L’elezione di Laschet rafforzerà la chiusura nei rapporti tra i popolari e i conservatori guidati da Meloni. Invece, potrebbe favorire l’avvio di un dialogo di Cdu e Ppe con la Lega (grazie a Giorgetti). Il commento di Paolo Alli, membro della Fondazione Alcide De Gasperi, non-resident senior fellow dell’Atlantic Council ed ex presidente dell’Assemblea parlamentare Nato

L’elezione di Armin Laschet a nuovo leader della Cdu riveste un significato importante per la Germania, per l’Europa e per il nostro Paese. Laschet rappresenta la continuità con la politica centrista della cancelliera Angela Merkel, mentre le posizioni dello sfidante Friedrich Merz erano più spostate verso la destra interna.

Pur non essendo considerato uno dei più autorevoli e popolari leader tedeschi, il primo ministro del Nordreno-Vestfalia è persona di solida esperienza politico-amministrativa. La sua vittoria, incerta alla vigilia, è figlia del suo legame con Merkel, la quale, con una sapiente gestione della pandemia, ha saputo risollevare non solo la propria popolarità personale, ma anche il gradimento dei tedeschi verso la Cdu, oggi non lontana dal 40% nei sondaggi.

Tuttavia, Laschet vince ma non stravince. Il risultato di 521 a 466 dimostra che il partito è diviso, pur nell’estrema correttezza che ha caratterizzato il confronto. Una divisione che costringerà il neo-leader a instaurare un dialogo con l’ala conservatrice, uscita sconfitta di misura dal Congresso.

Questa situazione avrà prevedibili conseguenze nella corsa al cancellierato. La Csu, il partito bavarese storicamente più spostato a destra, è in grado di esprimere un candidato molto forte, il proprio leader Markus Söder. Egli potrebbe trarre vantaggio proprio dal rafforzamento della destra interna della Cdu nella competizione che già si prefigura con lo stesso Laschet.

In ambito europeo, l’esito del congresso Cdu rafforzerà la politica centrista del Partito popolare europeo, con un ulteriore irrigidimento nei confronti di Viktor Orbán e del gruppo dei Conservatori a Bruxelles, oggi guidato da Giorgia Meloni.

Per quanto riguarda l’Italia, credo che l’atteggiamento tedesco nei confronti del nostro paese non cambierà in modo sostanziale. Continuerà a prevalere la linea filogovernativa di Merkel, anche se la fiducia tedesca nel nostro governo, considerato incapace di gestire adeguatamente la partita del NextGeneration Fund, è giunta ai minimi storici. La stessa Merkel potrebbe approfittare del passaggio congressuale e della nuova leadership per togliere il proprio sostegno personale a Giuseppe Conte.

Sul fronte dei partiti del centrodestra, mentre l’elezione di Laschet rafforzerà la chiusura nei rapporti con Meloni, peraltro lucidamente anticipata da Marian Wendt nella sua recente intervista a Formiche.net, essa potrebbe favorire, paradossalmente, l’avvio di un dialogo reale della stessa Cdu e del Ppe con la Lega. L’azione sapiente di Giancarlo Giorgetti, pur non prefigurando in alcun modo una richiesta di ingresso nel Ppe, sta da tempo creando le condizioni per questo dialogo. Del resto, mentre la posizione dei popolari europei nei confronti di Orbán è di completa chiusura, a causa delle politiche illiberali del governo ungherese, un dialogo con Matteo Salvini non appare impossibile, pur nelle differenze ideologiche e pratiche che permangono.

Per favorire il processo, che sarebbe utile a Salvini e all’Italia, servirebbe un segnale da parte della Lega, come l’uscita dei propri europarlamentari dal gruppo con AfD. L’estrema destra tedesca, non lontana dai neonazisti, è invisa non solo alla Merkel, ma al 90% del popolo tedesco, e l’attuale situazione relega il gruppo leghista, secondo per numeri all’Europarlamento, in una posizione residuale e ininfluente.

Vedremo qualche segnale in questa direzione? Se Salvini vuole veramente candidarsi a guidare il Paese, dovrà darlo nei tempi più brevi possibili.

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