La sentenza di una corte di Shanghai contro la donna è di quattro anni di carcere. Su Wechat, Twitter e YouTube aveva documentato l’inizio della pandemia Covid-19 a Wuhan. Ma non è l’unica professionista dell’informazione nel mirino di Pechino…

La giornalista indipendente Zhang Zhan è stata condannata oggi a Shanghai a quattro anni di carcere. La colpa: avere reso noti i dati sull’inizio della pandemia Covid-19 nella città di Wuhan a gennaio 2020.

Secondo il sito South China Morning Post, una sentenza della corte di Shanghai ha dichiarato colpevole la donna per “aver fomentato dispute e provocato problemi”. Il reato prevede una pena fino a cinque anni di carcere.

Zhang avrebbe partecipato al processo su una sedia a rotelle, perché le sue condizioni di salute sono peggiorate, secondo le dichiarazioni dell’avvocato Zhang Keke. La giornalista, originaria di Shanghai, era arrivata a Wuhan a febbraio e ha diffuso informazioni sulla situazione attraverso i social network. È stata arresta a maggio e dopo un mese si è dichiarata in sciopero della fame per protestare contro la detenzione. Una volta conosciuta la sentenza, ha deciso di non ricorrere all’appello.

Per più di tre mesi, Zhang documentò la quotidianità durante il lockdown a Wuhan e le difficoltà che dovevano affrontare i residenti, tra ospedali pieni e negozi vuoti. I suoi reportage erano arricchiti con foto e video su Wechat, Twitter e YouTube, gli ultimi due censurati in Cina.

Poi, improvvisamente, è calato il silenzio a metà maggio. Zhang era stata arrestata e trasferita a Shanghai. Da quanto si legge sulla Cnn, le autorità cinesi l’hanno accusata di pubblicare grandi quantità di informazioni false e di avere rilasciato interviste per media stranieri, come Radio Free Asia e Epoch Times, per agitare con malizia la situazione dell’epidemia Covid-19 a Wuhan.

Zhang è la prima giornalista indipendente condannata per avere fatto informazione sul virus. Ma questa non è la prima volta che viene arrestata. Nel 2019 era stata fermata per avere “provocato problemi”, anche se le autorità non avevano spiegato perché e come.

A febbraio, Chen Qiushi è scomparso dopo avere trasmesso un video sul confinamento a Wuhan e la situazione del virus in Cina. A settembre si è saputo che era sotto sorveglianza dello Stato. I giornalisti Li Zehua e Fang Bin, anche loro impegnati nella copertura della pandemia, sono stati arrestati.

A marzo, Pechino ha deciso di rimuovere il permesso di lavoro ai corrispondenti del The New York Times, The Washington Post e The Wall Street Journal, in quello che si definisce l’azione più forte contro la stampa straniera in Cina.

Per l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders, “con la scusa di lottare contro il nuovo coronavirus, le autorità cinesi hanno intensificato la repressione contro i report indipendenti, lo scambio di informazioni e i commenti critici verso il governo”.

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