Domani nuovo appuntamento di Task Force Italia con ospite l’ambasciatore Giampiero Massolo. I temi del dibattito anticipati a Formiche.net da Andrea Gumina, consigliere del ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e componente dell’Ufficio Sherpa G7/G20 di Palazzo Chigi e presidente dell’Associazione Amerigo

Da quasi nove mesi ormai, Task Force Italia si dedica ad acquisire il parere di illustri protagonisti della scena economica, culturale, politica, sociale ed alimentare un dibattito su come rilanciare il potenziale del nostro Paese. Nata come un progetto di Aises, Task Force Italia sta anche contribuendo, insieme ad una crescente rete di partner, a tradurre le sue riflessioni in azioni concrete. Ma non è questa la sede per parlarne.

Questa è invece la circostanza più opportuna per introdurre l’audizione dell’ambasciatore Giampiero Massolo, portato dalla sua quarantennale carriera a ricoprire un’impressionante varietà di ruoli – dagli esordi in Ambasciata presso la Santa Sede, poi a Mosca ed alla Rappresentanza presso l’Unione Europea; passando per Palazzo Chigi, la Farnesina, il coordinamento del primo G8 a guida italiana, poi il Dis e, più recentemente, la guida di Ispi e di Fincantieri. È con lui, ed attraverso il contributo dei colleghi e degli ospiti di Task Force Italia che, proveremo martedì 19 gennaio, dalle 17.30, a seguire ad alimentare una riflessione a beneficio della nostra comunità nazionale. Apriranno e chiuderanno, rispettivamente, il Presidente di Task Force Italia, Valerio De Luca, e la vice presidente, Dina Ravera.

Le poche riflessioni che seguono intendono anticipare alcuni elementi che potranno trovare spazio in questo dibattito, senza pretesa alcuna di esaurirne gli argomenti né di fornire chiavi di lettura esaustive.

Qualsiasi ricetta per contribuire alla ripartenza del Paese dovrebbe tenere in considerazione, mai come oggi, tre elementi:

1. Siamo immersi, senza completamente rendercene conto, in uno dei più grandi cambi di paradigma della storia: tecnologia, economia, gli stessi concetti di socialità, umanità, spiritualità ne sono impattati. Questo ha tremendamente aumentato non solo l’incertezza nelle aspettative (chi di noi riesce a fare previsioni?) ma anche l’asimmetria informativa tra operatori. Una situazione che potrebbe sfociare tanto nell’affermarsi di nuove forme di supremazia (politiche, economiche, tecnologiche); che nella regolazione o autoregolazione dei mercati e delle nostre società, in un processo in cui non indifferente risulterà il ruolo delle Istituzioni ed il loro rapporto con la popolazione e con i giganti economici privati.

2. L’immenso ammontare di risorse necessarie a ripartire: non solo finanziarie, ma anche intellettuali, etiche, morali. Davvero mai come oggi c’è bisogno di uomini e donne di “buona volontà”, umili a tal punto da ammettere che non esiste una ricetta pronta. Siamo impreparati e confusi. Si è provato a fornire risposte ad una crisi che (già ad oggi) ha azzerato le sanità migliori del pianeta e fatto 2 milioni di morti nel mondo, con un virus che continua ovviamente a mutare; bloccato i trasporti; messo in ginocchio l’economia reale; devastato le aspettativi di educazione e lavoro dei giovani; aumentato la massa di debiti a livello vertiginoso. Se il Santo Padre richiama l’“unità”, forse non lo fa riferendosi alla nostra contingenza politica, ma piuttosto al fatto che quanto sta accadendo prospera sulle divisioni; senza unità nella risposta, sarà più difficile superare indenni i prossimi mesi.

3. L’efficacia della risposta implica la contemporanea presenza di tre fattori: visione di lungo periodo nel disegno della strategia, altrimenti ci limiteremo a mettere una toppa per qualche mese, senza ripensare il futuro; disposizione ad adattarla di continuo nel medio periodo, perché non esistono né risposte certe né Moloch intoccabili di fronte a così radicali spinte al cambiamento; permanente capacità di attuazione, perché senza una cinghia di trasmissione stabile e priva di soluzioni di continuità, anche il disegno più sfavillante non incrocerà le esigenze delle persone – che, ricordiamoci, sono i veri destinatari e protagonisti della ripresa.

