va sprecata. Il rischio che anche la task-force fallisca l’occasione è alto – vista la cultura del Paese – ma il suo impiego rappresenta almeno una presa di coscienza e un segnale di cambiamento.

Il richiamo ai principi del parlamentarismo e l’urgenza di un piano di progetti concreti per l’utilizzo dei fondi europei, è doveroso, purché sia il fine e non lo strumento per il potere.

Non vanno mischiati i ruoli, né dei politici né dei funzionari. I Parlamentari votano gli indirizzi, non governano. I funzionari eseguono i compiti avuti dal governo, non agiscono in proprio. Insomma, il cambio di mentalità oggi impone di smettere di volere a tutti i costi l’unità (la vita pullula di diversità); e di riportare le burocrazie pubbliche al loro ruolo di servitori dei cittadini.

Solo i fatti ci diranno se la task-force nascerà e funzionerà. Ma senza una apposita struttura di dimensioni e qualità adeguate, l’Italia non sarà in grado spendere i 209 miliardi Ue. Per farlo occorre una capacità che l’esperienza dimostra non essere abitudine delle strutture. Da anni non viene utilizzata una alta quota dei fondi avuti dall’Ue; con grave leggerezza si assegnano imponenti concessioni e non si vigila abbastanza sulla sicurezza dei manufatti (che in giro crollano). Insomma, i 209 miliardi sono un ricostituente che richiede una nostra partecipazione attiva.

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