Probabilmente quando Lorenzo Casini ha scritto il suo “Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali” (Mondadori Università, 2020) nessuno poteva immaginare il punto a cui siamo arrivati oggi. Piattaforme di condivisione di contenuti come Facebook e Twitter che da strumenti e piazze virtuali per le campagne elettorali diventavano “censori” del Presidente degli Stati Uniti che ha concluso la sua esperienza alla Casa Bianca nel modo peggiore possibile.
Sono giorni che rifletto su questi temi e il libro di Casini è utile per comprendere le forme in cui le tecnologie stanno influenzando le istituzioni pubbliche e il loro funzionamento, con particolare riguardo a quel modello di Stato contemporaneo e democratico che si è affermato nel XX secolo. Lorenzo Casini è professore ordinario di diritto amministrativo nella Scuola IMT Alti Studi di Lucca, dove insegna Global Law e Cultural Heritage and Law. Co-Presidente della International Society of Public Law (ICON-S), è coordinatore dell’area didattico-scientifica «Diritto» nella Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA). Dal settembre 2019 è capo di gabinetto del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. Tra i suoi ultimi libri, Potere globale. Regole e decisioni oltre gli Stati (Il Mulino, 2018) e Comparative regional integration: governance and legal models (con Carlos Closa, Cambridge University Press, 2016).

Partiamo dal titolo del libro. Come deve agire oggi lo Stato nell’era di Google? Quali sono le frontiere e le sfide globali?

L’era di Google è quella in cui campeggiano la rivoluzione tecnologica e l’accelerazione del processo di globalizzazione. Queste sono le due principali sfide globali, che ne producono a loro volta molte altre. È un’era in cui il rapporto tra verità e democrazia si è profondamente complicato; la falsificazione è all’ordine del giorno; la riservatezza e la protezione dei dati personali sempre più a rischio; nascono valute elettroniche alternative a quelle nazionali. Anche le frontiere globali sono numerose, in un periodo in cui purtroppo aumentano le frontiere “fisiche”, con barriere e muri. Vi sono le frontiere dei confini tra gli Stati che ancora limitano il movimento di miliardi di persone; vi è la diversa diffusione delle tecnologie; vi è ancora forte la presenza di steccati culturali, religiosi e disciplinari. In questo contesto, lo Stato resta ancora oggi il protagonista, ma la prospettiva cambia in base al tipo di Stato che consideriamo. Lo Stato autoritario si rafforza con le tecnologie e, per certi versi, anche grazie alla globalizzazione. Lo Stato democratico può invece essere anche destabilizzato da questi fenomeni. E i giganti della tecnologia sono multinazionali private. Nessuno Stato è solo – scriveva Norberto Bobbio – e quindi nessuno Stato può farcela in solitudine: la risposta a queste sfide non può che essere frutto di cooperazione.

I social prima sono stati idolatrati come lo strumento che permetteva al numero maggiore di persone di poter seguire e appoggiare un leader e dallo scandalo Cambridge Analytica sono emersi sempre di più i buchi neri….

Lo scandalo di Cambridge Analytica nel 2016 e l’indagine che ne è seguita – incluse le numerose audizioni di fronte al Senato degli Stati Uniti – sono stati uno spartiacque e da lì molte cose sono migliorate. Lo racconta bene Barack Obama nel suo ultimo libro, descrivendo prima l’entusiasmo per la esplosione dei social network e la partecipazione popolare alla sua campagna del 2008 (“I was glimpsing the future”), poi i pericoli esplosi nel decennio successivo, con il rischio che la “malleabilità” di queste tecnologie possa produrre divisioni e disunioni. Dopo lo scandalo, vi sono stati comunque progressi: le policy sono state rafforzate e rese più stringenti, soprattutto in materia di “harmful contents”. La gestione dei dati personali è in parte più trasparente, almeno in Europa grazie al GDPR, ma restano problemi enormi, perché la soluzione del consenso informato è troppo debole: chi è che davvero legge tutti i termini e le condizioni del servizio? E poi si tratta sempre di imprese private, che non hanno una vera responsabilità editoriale, ma comunque traggono profitto dai nostri dati. E gli algoritmi predittivi che usano sono in ogni caso collegati anche agli introiti pubblicitari: sono alcuni degli aspetti che hanno portato alcuni studiosi, come la Zuboff, a parlare di un “capitalismo di sorveglianza”.

Nel libro parli dei condizionamenti che il digitale ha apportato nell’organizzazione e nelle attività istituzionali. Quali sono? Si può correggere il sistema rendendolo più trasparente? Come?

