La politica populista si trova ad affrontare due tornanti che ne dovranno per forza di cose ridisegnare la rotta. Il primo, ovviamente, è la pandemia. Il secondo, più modestamente, è la crisi di governo. Sono due passaggi che richiedono tutti e due, fortissimamente, un ritorno di fiducia. Il commento di Marco Follini

Il populismo è, essenzialmente, una crisi di fiducia. Nasce dal venir meno della credibilità delle istituzioni, si alimenta di sospetti e diffidenze, ricorre a spiegazioni e argomenti che fanno perno sulla estrema semplificazione di tutte le complessità che il vivere insieme e l’occuparsi della cosa pubblica rendono invece indispensabili. Laddove la politica cerca faticosamente di convivere con i problemi (e con gli altri), il populismo suggerisce piuttosto la ricerca di un capro espiatorio a cui addossare comodamente tutto il peso delle difficoltà che tocca attraversare.

Ora, però, sia detto senza ingiuria, la politica populista si trova ad affrontare due tornanti che ne dovranno per forza di cose ridisegnare la rotta. Il primo, ovviamente, è la pandemia. Il secondo, più modestamente, è la crisi di governo. Sono due passaggi che richiedono tutti e due, fortissimamente, un ritorno di fiducia. Nel primo caso si tratta di fidarsi della scienza, delle sue competenze, della sua neutralità, della sua capacità di offrirci cure e soluzioni sulla base di parametri scientifici che nessuno si permette di avvolgere nella nube dei sospetti. Nel secondo caso, più modesto ma in questi giorni assai cruciale, si tratta di fidarsi dei propri alleati e dei patti che con loro si sottoscrivono più o meno volentieri.

In altre parole ci accorgiamo, in questo tornante della nostra Storia, di quanto abbiamo bisogno di fiducia, e perfino di credulità. Abbiamo bisogno di sapere che medici e ricercatori (e anche le odiate case farmaceutiche) stanno provvedendo a metterci in sicurezza -per quanto possibile. E nel piccolo microcosmo della pseudo-crisi di governo i nostro eroi hanno bisogno, anche loro, di fidarsi gli uni degli altri e di poter scommettere a vicenda sulla reciproca disponibilità a tener fede ai patti.

Ora, una volta enunciato il compito, balza all’occhio la difficoltà di risolverlo fin tanto che il canone populista resta in auge. Lasciamo da parte la questione grande, quella della pandemia, dove pure il sano istinto di sopravvivenza delle persone ha raso al suolo le follie no-vax che fino a qualche tempo fa pascolavano indisturbate nell’immaginazione di tanti. E veniamo alla questione piccola, la quasi-crisi di governo che si va svolgendo in queste ore. È evidente che tra Conte e Renzi è in atto una disputa nutrita da ambo le parti da una cospicua dose di diffidenza. Ed è evidente altresì che l’unica soluzione disponibile per chi non vuole andare a votare sta nella ricostruzione di un legame di fiducia tra i partiti che hanno contratto il legame che ha dato vita a questa compagine.

Ora questa fiducia non c’è. E non è un caso che sia così difficile ricostruirla. Il fatto è che fino a quando il codice populista, che si nutre appunto della maggiore diffidenza, resterà indisturbato (e anzi, adottato perfino da quanti dovrebbero contrastarlo), quel guado non sarà mai attraversato.

Per ricostruire questa maggioranza, formata dalla combinazione tra populisti e no, occorre che si affermi un’altra visione delle cose della politica. Impresa tutt’altro che facile, è ovvio. Ma poiché questa è una crisi di sistema, e non una crisi di governo, finché non si metteranno in discussione i pilastri del sistema tutti i i governi continueranno inevitabilmente a traballare. E a deludere.

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