Oltre mezzo milione di uiguri costretto dalle autorità cinesi a lavorare il cotone nei campi dello Xinjiang, regione fondamentale per la Via della Seta. Intanto, in Danimarca si dimette un manager Huawei, dopo le accuse all’azienda di usare il riconoscimento facciale per scovare le minoranze

Più di mezzo milione di uiguri e di persone di altre minoranze etniche sono stati costretti ai lavori forzati nelle piantagioni di cotone dello Xinjiang, regione nord-occidentale cinese fondamentale snodo della Via della Seta vista la sua posizione geografica.

È quanto risulta da un rapporto pubblicato dal Center for Global Policy, in cui l’autore, il professor Adrian Zenz, rivela l’esistenza di prove significative di “violazioni dei diritti umani”, con sospette pratiche di lavoro forzato ai danni degli uiguri e di altre minoranze musulmane turche. La regione dello Xinjiang produce più del 20% del cotone mondiale e l’84% per cento di quello cinese. Come ricorda l’Agenzia Nova, le rivelazioni arrivano dopo che la Corte penale internazionale ha affermato di non avere la giurisdizione per indagare sulle accuse di crimini contro l’umanità e genocidio nello Xinjiang non avendo mai la Cina (che rifiuta gli osservatori internazionali nella regione) aderito a questo tribunale.

Pochi giorni fa l’amministrazione statunitense di Donald Trump aveva annunciato la decisione di bloccare l’importazione di cotone e prodotti lavorati da una potente organizzazione paramilitare cinese dello Xinjiang.

Il professor Zenz ha analizzato i documenti del governo e i resoconti dei media cinesi arrivano alla conclusione che che probabilmente le autorità hanno usato presunti “programmi di trasferimento di manodopera” coercitivi per portare centinaia di migliaia di persone a raccogliere il cotone. Si presume che il programma cinese di trasferimento di manodopera faccia parte della massiccia campagna del governo per alleviare la povertà, ma sempre più sono le prove che indicano che sia pensata per gli uiguri e le altre minoranze musulmane nello Xinjiang. I “lavoratori” trasferiti vengono spesso mandati lontano da casa, costretti a vivere in loco nelle fabbriche e sottoposti a formazione ideologica, come hanno raccontato Le Iene con la testimonianza di un’ex prigioniera, una dei tanti uiguri che, come denunciato da Amnesty International, vengono ancora minacciati dalle autorità dopo aver lasciato i campi e trovato rifugio all’estero.

La questione uigura è tema di dibattito anche in Occidente. Un tema che si è riacceso dopo le recenti rivelazioni del Washington Post secondo cui Huawei avrebbe messo a punto un software per il riconoscimento facciale specializzato nell’identificazione dei tratti somatici tipici della minoranza islamica. Accuse respinte dell’azienda. Ma il terremoto c’è stato. Prima il calciatore francese Antoine Griezmann ha annunciato di avere posto un “termine immediato alla partnership con Huawei”, spiegando di avere “forti sospetti” su un ruolo del colosso cinese delle telecomunicazioni sulla sorveglianza digitale e quindi sulla persecuzione degli uiguri, la minoranza musulmana. Più recentemente un manager del ramo danese del gruppo si è dimesso: si tratta di Tommy Zwicky, vicepresidente di Huawei Denmark, che in un post su Twitter (poi cancellato ma ripreso dai media locali) si è trincerato dietro un no comment sulla questione uigura spiegando che è “il motivo per cui mi sono dimesso”.

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