L’Italia – non astrattamente il Paese, ma proprio questo insieme di uomini e donne di buona volontà – ha davanti a sé sfide incomparabili, ma anche una immensa chance di fare i conti con sé stessa e con gli squilibri e gli scompensi che la zavorrano.

È indispensabile però che questa “visione” sia abilitata da dati oggettivi: crescita, competitività, occupazione, salute, educazione, innovazione. È ora di alimentare un dibattito concreto, in grado di coinvolgere l’opinione pubblica, trasparente, sugli effetti auspicati delle politiche e sui loro impatti. È tornato il momento di far parlare i dati, i numeri, che non mentono mai. Non per togliere discrezionalità alla politica, ma per indurla a confrontarsi su elementi oggettivi e non su opinioni: starà poi ai decisori – questo è il sale della democrazia – concordare con i loro danti causa le azioni da intraprendere per raggiungere quegli obiettivi; e se del caso aggiustarle anche in corsa. Serve insomma una enorme dose di realismo e resilienza, perché far ripartire un Paese di 60 milioni di persone, di 16 milioni di partite Iva, con la piramide demografica ben nota ed il fardello del debito che conosciamo, con potenzialità e creatività straordinarie solo tanto quanto i “lacci e lacciuoli” che si è saputo imporre, implica indirizzare tutte le energie verso obiettivi chiari, definiti, misurabili. E smettere di litigare. Mettere da parte i personalismi e i 1000 campanili, sia nel pubblico che nel privato. Significa (ri)trovare il proprio “posto” in un mondo che già era infinitamente più grande e complesso delle nostre beghe fino a 12 mesi fa; ed in cui oggi è ricominciata una epocale corsa al posizionamento, con grandi opportunità ed enormi rischi. Una corsa in cui più che mai la qualità premiante è l’intelligere cioè, come l’etimologia della parola suggerisce (intra, intus, legere), il saper guardare tra e dentro le cose. Serve un patto di comunità, perché la continuità dell’azione politica e amministrativa venga garantita sempre, ed in ogni caso, una volta che una decisione è presa, un provvedimento adottato, una misura varata, un accordo sottoscritto.

Tenuto conto delle precedenti considerazioni, ecco dunque alcuni dei punti che potranno essere portati all’attenzione del prossimo dibattito.

Cominciamo, in premessa, dalle risorse. Nella versione approdata in Consiglio dei ministri qualche giorno fa, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza conferma la sua imponenza, almeno finanziaria, prevedendo, tra il 2021 ed il 2029, 310 miliardi di euro di misure articolate in 6 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Queste risorse, suddivise in una serie di proposte di programmi formulati all’organo di governo europeo, includono gli stanziamenti della Recovery and Resilience Facility per l’Italia, cui si sommano, sempre nell’ambito del Next Generation EU, le risorse del React-EU, del Just Transition Fund,  del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 e della Programmazione di Bilancio 2021-2026. Sappiamo tutti che il Piano andrà concordato con la Commissione Ue, che sarà parzialmente a debito, e che sarà oggetto di tiraggi connessi all’effettiva capacità di spesa. La qualità delle misure e l’efficacia della attuazione, nei prossimi anni, decreteranno se questo enorme ammontare di risorse resterà solo sulla carta o meno; e, soprattutto, se la cinghia di trasmissione avrà funzionato, cioè se l’efficacia percepita da cittadini ed imprese rispetto alle iniziative promosse sarà più o meno elevata. Ciò detto, il dato oggettivo è che potrebbero decisamente non mancare le risorse pubbliche da dedicare alla ripresa.

Un primo, delicato oggetto di riflessione è dunque “se saremo in grado”, e “come”: cioè se sapremo dotarci di quella capacità tecnico-amministrativa, e di quel buon senso, per avanzare nei programmi di spesa, senza correre il rischio di vedere bloccato il trasferimento degli ammontari da Bruxelles all’Italia; e, contemporaneamente, per risparmiarci l’orrore dei cosiddetti “progetti-sponda” o delle decurtazioni/restituzioni cui abbiamo assistito in ogni ciclo di programmazione dei fondi strutturali.

