Il ministro della Difesa Benny Gantz spera di chiudere l’accordo con gli Stati Uniti prima dell’insediamento dell’amministrazione Biden. Per gestire gli equilibri regionali Israele punta ancora sul velivolo di quinta generazione, per altri 25 velivoli rispetto ai 50 previsti. Pesa la promessa Usa per il mantenimento del “qualitative military edge”

Israele vuole rapidamente un terzo squadrone di F-35. Parola del ministro della Difesa Benny Gantz, che spera di chiudere l’accordo con gli Stati Uniti prima del 20 gennaio, quando Joe Biden prenderà il posto di Donald Trump. Sarà anche prima del 23 marzo, quando gli israeliani torneranno al voto per eleggere la nuova Knesset dopo che si è rotto l’accordo tra Blu e bianco dello stesso Gantz e Likud di Benjamin Netanyahu. L’obiettivo del potenziamento della flotta di quinta generazione è comunque strategico, e mira a garantire la superiorità delle forze israeliane nel contesto regionale.

LE PAROLE DI GANTZ

“Senza dubbio, dobbiamo espandere la quantità di F-35”, ha detto Gantz in un’intervista a Ynet TV. “Ora abbiamo due squadroni e penso che aumenteremo – ha aggiunto – questo è quello che ho chiesto agli americani”. Considerando che i due squadroni attuali poggiano su un piano complessivo di 50 velivoli, potrebbe trattarsi di 25 ulteriori jet di quinta generazione. Potrebbe però esserci dell’altro. “Comprerei un altro squadrone di F-35 e poi esaminerei cosa fare in termini di bilanciamento: aumentare gli F-35 o procedere con gli F-15?”, ha detto il ministro. Il riferimento è al dibattito sull’ipotesi di acquisto della versione aggiornata del caccia di Boeing, di cui Israele discute da almeno un paio d’anni, anche qui con l’obiettivo di rafforzare la proiezione aerea dalla propria difesa. Sui tempi per il terzo squadrone di quinta generazione Gantz ha intanto detto di “sperare” di farcela prima del 20 gennaio, con un riferimento che pare rivolto anche al voto israeliano, in programma per il 23 marzo: “Ritengo che il budget della difesa debba essere gestito adeguatamente per essere salvaguardato; è una sorta di polizza assicurativa”.

IL FATTORE EMIRATI

A pesare sull’urgenza c’è poi l’evoluzione del contesto regionale. A novembre la Casa Bianca ha notificato al Congresso l’ipotesi di vendita agli Emirati Arabi di prodotti militari per oltre 23 miliardi di dollari, comprensivi di 50 F-35. Ipotesi possibile dopo aver abbondantemente sondato il terreno con il governo israeliano nei mesi precedenti. Ottenere il via libera di Tel Aviv non è stato facile, arrivato solo sulla scia degli Accordi di Abramo e, soprattutto, dopo le rassicurazioni della presidenza Trump circa il mantenimento per Israele del “qualitative military edge”, cioè del vantaggio tecnologico militare che il Paese vanta nella regione.

LE GARANZIE AMERICANE

Importanti garanzie sul punto sono arrivate a Benjamin Netanyahu direttamente da Mike Pompeo, e a Benny Gantz dal capo del Pentagono (ormai dimessosi) Mark Esper. L’amministrazione uscente ha cercato di accelerare per chiudere il deal con Abu Dhabi prima del voto del 3 novembre, soprattutto in considerazione delle critiche arrivate da ampia parte del fronte democratico sull’ipotesi di vendita. Critiche arrivate per lo più con riferimento alla guerra in Yemen, dove l’ex coalizione saudi-emiratina è stata impegnata nel contrasto ai ribelli Houthi.

LA TRANSIZIONE USA

La stessa accelerazione sui tempi viene ora tentata da Israele, con la speranza di chiudere l’accordo prima del 20 gennaio, quando Joe Biden prenderà il posto di Donald Trump. Rispetto a quella emiratina, la vendita a Israele sarebbe decisamente più agevole, visto il favore dimostrato trasversalmente dal Congresso americano per il rafforzamento dall’asse militare con l’alleato mediorientale. Il Paese è stato il primo cliente internazionale del programma F-35 attraverso la formula dei Foreign Military Sales.

LA PARTECIPAZIONE DI ISRAELE

La prima lettera d’intenti risale al 2010, mentre l’Aeronautica israeliana ha ricevuto il primo velivolo sei anno dopo. A dicembre 2017 ha dichiarato la capacità operativa iniziale per i primi nove F-35 della base di Nevatim, denominati dal Paese “Adir”. Il programma attuale prevede 50 velivoli nella versione A (decollo e atterraggio convenzionale), a fronte dei quali le industrie israeliane partecipano con diversi ruoli, dalla produzione di ali agli avanzati caschi dotati di visori. Da notare che è stata l’Aeronautica israeliana a segnare, a maggio 2018, l’assoluto debutto operativo del Joint Strike Fighter. Un F-35 aveva eseguito almeno due bombardamenti in Siria contro postazioni iraniane.

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