Tra i leader americani nessuno conosce l’Ucraina come lui. Cosa cambia per Kiev con Joe Biden alla Casa Bianca? I tempi per una normalizzazione dei rapporti con la Russia sono maturi o continueranno le tensioni? L’analisi di Dario Quintavalle

Nel 2014 l’Ucraina balzò agli onori delle cronache per la rivolta di EuroMaidan, che depose il presidente Yanukovich, e la successiva occupazione russa della Crimea, cui seguì la guerra civile nelle province orientali del Donbas. Ora è sparita dai radar, ma rimane la pietra d’inciampo su cui si misura la salute delle relazioni tra Occidente e Russia. Se non si normalizzano i rapporti tra Ucraina e Russia, non si normalizzano nemmeno quelli tra Russia e Occidente. Vediamo dunque quali sviluppi sono prevedibili nell’immediato.

Nel 2019 il Paese, “un po’  per celia e un po’ per non morire” ha consegnato le chiavi del Palazzo Presidenziale a Volodymir Zelensky, un comico populista. Il nuovo presidente ha scoperto che i metodi che usava nelle sue sit-com difficilmente sono applicabili nella vita reale, e sta sperimentando i maggiori rovesci proprio nella battaglia contro la corruzione, che pure era stato eletto per sradicare.

Non è dunque nella politica interna, ma nella politica estera – nei rapporti dell’Ucraina con Russia e Stati Uniti, e nella relazione tra questi ultimi – che sta la soluzione del rompicapo ucraino.

Trump aveva messo l’Ucraina in mezzo a una vicenda di politica interna – il cosiddetto affare Burisma – un buco nero che ha quasi inghiottito la sua presidenza. L’elezione di Joe Biden è stata dunque accolta con comprensibile sollievo a Kiev.

Il presidente eletto vanta una conoscenza del Paese diretta, profonda, e di lunga data, che supera probabilmente quella di qualsiasi altro leader statunitense nella storia.

Biden ha infatti un’esperienza internazionale come pochi, negli Stati Uniti. Per buona parte dei suoi 36 anni come senatore, ha fatto parte della Commissione Affari Esteri. In tale qualità ha viaggiato molto e incontrato decine di leaders e dignitari stranieri.

Ha dunque una ben precisa visione del ruolo degli Usa nel mondo: internazionalista, transatlantica, interventista. Egli incarna la politica estera tradizionale americana del dopoguerra che, nell’Institution Building e nel rafforzamento della democrazia attraverso lo Stato di diritto, vede il più sicuro baluardo di una pace duratura, e quindi del sistema di sicurezza degli Stati Uniti. Questa tradizione non è propriamente pacifista, non disdegna il ricorso alla forza, ma è comunque prudente e orientata al negoziato attraverso l’impiego della diplomazia tradizionale.

Come vicepresidente degli Stati Uniti con Obama, ha assunto il portafoglio dell’Ucraina durante e dopo le proteste di massa (“Maydan”), che tra il 2013 e il 2014 portarono alla cacciata del presidente filo-russo del Paese, Viktor Yanukovich.

Dopo l’annessione russa della penisola di Crimea nel marzo 2014 e lo scoppio della guerra civile nel Donbas, per l’Ucraina il sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti fu fondamentale. Biden ha compiuto ben sei viaggi a Kiev, pronunciando anche un duro discorso al parlamento ucraino in cui sollecitava i dirigenti del paese a un atteggiamento più deciso nella lotta alla corruzione.

Anche se prevalse la linea più prudente di Obama rispetto a quella del suo vice, la sua azione fu comunque decisiva. L’Ucraina era all’epoca sull’orlo del collasso, con appena 8000 soldati davvero pronti alla guerra, e intere regioni orientali infeudate ad oligarchi indecisi se mantenere la loro lealtà a Kiev o percorrere la strada della secessione verso Mosca.

La cura, fatta di robuste iniezioni di aiuti finanziari e di sostegno alla costruzione di istituzioni, soprattutto giudiziarie, efficienti e libere dalla corruzione, sta certamente funzionando, pur se il paese è tuttora il più povero d’Europa, e la situazione nell’Est è lungi dall’essere risolta.

Non c’è ancora, invece, alcun indizio di una riappacificazione tra Russia e Ucraina, ma certo molte cose sono cambiate dalla drammatica rottura del 2014.

Durante la recente crisi bielorussa, Mosca ha evitato di farsi coinvolgere, e in tal modo le manifestazioni pro-democrazia non hanno assunto un connotato anti-russo. Segno che dalla crisi del 2014 sono state apprese delle lezioni.

Ucraina e Russia sono sempre più estraniate, ma questo è paradossalmente un bene. Nel 2014 fu proprio la mancanza di distanza, il coinvolgimento emozionale, la credenza in un Mondo Russo da reintegrare, e in più nostalgie dell’Impero, a condurre la Russia a una reazione eccessiva.

Oggi l’Ucraina è semplicemente un vicino straniero, un Paese che nonostante tutto non le è completamente ostile. I tempi, forse, sono maturi per una normalizzazione dei rapporti.

Molto dipenderà dunque dai rapporti tra Russia e Stati Uniti. Biden non subisce certo il fascino di Putin, ma ha un’esperienza della Russia che data alla Guerra Fredda: quindi non identifica, come molti oggi, il Paese solo con il suo leader, e pensa che con la Russia occorra negoziare e non percorrere la rotta di collisione. Una rotta che passerebbe direttamente dentro l’Ucraina.    

La Russia ha fissato una chiara linea rossa: non vuole alle porte un altro paese Ue e Nato, come sul Baltico. Una condizione che non dovrebbe essere difficile da accettare: ad entrambi gli schieramenti fa assai più comodo uno stato cuscinetto che una nuova linea di frizione.

Inoltre, vuole che le sia riconosciuto un ruolo internazionale adeguato al suo rango di membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

E appunto, perché Biden possa raggiungere i suoi obiettivi politici – rilanciare il controllo degli armamenti, combattere il cambiamento climatico, porre fine alla pandemia di coronavirus e stabilizzare il Medio Oriente – sarà necessaria la collaborazione della Russia. Il primo test sarà il 5 febbraio prossimo con la scadenza del trattato New Start. Potrebbe essere l’inizio di un disgelo, e di un grande accordo che comprenda anche il dossier ucraino.

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