Con le nuove politiche sulla privacy di WhatsApp, sempre più utenti migrano sull’app opensource Signal. Che non piace ai regimi (da Teheran a Pechino) perché non cede i dati e che può rivelarsi uno strumento per Biden per frenare la repressione digitale

Nelle ultime 24 ore, come racconta Down Detector, l’app di messaggistica Signal ha riscontrato alcuni problemi. Colpa dei milioni di nuovi utenti che, infastiditi dalle nuove politiche sulla privacy di WhatsApp, hanno cercato rifugio nella piattaforma opensource, che è stata costretta ad adottare nuovi server e capacità extra per far fronte ai 7,5 milioni di download registrati la scorsa settimana (in aumento del 4.200% rispetto alla settimana precedente).

Che cos’ha spinto molti — tra cui Elon Musk, secondo Forbes l’uomo più ricco del mondo, che ha twittato due parole: “Use Signal” — a scegliere l’app? La risposta è semplice: la sicurezza. Come spiega Open, “Signal è un’app gratuita ed è gestita da un’associazione no profit che si occupa prima di tutto di protezione della privacy. Gli unici dati che la Open Whisper Systems dichiara di conservare nei suoi server sono quelli che indicano il momento in cui un utente ha deciso di creare il suo account e il suo ultimo accesso alla piattaforma. Le chat quindi sono protette anche nel caso in cui i suoi utenti dovessero finire sotto indagine. L’azienda non può consegnarle perché nemmeno gli sviluppatori possono accedere. Se volete poi un ulteriore grado di sicurezza, per ogni conservazione potete recuperare un codice di sicurezza da confrontare con la persona con cui state parlando”.

Lindsay Gorman, Emerging Technologies Fellow presso l’Alliance for Securing Democracy al German Marshall Fund, ha ricordato su Twitter che Open Whisper Systems (che poi è diventata Signal nel 2015) è nata anche grazie al fondo governativo statunitense Open Technology Fund, la cui mission è sostenere “tecnologie e comunità aperte che aumentano la libertà di espressione, aggirano la censura e ostacolano la sorveglianza repressiva come modo per promuovere i diritti umani e le società aperte”.

Per rendersi conto dell’impatto “democratico” di questa app basti pensare che nei giorni scorsi è stata rimossa dagli store digitali in Iran. Un Paese in cui Twitter è vietato ma utilizzato spesso da leader come la Guida suprema Ali Khamenei e il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Lo stesso in cui l’attivista Ruhollah Zam, fondatore del canale Telegram AmadNews (Voce del popolo) è stato giustiziato un mese fa. Secondo Amir Rashid del newyorchese Miaan Group la prossima mossa del regime di Teheran è lo stop all’applicazione: l’esperto ha spiegato a RFE/RL che “spesso” le autorità iraniane “prima ordinano di rimuovere” un servizio “e poi lo bloccano”.

Ma l’Iran non è l’unico Paese in cui i dissidenti hanno cercato rifugio su Signal. L’app, infatti, è diventata molto popolare anche tra gli attivisti pro democrazia di Hong Kong. La sua “fortuna” è riassunta in un tweet di luglio a commento dell’indisponibilità (per ora) di Facebook, Google, Twitter, Zoom e LinkedIn di dare i dati degli utenti alle autorità di Hong Kong dopo l’approvazione (a giugno) della contestata Legge sulla sicurezza nazionale utilizzata per reprimere il dissenso: “Non abbiamo mai iniziato a consegnare i dati degli utenti alla polizia di Hong Kong. Inoltre, non abbiamo dati degli utenti da consegnare”. È questa la sua forza: non gestire i dati.

Ed è per questo che Gorman, assieme a Karen Kornbluh, direttore della Digital Innovation and Democracy Initiative del German Marshall Fund, aveva sostenuto a luglio su NBC News la necessità per gli Stati Uniti di tornare a investire in strumenti come Signal. “La repressione digitale che si sta espandendo a Hong Kong e in tutto il mondo, deve essere affrontata dalle democrazie con gli strumenti del 21° secolo”, scrivevano.

Il presidente uscente Donald Trump ha scelto l’approccio opposto tagliando i finanziamenti all’Open Technology Fund. Joe Biden tornerà indietro e guarderà avanti? Un indizio fa pensare che sì, lo farà: Laura Rosenberger, direttore dell’Alliance for Securing Democracy e senior fellow del German Marshall Fund, è stata scelta dal presidente eletto come senior director per la Cina al Consiglio di sicurezza nazionale.

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