“L’America di Biden ha bisogno di alleati, Italia inclusa, ma non illudiamoci che possa supplire alle nostre carenze” (anche nel Mediterraneo), spiega Marta Dassù. “La nuova amministrazione chiederà all’Europa, e pure alla Germania, di assumere maggiori responsabilità superando l’approccio mercantile alle relazioni internazionali”

Dall’Europa è tutto un coro di benvenuto a Joe Biden. Basti pensare un esempio: Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha parlato di “un nuovo inizio” per le relazioni transatlantiche e ha descritto quello dell’insediamento del nuovo presidente statunitense “un giorno speciale”. Tra i più entusiasti c’è la Germania di Angela Merkel, di cui von der Leyen è stata per quasi sei anni ministro della Difesa.

E chi ha raccolto il suo testimone, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha già promesso agli Stati Uniti più coinvolgimento nella sicurezza. Heiko Maas, il ministro degli Esteri, si è detto invece “molto contento” per l’insediamento di Biden alla Casa Bianca, definito da Merkel la “festa della democrazia americana”. La cancelleria ha sottolineato anche che rispetto alle difficoltà con Donald Trump, con il nuovo presidente statunitense vi è “un’area molto più ampia di accordo politico”. Tuttavia, ha spiegato, continueranno “differenze e discussioni su come possiamo fare bene insieme”.

Dopo quattro anni di tensioni con Trump cosa dobbiamo aspettarci dalle relazioni tra i due Paesi? Abbiamo chiesto questo e molto altro a Marta Dassù, direttrice di Aspenia e senior director of European Affairs presso The Aspen Institute. “Certamente dobbiamo aspettarci un miglioramento”, spiega. “Con Biden, si siede alla Casa Bianca il presidente più vicino all’Europa dai tempi di George Bush padre. E con Tony Blinken, l’America acquista un segretario di Stato che, anche per ragioni di background famigliare, si sente legato al Vecchio continente, alla Francia in particolare”.

Partiamo dagli ultimi quattro anni. Che cos’è successo tra Washington e Berlino?

Trump ha dato tutta l’impressione di considerare l’Unione europea un errore della storia. Ed è stato particolarmente ostile alla Germania, accusando Merkel di free riding. Dal punto di vista di Trump, la Germania che si fa proteggere sul piano militare, attraverso la Nato, non può anche continuare a vantare un forte surplus commerciale verso gli Stati Uniti. Le conseguenze sono state tangibili: la Casa Bianca di Donald Trump aveva annunciato il ritiro parziale (12.000 soldati) delle truppe americane dalla Germania; Merkel ha cominciato a parlare di inaffidabilità degli Stati Uniti, invitando gli europei a “riprendere in mano” il proprio destino.

Le due sponde dell’Atlantico si riavvicineranno?

Il clima, vista la distanza che si era creata, migliorerà. Biden tornerà a vedere nella Germania l’interlocutore primario nell’Unione europea. Ed è probabile che riveda la decisione di Trump sul ritiro parziale delle truppe americane, peraltro già messa in discussione dal Congresso americano attraverso l’approvazione della legge di spesa annuale per la difesa. E si avrà una maggiore convergenza politica e culturale su temi globali: risposta al climate change, lotta alla pandemia e in genere l’importanza della cooperazione internazionale.

La cancelliera Merkel ha parlato però di “differenze” che rimarranno.

Esistono nodi che non sarà semplice sciogliere. L’America di Biden sarà comunque critica verso lo sviluppo del gasdotto Nord Stream 2, a cui Berlino non intende rinunciare. E chiederà all’Europa di fare di più in due campi: il contributo alla difesa europea, terreno su cui Berlino resta inadempiente e il contenimento della Cina, terreno difficile per una Germania così esposta verso il mercato cinese. Si è già visto un anticipo dei problemi che si porranno: il consigliere in pectore per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, aveva chiesto agli europei, durante la transizione, di rimandare la firma dell’accordo sugli investimenti con la Cina. La Germania, in accordo con la Francia, ha deciso di andare avanti comunque, senza aspettare l’insediamento di Biden.

Con Trump fuori dalla Casa Bianca, si può tornare indietro?

È una illusione pensare che, archiviata la parentesi Trump, si possa semplicemente tornare al passato. Perché Washington chiederà comunque all’Europa, e alla Germania in particolare, di assumere maggiori responsabilità, superando un approccio mercantile alle relazioni internazionali. E perché la Germania, inclusa l’opinione pubblica, non nutre più una fiducia incondizionata nell’alleato americano. Sarà un dare e avere, su una nuova agenda. Vedremo se la trattativa riuscirà. Merkel è del resto consapevole che il contesto è questo: ha dichiarato oggi che con l’amministrazione Biden esiste un’aria molto più vasta di accordo politico, aggiungendo però che continueranno “differenze e discussioni su come agire bene insieme”. Potremmo definirlo un atlantismo pragmatico, più adatto ai tempi.

