Abbiamo guardato al 2020 come al ventennio della Legge sulla parità.

Avevamo programmato quasi tutto: convegni per celebrare il ventennio, sale in prestigiosi teatri per raccontarci che cosa non ha funzionato. Le agende dei padri e delle madri della legge sulla parità erano fitte di eventi celebrativi, autoanalisi: gli articoli della Costituzione sarebbero stati passati al setaccio. In prima fila gli ospiti d’onore… Avevamo messo in conto qualche sbadiglio di troppo, rigorosamente preoccupati della capienza della sala perchè i posti vuoti sulle celebrazioni non sono tollerabili.
A 20 anni dalla Legge 62/2000 siamo ancora a domandarci: parità sì o no? Libertà con o senza oneri? I pragmatici, che vedono nel problema la soluzione, sono allergici ai dissertatori che non si smuovono dalla mattonella.
Ma la realtà, come spesso accade, supera la fantasia: è arrivato il covid che ha sparigliato tutto. Ha portato ciascuno di noi a prendere consapevolezza che non c’è più il tempo per le dissertazioni da un lato, dall’altro ha portato tutti i nodi al pettine rendendo evidenti i limiti del sistema scolastico italiano.

1.E’ stato chiaro che la scuola italiana rispetto al modello europeo presenta un sovrautilizzo delle scuola statali e un sottoutilizzo delle scuole paritarie.
Questo, oltre ad aver reso il sistema scolastico iniquo come abbiamo ampiamente argomentato, è alle radici delle performance negative (analfabetismo crescente, neet, parodia dell’integrazione, deprivazione culturale). Essendo però performance negative che toccano la testa e non la pancia, sono tollerabili. I beni primari in realtà catalizzano ancora la nostra attenzione.

D’altronde, che si muoia di pandemia come si muore di deprivazione culturale (che produce miseria) è chiaro a tutti, ma l’effetto immediato della prima rispetto alla seconda ci fa vedere il pericolo lontano per preoccuparcene.

D’altronde le energie del benefattore sono concentrate nel dare il pezzo di pane; il pezzo di libertà è secondario ed è cosa per ricchi. I radical chic si preoccupano dell’ideologia, l’impegno sociale chiede di preoccuparsi della prima accoglienza, di sfamare. Il degrado culturale, l’ignoranza crassa, non interessa. E che ci si fosse talmente abituati alla normalità del fenomeno si evince dall’alta soglia di tolleranza per un bimbo privato di un libro, o privato del docente di sostegno, o privato di un docente colto ed equilibrato; al contrario altissimo lo sdegno per un bimbo affamato di cibo. “Meglio un asino vivo che un dottore morto”. Certamente. Ma quando tutti i vivi sono asini, il problema comincia ad emergere.
Di fronte al covid, che come un cigno nero ha fatto scontrare le nostre priorità con la realtà, si è imposta la domanda: si muore solo di fame o anche di deprivazione culturale?

Tutte le affermazioni quali autonomia, parità, libertà di scelta educativa, pluralismo, con il covid sono emerse alla luce della consapevolezza.

L’affermazione che il pluralismo garantisce un sistema più equo e di qualità è risultata evidente quando con la DAD sono stati impietosi i numeri sugli esclusi: un milione e 600 mila gli allievi poveri, 300 mila i disabili.
Ma è stato altresì evidente quando abbiamo capito che la scuola colpita dal covid in Europa è ripartita progressivamente dopo un mese, mentre in Italia ha riaperto dopo 200 giorni per chiudere dopo qualche settimana.
In Italia la chiusura della scuola viene utilizzata come il vaccino: decresce la curva dei contagi e si apre, cresce e si richiude. Allora è evidente che la scuola in Italia ha chiuso non causa covid ma per i tre enormi limiti che erano ben presenti da 20 anni: carenza di aule, di mezzi di trasporto e di organico. Tre grossi limiti con una causa comune: sovra utilizzo delle scuole statali, sottoutilizzo delle scuole paritarie. Problema caratteristico del Paese Italia, unico in Europa (con la Grecia).
Lungo i 200 giorni di chiusura della prima fase non si è intervenuti su questi tre problemi; evidentemente nella seconda fase la scuola in Italia è ripartita a macchia di leopardo per poi chiudere nuovamente nella terza fase che si preannuncia dal 7 gennaio in poi. L’Italia ha l’esclusiva.

