Nella storia politica italiana mancava la “crisi sospesa”. Come il caffè che si lascia a Napoli come atto di generosità per un prossimo, spesso sconosciuto, che lo consumerà. Ci siamo arrivati. La bussola di Corrado Ocone

In quel laboratorio senza fine che è la politica italiana, sia nel male (tanto) sia nel bene (pochissimo), mancava la “crisi sospesa”. Come il caffè che si lascia a Napoli come atto di generosità per un prossimo, spesso sconosciuto, che lo consumerà. Ci siamo arrivati. Perché questo è il senso della fiducia risicata ottenuta al Senato dal governo martedì sera.

Quello che è chiaro è, infatti, da una parte, che con i numeri che sono usciti dalle urne non si governa (il rischio bocciatura è alto in assemblea e quasi sicuro in commissione ove si vota a maggioranza assoluta); dall’altra, che molte forze, e anche singoli parlamentari, non hanno ancora scoperto tutte le loro carte.

Fra le prime, c’è sicuramente Italia Viva, che si è mantenuta nel limbo dell’astensione e che, anche se tutti dalle parti governative lo escludono, potrebbe rientrare in gioco con un “patto” più o meno di legislatura che la vincoli. Matteo Renzi dovrà muoversi lungo un binario stretto: evitare la spaccatura del suo gruppo e fare il “duro” quanto più possibile per alzare il “prezzo”. Poi ci sono le “anime vaganti”, in libera uscita o già fuori dai gruppi, a cominciare da quello “misto” (anche se tutto il parlamento sembra oggi un unico grande “Gruppo misto” come ha osservato acutamente Antonio Polito).

È in questo serbatoio che Giuseppe Conte si muoverà per convincere chi ha detto no ma è stato fino all’ultimo indeciso, come quelli dell’Udc o qualche ex dei 5 Stelle; o comunque potrebbe convincersi. O con “allettanti” proposte; oppure per paura delle elezioni. Il voto, in verità, sembra essere l’ultima spiaggia, oggettivamente. E, per vari motivi, chi lo “minaccia”, come il Pd, è poco credibile. Anche e soprattutto perché una evoluzione siffatta della crisi potrebbe compromettere davvero l’arrivo dei fondi europei.

Certo, il partito di Nicola Zingaretti potrebbe presto trovarsi nella situazione di non avere che due alternative: “scaricare” Conte facendo rientrare Renzi in maggioranza; o accettare un governo tecnico con l’appoggio esterno persino dalla Lega. Sul primo punto, non sarà facile convincere i Cinque Stelle, o almeno una parte di essi. Se le due soluzioni, il Pd le considerasse ancora, come oggi, inaccettabili, potrebbe chiedere il voto, che dopo tutto lo danneggerebbe meno di altri e ridimensionerebbe definitivamente Renzi.

Anche per Conte, qualora non dovesse riuscire nella sua “campagna acquisti” (con o senza “la quarta gamba”, cioè la creazione di un gruppo ad hoc), come subordinata, la soluzione elettorale sarebbe la meno dirimente. O attraverso i Cinque Stelle, o con un suo “partito personale”, potrebbe approfittare della popolarità che oggi ha e che, lontano dai giochi, non avrebbe certo fra due anni, cioè al termine naturale della legislatura.

Quanto all’opposizione, essa non può giocare nessuna partita parlamentare, al momento. Deve solo stare attenta a non perdere pezzi, cosa che in verità potrebbe accadere solo dalle parti di Forza Italia. Nonostante le due defezioni, il gruppo di Silvio Berlusconi ha tenuto. Ma ciò non garantisce per il domani, anche immediato, né è ben chiaro quali potrebbero essere le mosse del Cavaliere se la situazione precipitasse.

Un vero e proprio risiko, come si vede. C’è solo da augurarsi che, in un senso o nell’altro, qualcuno consumi presto il caffè rimasto sospeso.

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