Abbiamo una responsabilità enorme verso le prossime generazioni che dovranno sostenere i costi del debito che stiamo avallando oggi. Non possiamo sbagliare. È urgente impostare una strategia economica di lungo periodo che valorizzi i due fattori che ci stanno tenendo in piedi: la manifattura e l’export, che hanno reagito meglio del previsto alla crisi. Le previsioni per il nuovo anno di Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager

L’isteresi, in economia, è un termine che spiega come mai alcuni eventi continuino a produrre i loro effetti nonostante se ne sia rimossa la causa. Penso al 2021 con la speranza che una vaccinazione di massa rimuova la causa della crisi attuale. Se la scienza vincerà il virus, se saremo bravi (tutti) a organizzare la macchina delle vaccinazioni, sarà forse possibile allontanare questo nemico che ha drammaticamente segnato le nostre vite. L’economia, però, ci insegna che non basterà. È abbastanza chiaro, anche ai più ottimisti come me, che la reazione a “V”, ovvero il rimbalzo della curva verso un rapido orizzonte di crescita dopo la caduta, non è percorribile. Piuttosto, avremo a lungo a che fare con gli effetti della crisi prodotta dalla pandemia e molto dipenderà dalla strategia che seguiremo.

Vediamo prima alcuni dati. Dopo il crollo di oltre 10 punti del Pil, ci si aspetta che nel 2021 l’Italia segni un +5,2%. Esattamente la crescita che il Fondo monetario internazionale stima in media a livello globale.
Andranno meglio alcuni Paesi, Germania e Cina ad esempio, ma nessuno potrà nemmeno avvicinarsi alle performance pre-crisi. Isteresi, appunto. Stessi trend riguardano indicatori importanti: occupazione, equità sociale e ricchezza pro capite, spesa pubblica, competitività.

Si dirà, questa non è certo la prima crisi economica globale che attraversiamo, ma certamente è la prima crisi dell’ordine globalizzato. Le frontiere saranno forse meno serrate nel 2021, riusciremo a garantire traffici di merci e recuperare la mobilità delle persone: tuttavia, sarà impossibile ristabilire le catene globali del valore su cui è stata basata finora la nostra produzione.

Ci sono due elementi che vanno presi in considerazione se vogliamo parlare di futuro.
Diversamente dalle crisi passate, il crollo economico non è semplicemente globalizzato, è anche universale. Mi riferisco al fatto che occorrerà ripensare in modo profondamente diverso i meccanismi su cui era costruito. Diversamente dalle crisi passate, infatti, non sono unicamente l’industria, la manifattura, le costruzioni a pagare il prezzo più alto. Tutti i settori di attività sono colpiti. Il terziario forse più di altri.

In secondo luogo, a questa crisi stiamo reagendo con un’iniezione di risorse economiche di entità straordinaria. Pensiamo soltanto a quello che l’Europa sta impegnando per i prossimi anni, pensiamo ai 209 miliardi di euro in cinque anni che l’Italia potrà gestire. Non si è mai contratto così tanto debito pubblico, nemmeno quando si usciva da una guerra mondiale, quando il piano Marshall valeva poco più di 14 miliardi di dollari.

Abbiamo una responsabilità enorme verso le prossime generazioni che dovranno sostenere i costi del debito che stiamo avallando oggi. Non possiamo sbagliare. Io che rappresento il management dell’industria e servizi devo ricordare che è urgente impostare una strategia economica di lungo periodo che valorizzi i due fattori che ci stanno tenendo in piedi: la manifattura e l’export, che hanno reagito meglio del previsto alla crisi.

Infine, voglio indicare tre priorità. Primo, dobbiamo investire in innovazione. L’innovazione riguarda non solo le tecnologie e i nuovi strumenti digitali, ma anche i processi, i modelli di business, quelli organizzativi e, non da ultimo, l’intera pubblica amministrazione.

Al secondo posto, dobbiamo occuparci della questione ambientale in modo serio. L’Europa è leader nel campo della sostenibilità e può trainare, con coraggio, anche gli altri Paesi verso una transizione verde dell’industria, verso un utilizzo consapevole delle fonti energetiche, verso una finanza che premia gli investimenti sostenibili.

Infine, dobbiamo avviare un progetto di rapida riconversione delle competenze delle persone. Riconosciamo che tutto sta mutando molto rapidamente e noi manager dobbiamo favorire formazione continua e nuove professionalità per stare sul mercato. Spetta al mondo dell’impresa investire nel capitale umano; allo Stato, garantire un’istruzione di qualità e moderna. Mi auguro pertanto che il 2021 inizi nel modo migliore, con il ritorno dei nostri ragazzi nelle aule scolastiche.

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