La strategia di Pechino è chiara: vasti accordi di libero scambio tutti incentrati sulla Cina per sgretolare il sistema di regole e di giurisdizione mondiale che le sta stretto perché imperniato su principi universali per regolare in modo trasparente i rapporti tra gli Stati membri. Il commento di Giuseppe Pennisi

C’è stata poca, anzi pochissima, attenzione alle implicazioni dell’accordo Cina-Unione Europea (Ue) sul commercio e gli investimenti, quasi declassato ad “un’intesa tecnica” per contenere la “pirateria” di innovazioni tecnologiche, specialmente di processo, da parte di quello che fu il Celeste Impero.

È stato, correttamente, lamentato, anche su questa testata, che l’accordo non prevedeva misure a difesa dei diritti umani, dello stato di diritto e delle condizioni di lavoro. A riguardo, si sono levate voci dal Parlamento Europeo ma non sembra che siano state ascoltate, come indica la brutale repressione il 6 gennaio a Hong Kong a cui l’Ue ha risposto con un flebile comunicato da parte del portavoce della Commissione.

Non si è, però, sottolineato come alla vigilia dell’ingresso alla Casa Bianca di un nuovo presidente che pare intenzionato a rilanciare i principi di base dell’azione multilaterale nel commercio internazionale (non discriminazione e reciprocità), l’accordo sia una trappola cinese per minare questa strategia ed indebolire ulteriormente l’Organizzazione Mondiale del Commercio, World Trade Organization (Wto), il suo codice di regole e la sua funzione giurisdizionale.

Giustamente, Noah Barkin, un esperto di politica cinese del Rhodium Group di Berlino, ha commentato dicendo “Pechino ha segnato un vero colpo maestro”. L’accordo non prevede misure concrete ed efficaci per monitorare gli impegni presi dalla Cina in materia di graduale abolizione delle restrizioni imposte alle imprese europee operanti sul suo territorio, ad alleggerire i vincoli sulle operazioni delle banche europee e soprattutto ad abolire il lavoro forzato, applicato in misura molto estensiva non solo nei confronti di minoranze come gli Uiguri. Ma – ed è questo il punto più grave – è la seconda gamba di una trappola per segmentare il commercio mondiale. La prima gamba è il trattato Regional Comprehensive Economic Partnership firmato il 15 novembre scorso a Vienna tra la Cina ed i 15 Stati dell’Asean, un accordo di libero scambio “preferenziale” che riguarda un terzo del Pil e della popolazione mondiale.

La strategia di Pechino è chiara: vasti accordi di libero scambio – per ora uno con i Paesi asiatici e del bacino del Pacifico associati nell’Asean ed uno con i 27 dell’Ue ed in un futuro con Unione africana (Ue) – tutti incentrati sulla Cina per sgretolare il sistema di regole e di giurisdizione mondiale che le sta stretto perché imperniato su principi universali per regolare in modo trasparente i rapporti tra gli Stati membri.

Comprensibile che, pur se a malincuore, siano caduti nella trappola Australia, Giappone e Nuova Zelanda, data la loro collocazione geografica e la loro esigenza di avere una maggiore apertura nel mercato cinese. Meno comprensibile che ci sia caduta l’Ue che ha qualche vecchia ruggine con l’Omc ma che ha bisogno di regole universali e di un meccanismo giurisdizionale “neutro” per le controversie in materia di commercio internazionale. Proprio ciò che comporta un’Omc da valorizzare non da depotenziare.

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