Dopo il discorso pro globalizzazione del 2017, il presidente cinese Xi Jinping torna a Davos. Questa volta difende il multilateralismo ma avverte Usa e Ue dei rischi di formare un asse anti Pechino tra democrazie: “L’arroganza divide” e invita alla non ingerenza in nome di “storia e cultura” dei singoli Paesi

Xi Jinping è tornato a Davos. Il presidente cinese non partecipava al World Economic Forum da quattro anni, cioè da quell’intervento del 2017 che fu definito un inno alla globalizzazione. Un’impressione alimentata più dal contesto che dai contenuti: quel discorso fu pronunciato a pochissimi giorni dall’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che della sfida alla Cina aveva fatto un cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.

LA “DIFESA” DEL MULTILATERALISMO

Oggi, nonostante il cambio alla Casa Bianca, le tensioni tra Stati Uniti e Cina non sembrano destinate a ritornare all’era pre Trump. E non soltanto perché è forte a Washington un ampio consenso bipartisan riguardo la sfida per l’egemonia lanciata da Pechino. Ma anche perché le parole del presidente cinese sono chiare in questo senso. Purché si riesca a guardare oltre la difesa d’ufficio di un multilateralismo i cui pilastri sono stati messi in discussione anche da quelli che “ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina”, come ricordava quest’estate l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi intervenendo al Meeting di Rimini.

LA DIFESA DELL’ONU

Nel suo discorso durato quasi mezz’ora e intitolato “Lasciamo che la torcia del multilateralismo illumini la via da seguire per l’umanità”, il presidente Xi ha lanciato un appello contro il decoupling sostenendo che “il coronavirus non dovrebbe essere una scusa per la de-globalizzazione”. E neppure per voltare le spalle alle agenzie della Nazioni Unite (a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Organizzazione mondiale del commercio, da tempo ormai accusate dagli Stati Uniti di essere filocinesi). “Dobbiamo essere chiari e risoluti per salvaguardare il multilateralismo, e non dobbiamo essere prepotenti”, ha detto con implicito ma chiaro riferimento agli Stati Uniti. Quasi un invito alla nuova amministrazione a non replicare l’agenda della precedente, come promesso invece dal nuovo segretario di Stato Antony Blinken nei giorni scorsi in occasione dell’audizione di conferma in Senato.

AVVISO A USA E UE

“Formare piccoli gruppi o lanciare nuove guerre fredde sulla scena mondiale; escludere, minacciare e intimidire gli altri; ricorrere al disaccoppiamento, all’interruzione delle forniture o alle sanzioni… spingerebbe il mondo solo verso la divisione, se non lo scontro”, ha detto Xi minacciando gli Stati Uniti che sembrano decisi a trovare un asse con i loro partner democratici, a partire dall’Unione europea, per fronteggiare l’ascesa della Cina.

I QUATTRO OBIETTIVI

Il presidente Xi ha individuato quattro obiettivi globale. Il primo: rafforzare la politica macroeconomica per rispondere alla “peggiore recessione dalla Seconda guerra mondiale”. Il secondo: “abbandonare i pregiudizi ideologici e seguire un percorso di pacifica convivenza” perché “ogni Paese è unico per storia, cultura, e sistema sociale” e “nessuno è migliore a un altro”. Il terzo punto: “chiudere il divario tra le nazioni in via di sviluppo e quelle sviluppate” assicurando che le prime siano aiutate dalle seconde. Il quarto: “unirsi per combattere le sfide globali” perché “nessun problema globale” — dalla crisi economica ai cambiamenti climatici — “può essere risolto da una sola nazione”.