Il covid ha rappresentato un’operazione verità, ha reso evidente a tutti dai cittadini e alle istituzioni che sono questi i tre punti sui quali intervenire. Un utilizzo corretto e congiunto delle 40 mila sedi scolastiche statali e delle 12 mila paritarie, risponde in un solo colpo ai tre grossi problemi.

2. E’ risultato molto più evidente che lungo gli anni la scuola è stata considerata un ammortizzatore sociale. Un bacino di voti per la politica e di tesseramenti per i sindacati, che promettevano per tutti i docenti il posto di lavoro fisso, a tempo indeterminato, per la propria cattedra e vicino alle proprie abitazioni. Abbiamo ampiamente argomentato che era un falso. Ma è servito il covid a compiere questa operazione verità che è suonata in modo impietoso: “carenza di organico”. Una carenza decennale ma che il covid ha reso evidente senza filtri.
Mancano più di 150.000 docenti e il 90% dei disabili (285mila allievi) è senza docente di sostegno assegnato. Complessivamente il 15,7% dei docenti in servizio è precario: come dire che c’è un precario ogni 6-7 insegnanti in servizio. Da qui l’insicurezza e l’instabilità per un enorme numero di persone e la provvisorietà e la discontinuità didattica per tanti studenti. Ma prima del covid questi problemi risultavano dissertazioni per pochi eletti ricercatori, quindi da celebrarsi nei centri studi.
Intanto si prometteva agli esiliati la mobilità, tralasciando il particolare non proprio secondario che la punta di maggior precariato è al Nord Est mentre al Sud c’è “soltanto” il 10,7% (un precario ogni 10 insegnanti), con la punta minima della scuola primaria ferma al 4,5%. La Campania risultava la regione con meno precari, con il 9,3% (la scuola primaria al 3,4%).
Ma i docenti credevano a queste promesse, senza minimamente considerare che, degli 8Mln di studenti, più di 1 milione e 400mila allievi sono in Lombardia, su 7.770 scuole, mentre 285 mila allievi sono in Calabria su 2.700 scuole.
Insomma, era evidente anche prima del covid che i docenti e le cattedre non si trovavano nella stessa città, però i 20mila esiliati credevano al rimpatrio….
Ci ha pensato il covid.
La chiusura delle Regioni ha rappresentato un deterrente per i docenti meridionali, molto meno disposti a trasferirsi a Milano pur di poter avere punteggio, complice la vita più costosa, insostenibile con lo stipendio di 900 euro (tanto guadagna un docente neo assunto): se mangi, dormi nel cartone alla Stazione centrale; se trovi una stanza in affitto, muori di fame.
Quindi i docenti non si spostano, quelli che possono rientrano a casa lasciando le cattedre scoperte nei giorni 21 e 22 dicembre… tanto, giorno più giorno meno, cosa cambia per una generazione che ha perso due anni scolastici con la perdita di un patrimonio culturale senza precedenti?
Ora il covid ha imposto l’urgenza di redigere un censimento, che dettagli il numero dei docenti, la cattedra, la residenza, l’indicazione delle scuole e la località. Si giungerà a dire chiaramente ai docenti che – se intendono perseverare in questo lavoro – per insegnare dovrebbero forse cambiare cattedra, ritornare sui banchi di scuola (mancano docenti di matematica e inglese) e trasferirsi in modo permanente di città. Il covid, come solo le tragedie sanno fare, affossa le promesse e soprattutto le false certezze stile struzzo.