Una seconda area di confronto riguarda la capacità di queste risorse di “risolvere i problemi”, cioè di essere efficaci, assolvendo così a due sensibili urgenze: l’una, politica e sociale, cioè intercettare finalmente le esigenze della gente; l’altra strategica, perché solo se gli interventi sono mirati, il Paese cresce armoniosamente, la qualità della vita migliora, si diventa attrattivi, l’occupazione cresce, il Pil si rafforza e, in un circolo virtuoso… il debito si ripaga.

Questo conduce a ragionare su un terzo ordine di questioni, strettamente connesse alla componente “investimenti” del Piano. Occorre forse imporsi, dati alla mano, che essi siano effettivamente moltiplicativi, cioè si indirizzino verso settori in grado di generare interesse nei mercati finanziari e quindi di agevolare il co-investimento privato (oltre a mantenere alta la credibilità del Paese e rafforzare la capacità di emettere obbligazioni pluriennali e a basso costo). È dunque il caso di enfatizzare l’azione di governo su alcuni settori – obiettivo? E quali potrebbero essere? Sicuramente, il nostro Paese è al centro dell’attenzione degli investitori internazionali per quanto attiene a tutto il comparto delle infrastrutture, come ha messo in luce un interessantissimo rapporto di EY di agosto 2020. Ma c’è anche un patrimonio di asset sotto-utilizzati da ripensare, recuperare, rilanciare. Mi riferisco, ad esempio, alle Città, ai borghi con i loro ampi territori a misura d’uomo. Entrambi, potrebbero essere oggetto, mai come in un’alcuna altra parte del globo, di una strategia di rigenerazione basata su nuove vocazioni (residenziali, oltre che produttive e turistiche), capaci di integrare il recupero urbanistico con tecnologie, specializzazioni e sostenibilità, esaltando la loro talora millenaria esistenza. Ma anche al nostro comparto produttivo, la spina dorsale dell’Italia, quel sistema di imprese che non va sostituito ma “ibridato” con una innovazione pensata by design per essere rispettosa della persona e dell’occupazione, che lo renda nuovamente competitivo a livello mondiale e ne sostenga la naturale vocazione internazionale.

Anche solo limitandosi al tema degli investimenti, le considerazioni su esposte conducono inevitabilmente a interrogarsi su un quarto elemento, cioè l’adeguatezza della “cassetta degli attrezzi”: pur in presenza di ingenti risorse ed anche ammettendo di voler intervenire discrezionalmente sulle aree di investimento più adeguate a garantire crescita con occupazione, permarrebbero una serie di fattori in grado di incidere strutturalmente sull’esito di questo esercizio. La fiscalità, ad esempio, per assicurare, in un quadro di compatibilità con i trattati europei, vantaggi localizzativi per gli investimenti (domestici o dall’estero) che si rivelassero addizionali in termini di competitività, occupazione, reddito e future entrate fiscali. La giustizia, con i suoi tempi e le sue complessità, e più in generale la burocrazia: aree entrambe su cui un punto di riferimento unico per chi investe sarebbe necessario tanto quanto la certezza dei tempi, la ragionevole semplicità e immutabilità delle procedure, lo sfoltimento delle regole e il coordinamento obbligatorio dei vari livelli di governo, fino ad arrivare alla rischiosa, ma forse doverosa assunzione del principio generalizzato del “silenzio-assenso”, accompagnato da un irrobustimento delle strutture amministrative sotto il punto di vista della qualità e non della quantità e da un rigoroso monitoraggio ex-post. Ma anche i modelli di dialogo tra amministrazioni e mercati, con un più marcato ricorso al partenariato pubblico-privato, da rendere più facile e certo negli esiti; per concludere esplorando quali iniziative adottare per favorire l’insediamento di nuovi operatori finanziari che affrontino professionalmente, su scala adeguata, con prospettive di medio-lungo periodo e con la necessaria monitorabilità da parte delle istituzioni, lo scenario di larghi portafogli di investimento su asset in Italia. È innegabile, infatti, che per perseguire un effetto moltiplicativo di tali risorse, non si potrà prescindere da un coinvolgimento di capitali esteri: di conseguenza, ci troveremo davanti all’esigenza di normare non già una golden power, ma una casistica molto più ampia di occasioni nelle quali l’apertura alla finanzia internazionale dovrà avvenire nella certezza di non alienare il patrimonio tangibile e intangibile del nostro Paese.