Di mezzo c’è anche la corsa alla successione di Merkel, con Armin Laschet da poco diventato leader della Cdu.

La Germania sta entrando a sua volta in una fase di transizione, verso le elezioni del settembre prossimo. Washington cercherà rassicurazioni sulla politica estera del successore di Merkel. Esistono in effetti tendenze diverse: una più “atlantica”, secondo cui la difesa europea va concepita essenzialmente come pilastro europeo della Nato e una più vicina all’ambizione francese di costruire anche una “autonomia strategica”, formula per adesso abbastanza vuota. Merkel ha per ora tenuto un equilibrio; e l’arrivo di Biden rafforza la prima tendenza, come dimostrano le dichiarazioni di Kramp-Karrembauer (che comunque non rientra nella gara per la successione a Merkel). Washington cercherà di dare spazio a questa linea. Ma se la Germania sarà occupata da sé stessa, per così dire, la Casa Bianca coltiverà intanto anche Parigi.

E con la Brexit che cosa accadrà? Lei ha scritto con Edoardo Campanella un libro intitolato “L’età della nostalgia”, in cui rientra anche l’Anglosfera.

Sono anche convinta che, a differenza di quanto si dice spesso, Washington tornerà comunque a valorizzare la relazione con Londra. È. vero che Boris Johnson ha avuto rapporti preferenziali con Trump, che come noto ha appoggiato Brexit. Ma è vero anche che Johnson sta costruendo le premesse per una relazione solida con l’amministrazione democratica: l’aumento sostanziale delle spese militari britanniche e la collocazione netta di Londra sulla questione Cina (con il bando di Huawei dal 5G britannico e l’offerta di contribuire alla sicurezza marittima in Asia Pacifico) sono le due carte che il Regno Unito ha messo in anticipo sul tavolo della Casa Bianca.

Un rafforzamento dell’asse Washington-Berlino cosa significa per Parigi e Roma?

Il rischio, per l’Italia, è che Washington finisca quindi per guardare, anche nel dopo Brexit, a un’Europa dominata da Parigi e Berlino e dai loro rapporti bilaterali con Londra in politica estera e nella sicurezza. Se il negoziato nucleare con l’Iran dovesse riprendere, riprenderà anche uno schema informale a “tre”. Per questa ragione e per ragioni di politica industriale, l’Italia dovrà a sua volta curare con molta attenzione la relazione con Londra.

Intervistato da Repubblica, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dichiarato: “Ci auguriamo una maggiore presenza degli Usa nel Mediterraneo, penso alla Libia, che servirà a ridimensionare le ambizioni di altri soggetti”. Sorge un dubbio: e l’autonomia strategica europea?

Le parole del ministro degli Esteri hanno una spiegazione. Da una parte, è chiaro che l’Italia è rilevante, per Washington, in una prospettiva mediterranea: se questa si indebolisce, si indebolisce anche il peso strategico italiano agli occhi di Washington. Lavorando l’anno scorso al documento strategico sul futuro della Nato con i miei colleghi di vari Paesi, Stati Uniti inclusi, ho potuto constatare quanto sia ormai difficile difendere la priorità del “fianco Sud” della Nato. Cosa abbastanza paradossale, vista la rilevanza crescente del Mediterraneo per la sicurezza europea in senso lato. D’altra parte, l’Italia ha maggiori capacità negoziali, anche verso i partner europei, quando può contare su un appoggio americano.

Quindi il ministro Di Maio ha detto bene?

Di Maio non ha torto. Ma se prendiamo un caso concreto, la Libia, chiedere un maggiore attivismo degli Stati Uniti presuppone un atteggiamento pro-attivo anche da parte nostra. In sostanza, dobbiamo essere propositivi (in cosa dovrebbe consistere questo maggiore attivismo?) e dobbiamo essere pronti ad assumere direttamente responsabilità anche operative. Quindi non si tratta tanto di dire agli americani: vogliamo che facciate di più in Mediterraneo. Ma si tratta forse di dire: noi (Italia) vogliamo fare di più nel Mediterraneo (Libia) ma abbiamo bisogno del vostro pieno appoggio — ce lo date?

Niente ritorni al passato?

Come dicevo prima, un puro ritorno al passato non è pensabile. L’America di Biden, impegnata come è sul fronte interno, non sarà nelle condizioni di sviluppare un’agenda di politica estera particolarmente impegnativa; e teatri come Libia e Siria non sono oggi in cima alle priorità di Washington. Lo indica, per fare solo un esempio, la lista degli argomenti trattati da Blinken nel suo hearing al Senato. Questo significa che l’America ha bisogno di alleati, Italia inclusa, in grado di fare la loro parte. La diplomazia americana avrà naturalmente un ruolo da svolgere, in modo prevedibilmente più cooperativo che nei quattro anni passati; ma sarebbe un errore pensare che l’amministrazione Biden possa supplire alle carenze europee.

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