3. Il covid ha presentato una sfida educativa senza precedenti che le scuole statali e le scuole paritarie hanno raccolto ma non hanno vinto e difatti il 2020 presenta un saldo a debito verso le generazioni future. Un debito culturale enorme.
Per vincere la fida educativa alla scuola statale occorre una autonomia organizzativa, che diventa autonomia didattica e alla scuola paritaria la libertà di chi vorrebbe sceglierla e non può, perché è povero. Ne abbiamo argomentato in punta di diritto e di economia lungamente ma è servito il covid per rendere chiare queste necessità. La legge 59 sull’autonomia e la legge 62/2000 sulla parità si sono imposte in tutta la loro forza normativa ma anche nella loro assoluta incompiutezza.
Il covid ha tracciato la terza strada da percorrere: dare le gambe a queste due leggi.

4. Infine il covid ha reso evidente che gli 8.500 euro che i contribuenti pagano per ciascuno dei 7Milioni di studenti che frequentano la scuola statale non servono allo studente. Sono soldi che non sono impiegati nel personale docente (carenza di organico e docenti sottopagati sono la prova provata), nelle strutture (fatiscenti, mancano aule, pulizia e carta igienica). Insomma, la scuola che costa 8.500 euro non è riuscita a ripartire per tutti gli studenti e non riparte. Ma la scuola paritaria che costa 500 euro di tasse dei cittadini, non solo rappresenta il primo benefattore dello Stato Italiano nella logica della sussidiarietà al contrario, ma ha chiaramente dimostrato che con un costo di 5.500 euro riparte, e alla grande per tutti.

Quindi il covid ha chiarito alle famiglie e ai contribuenti che, con il costo per allievo di euro 5.500, riparte la scuola di qualità per tutti con un personale docente ben pagato. Di conseguenza i contribuenti hanno capito che quegli 8.500 euro foraggiano la burocrazia che si nutre dello spreco. Quindi l’assurdo ritornello del “senza oneri per lo Stato” non solo era un falso, ma rappresentava uno stratagemma per lo spreco, per interessi terzi dei poteri forti, che facevano dell’inganno della povera gente che ci ha creduto, la propria fortuna.
Il covid ha imposto che la quota capitaria di 5.500 euro, per tutti gli 8 Mln di studenti, che ristabilisce la libertà di scelta educativa della famiglia, contemporaneamente fa ripartire la scuola di qualità e fa risparmiare tanti danari. E lo Stato si ritrova soggetto garante della buona scuola, come è in tutta Europa. Abbiamo lungamente parlato di questi temi, da almeno 10 anni; nel presente articolo si desidera fare una sintesi e tracciare le consapevolezze raggiunte e le azioni future.

Quindi, nuove linee di finanziamento del sistema scolastico, censimento dei docenti, autonomia alla scuola statale e libertà alla scuola paritaria sono le consapevolezze che il covid ci ha permesso di acquisire con quella rapidità e forza che solo le disgrazie riescono a fare. Fa tanto male, ma senza una simile tragedia non avremmo mai maturato questa consapevolezza.

Il rischio della catastrofe educativa ora ci impone di ripartire da questa verità, puntando sulle risorse del recovery fund per investire, e seriamente, sulla scuola secondo il percorso tracciato, agendo con la più ampia trasversalità politica costruita (e che regge) in collaborazione con le singole Regioni. E in Italia abbiamo dei modelli virtuosi cui guardare, come la Lombardia e il Veneto.

Questo è il lavoro che ci aspetta nel 2021 e che porteremo a compimento, perché abbiamo capito che i genitori, per esercitare la propria responsabilità educativa in modo consapevole, devono essere liberi.
Il contrario sarà la perdita di un patrimonio culturale senza precedenti dopo il secondo conflitto mondiale. Sarà la tragedia di una scuola italiana che non riparte, a prescindere dal covid e dal vaccino, con il rischio di trasformare il diritto all’istruzione in un privilegio che esclude poveri e disabili.

Questo allarme ci è risultato cosi chiaro che ci ha sbalzati tutti quanti in una nuova pista, che ora dobbiamo percorre sino in fondo. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” (Inf., XXVI)

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