Un quinto elemento su cui porre attenzione riguarda il modello produttivo, di cooperazione e di specializzazione in Italia. Il post-Covid può rappresentare un momento maieutico anche sotto questo punto di vista. Interrogarsi solo in termini di adeguatezza o meno delle dimensioni aziendali potrebbe essere desueto, tanto quanto convincersi che il perdurare degli attuali modelli di generazione del valore sia garantito nel tempo. Lo spartiacque segnato dalla crisi, dai suoi effetti sulla socialità, sulla modalità di aggiornarsi, sui trasporti e sul lavoro, apre scenari schumpeteriani in cui non necessariamente la polverizzazione del nostro tessuto produttivo potrebbe rappresentare un vulnus. La disintermediazione dei rapporti B2B e B2C, l’emergere di nuove “GPT” (General Purpose Technology), potrebbe rendere compatibile l’affermarsi delle piattaforme con modelli di creazione del valore in rete, in filiera, o con aggregazioni a geometria variabile. Potrebbe occorrere, senza pruderie, investire su dei champion, rafforzare operatori domestici che possano assumere un atteggiamento da pivot rispetto a queste nuove forme di integrazione produttiva, attirando finanza e garantendo la migliore interazione possibile con le piattaforme distributivo-produttive internazionali del prossimo secolo: non necessariamente quelle che conosciamo oggi. Forse ancora più polarizzate, sicuramente interessate a diventare market-maker sui quattro grandi mercati globali: quello europeo e nord-americano; quello cino-asiatico; quello indiano; e poi la grande scommessa del mercato unico africano. In questo scenario, centrale sarà la valorizzazione in termini assoluti della risorsa più preziosa di cui disponiamo: il nostro capitale umano, la cui creatività e diversità andranno armonizzati anche attraverso quel riequilibrio del patto tra generi e tra generazioni capace di esaltare il productivity mix del made in Italy.

Il che porta, last but not least, a ragionare sul sesto filone, quello relativo al posizionamento internazionale: il più complesso, ma anche il più affascinante. L’auspicata ripresa nel nostro Paese avverrà come su un treno in corsa. Il mondo cambia, nuovi equilibri e nuovi squilibri emergono. Le istituzioni possono ancora permettersi un atteggiamento passivo? Il laissez-faire che crede ciecamente nel mercato va forse integrato con una visione più pragmatica e realistica, in cui gli animal spirit vanno incentivati, ma il consesso delle nazioni ha diritto ad interrogarsi periodicamente sul “patto” implicito tra cittadini, politica, imprese e finanza, per assicurare ad esempio che la tecnologia torni ad essere il luogo di sperimentazione del bello e dell’utile per l’umanità, e non il terreno di caccia per un’oligarchia di colossi che non rispondono né alle persone, né alle istituzioni interazionali. La ripresa italiana non può prescindere dal rianimarsi del dibattito europeo e dalla reinvenzione del multilateralismo, nell’ambito di un posizionamento fermamente transatlantico. Il G20, la cui presidenza abbiamo per la prima volta acquisito quest’anno, può essere l’occasione per dare evidenza ad una platea di leader, dell’esigenza di “ritornare ai fondamentali”. Regole del commercio, tecnologie, flussi di investimento, difesa delle piccole e medie imprese – e con esse della classe media – sono centrali per accompagnare in modo ordinato una ripresa non solo economica ma anche sociale. E non possono che essere affrontate in via multilaterale. Un quadro di regole certe ed una ritrovata convergenza in merito ad una crescita senza squilibri rappresentano il viatico necessario anche per l’affermarsi della nostra diplomazia economica, essenziale sia per riportare il contributo percentuale della domanda estera al Pil italiano a livelli pre-Covid e superarli; che per affermare, definitivamente, l’attrattività dei nostri asset, a precise condizioni, per gli investitori globali.

Task Force Italia, e le sue partner organization, proveranno nel dibattito di martedì a lanciare provocazioni e raccogliere spunti per un futuro sempre più frenetico nel suo realizzarsi, i cui semi stiamo gettando oggi. Un angolo, quello che si è provato a delineare, chiaramente solo parziale: ma che impegnerà non poco l’ambasciatore Massolo, i colleghi e i gentili ospiti, nel disegnare scenari ed ipotizzare ricette concrete.

Le opinioni contenute in questo articolo riflettono esclusivamente la personale visione dell’autore

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