I DIRITTI UMANI? “PREGIUDIZIO CULTURALE”

Di particolare interesse è il secondo punto. Quello di Xi è un inno alla diversità: arroganza, pregiudizio e volontà di imporre una cultura e o sistemi sociali “divideranno ulteriormente le nazioni e faranno deragliare gli sforzi globali”. E ancora: “La scelta giusta è la coesistenza pacifica”. Che tradotto significa: no a ingerenze nelle questioni “interne”. Un messaggio agli Stati Uniti di Joe Biden (che più del predecessore sempre deciso a insistere sulle differenze ideologiche e sui diritti umani oltre che sulla bilancia commerciale) con particolare attenzione a Hong Kong, Taiwan, Xinjiang e Mar Cinese Meridionale: secondo Pechino la difesa dei diritti umani è dunque un “pregiudizio ideologico”. Ma non soltanto: il gioco “a somma zero” o “chi vince prende tutto” non è la filosofia che guida il popolo cinese, ha detto ancora il presidente Xi tornando a sottolineare che in campo diplomatico Pechino segue “relazioni amichevoli e cooperative con altri Paesi”. Tuttavia, la filosofia win-win è la stessa con cui Pechino ha “venduto” all’Italia la Via della seta, che si è rivelata un flop commerciale, come emerge dal rapporto La Cina: sviluppi interni, proiezione esterna realizzato dal Torino World Affairs Institute per l’Osservatorio di politica internazionale. “Se la logica italiana alla base della firma dell’accordo sulla Via della Seta era l’auspicio di un aumento dei rapporti commerciali ed economici, si può dire che a 18 mesi di distanza il calcolo si è rivelato quantomeno ottimistico, se non del tutto fallace”, si legge.

LA STRATEGIA IN QUATTRO PUNTI

Poi il presidente cinese ha delineato una strategia in quattro punti. Primo: impegnarsi “nell’apertura e nell’inclusione anziché nella chiusura e nell’esclusione”. In questo senso, il presidente cinese ha lanciato un messaggio anche all’Italia indicando la necessità di “rafforzare il G20”, che quest’anno è presieduto dal nostro Paese, come “principale forum per la governance economica globale”. In secondo luogo, “dovremmo rimanere fedeli al diritto internazionale e alle regole internazionali invece di cercare la propria supremazia”. Terzo, dovremmo “rimanere impegnati nella consultazione e nella cooperazione invece che nel conflitto e nel confronto” perché “la storia e la realtà hanno chiarito, più volte, che l’approccio fuorviante di antagonismo e confronto, sia esso sotto forma di guerra fredda, guerra calda, guerra commerciale o guerra tecnologica, alla fine avrebbe danneggiato gli interessi di tutti i Paesi e minato il bene di tutti”. Quarto, “dovremmo rimanere impegnati a stare al passo con i tempi invece di rifiutare il cambiamento”.

LE PROMESSE

“La Cina si è impegnata a portare avanti la sua politica fondamentale di apertura”, ha spiegato il presidente Xi. “La Cina continuerà a promuovere la liberalizzazione e la facilitazione del commercio e degli investimenti”… “La Cina promuoverà l’apertura istituzionale che copre regole, regolamenti, gestione e standard”… “Promuoveremo un ambiente imprenditoriale basato sui principi del mercato, regolato dalla legge e conforme agli standard internazionali, e libereremo il potenziale dell’enorme mercato cinese e dell’enorme domanda interna”. Impegni coniugati al futuro che sembrano un messaggio all’Unione europea e agli scettici dell’accordo sugli investimenti firmato a fine dicembre secondo cui le precedenti promesse di Pechino, a partire dalla parità di condizioni, siano state tradite.

LA NARRATIVA ANTI USA

C’è poi un ultimo elemento da tenere in considerazione: la narrativa di Pechino che conferma gli sforzi espansionistici di riempire i vuoti lasciati da Washington. “Le questioni interne degli Stati Uniti assorbono troppa energia, dato che la lotta degli Stati Uniti contro l’epidemia di Covid-19 nel 2020 è stata un totale fallimento”: così Ruan Zongze, vicepresidente del China Institute of International Studies, ha descritto al megafono della propaganda cinese Global Times le ragioni dell’assenza del presidente statunitense Biden mettendole implicitamente a confronto con la risposta cinese alla pandemia. Un ennesimo sforzo della narrazione di Pechino che combina promesse multilaterali ad affondi all’altra superpotenza.

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