Sono moltissime oramai le forme di condizionamento “digitale” dello Stato. Riguardano tutte le sue funzioni. Quella legislativa e deliberativa, per esempio tramite piattaforme di consultazione. Quella giudiziaria, con la diffusione di software usati anche per il calcolo della pena nei casi di recidiva. Quella esecutiva, con il ricorso ad algoritmi per adottare decisioni in procedure amministrative (in Italia abbiamo avuto il caso dell’assegnazione degli insegnanti alle sedi di servizio). Se parliamo di algoritmi e intelligenza artificiale, allora la trasparenza non è mai facile da assicurare, anche perché si aggiungono i temi della proprietà intellettuale. Se è lo Stato a usare questi strumenti, va sempre garantito ai cittadini il diritto di conoscere il perché delle decisioni: il che vuol dire anche il diritto di sapere perché e come è stato costruito un algoritmo, per esempio.

L’utilizzo dei big data potrà migliorare le prestazioni e i servizi che lo Stato offre ai cittadini?

Sì, certamente. Ma solamente se è davvero lo Stato a gestirli e se i big data sono raccolti con l’intento di migliorare i servizi. Qualcuno ha parlato di “dittatura dei dati”, altri di “religione dei dati”. Il punto è che né i cittadini, né lo Stato apparato hanno forse davvero compreso il valore, anche economico, che i big data hanno e possono avere. Mentre le G-techs questo lo hanno capito subito.

I big data hanno avuto un ruolo importante in paesi come la Corea del Sud nel  gestire la pandemia. Perché in Occidente non ha funzionato?  Si dice che in Europa non si sarebbe mai permesso un tracciamento così totalizzante e forzato ma al contempo si permette la privazione delle libertà individuali e intere categorie sono costrette a non lavorare per mesi e a vivere nell’incertezza. Che ne pensi?

È un punto centrale. Il rapporto tra autorità e libertà è sempre stato tra i più difficili da costruire senza squilibri, anche solo parziali. La scelta dei Paesi europei, peraltro condivisa in sede UE, è stata comprensibile e direi condivisibile. Certo, fa sorridere pensare ai timori che si sono avuti su Immuni, quando le imprese che gestiscono i social posseggono già un numero assai maggiore di quelle stesse nostre informazioni. Ad ogni modo, non metterei sullo stesso piano misure generalizzate di profilassi internazionale, che per esempio limitano la circolazione per contenere una pandemia, con un controllo capillare e individuale dei singoli cittadini tramite il proprio telefono.

Trump e la chiusura da parte di Twitter del suo account hanno aperto un ampio dibattito su censura e  social. Ha senso immaginare la nascita di Autority indipendenti nei vari paesi coordinate a livello globale che hanno la responsabilità di decidere quali contenuti e quali personaggi vanno cancellati? È qualcosa che si può delegare solo ai gestori privati delle piattaforme?

La vicenda di Donald Trump mostra bene l’evoluzione dei social network e le loro ambiguità. Il recente intervento di Facebook, Twitter, Youtube, SnapChat e Google per togliere al Presidente degli Stati Uniti uscente la possibilità di proseguire a incitare alla violenza va considerato sotto almeno due profili. Il primo è quello strettamente formale, legato ai termini di uso delle piattaforme e alle loro policy. Sono soggetti privati con proprie regole, che noi accettiamo – senza leggerle… – quando ci registriamo per usare i loro servizi. Se queste regole non si rispettano, scattano accorgimenti (come i filtri o gli avvisi su alcuni tweet) o anche sanzioni. Le regole includono il divieto di incitare alla violenza o di discriminare, per esempio. Allora la domanda non è perché i social hanno bloccato Trump? Ma semmai dovremmo chiederci: perché hanno aspettato così tanto a intervenire?
La risposta a questa domanda introduce il secondo profilo, ossia che i social network oggi sono in mano a compagnie che pesano anche più degli Stati – Facebook ha addirittura lanciato il progetto Libra per avere una propria “moneta” – ma che restano aziende private. Il potere che hanno è enorme, come riconoscono esse stesse. Soprattutto, oramai sono fattore decisivo nel processo di diffusione delle notizie e di formazione dell’opinione pubblica. E, come osservò bene Dicey oltre un secolo fa, è l’opinione pubblica che poi condiziona le leggi.
Se ammettiamo che la disinformazione e le fake news sono tra i principali mali che affliggono lo Stato democratico, insieme con il disinvestimento in educazione, allora tutto questo non può essere gestito solo da aziende private. Occorre una collaborazione tra Governi e imprese. Qualcosa di simile a quanto avvenne nello sport per combattere il doping alla fine degli anni Novanta del XX secolo: il movimento olimpico e le istituzioni sportive non riuscivano più da sole a contrastare il fenomeno e gli Stati giunsero in aiuto, dando vita al Programma mondiale anti-doping e all’Agenzia mondiale anti-doping, la WADA. Non è escluso che si arrivi presto a soluzioni analoghe, almeno per temi così importanti come la disinformazione e la protezione dei dati personali (su cui infatti l’Unione europea si è già mossa da tempo).

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