Ci si aspettava che i protagonisti della conferenza stampa fossero i tre esponenti di Italia Viva dimissionari. Ma invece, Matteo Renzi ha iniziato la conferenza annunciando di volersi fare da parte e avvisando che avrebbe lasciato spazio alle domande per i tre, se non fosse che, dopo 45 minuti di Renzi, non si era ancora udita una sola parola da questi ultimi. L’analisi di Martina Carone, consulente in strategie di comunicazione per Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Alla fine è successo. C’è chi ci sperava e chi invece lo dava per improbabile, eppure alla fine Matteo Renzi ha fatto Matteo Renzi. Ritirando le sue ministre, infatti, il leader di Italia Viva ha aperto la crisi e passato la palla a Conte. Da giorni le voci e le dichiarazioni si rincorrevano e, alla fine, la decisione di Renzi è stata confermata da una conferenza stampa che ha avuto luogo nel pomeriggio di ieri. Una conferenza che ha fatto discutere.

Commentata in tempo reale su Twitter in piena logica second screen, la conferenza è stata sviscerata sotto diversi punti di vista: il modo di porsi dell’ex primo ministro, la natura delle critiche portate avanti verso i metodi comunicativi di Giuseppe Conte e, last but not least, il ruolo delle ministre in una conferenza stampa cruciale per il loro percorso politico e per i destini del Governo.

Innanzitutto, è stato Matteo Renzi a indire la conferenza ma – come era prevedibile – al centro dell’incontro c’era l’ormai atteso annuncio delle dimissioni delle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, nonché di Ivan Scalfarotto, sottosegretario al ministero degli Esteri.

Ci si aspettava quindi che i protagonisti della conferenza stampa fossero i tre esponenti di Italia Viva, pronti ad annunciare la loro uscita dal governo. Ma invece, Matteo Renzi ha iniziato la conferenza stampa annunciando di volersi fare da parte e avvisando che avrebbe lasciato spazio alle domande per i tre – se non fosse che, dopo 45 minuti di Renzi, non si era ancora udita una sola parola da questi ultimi. I commenti sul tema si sono rincorsi su Twitter: “Ma le ministre quando parlano?” chiede l’economista Veronica de Romanis, e poco dopo Matteo Renzi quasi le risponde a sua insaputa: “Teresa Bellanova non è un segnaposto”, afferma, salvo poi occupare metaforicamente il suo posto, quello di Elena Bonetti (che peraltro, aveva anche la delega alle Pari Opportunità) e di Ivan Scalfarotto, togliendo loro spazio mediatico e, paradossalmente, rilevanza politica.

Un meccanismo che non è passato inosservato; “dire che Bellanova non farà mai da segnaposto mentre le sta facendo fare esattamente la segnaposto è un estratto puro di renzismo”, commenta Alberto Infelise de La Stampa. E, in effetti, l’intera conferenza stampa è intrisa di renzismo.

Innanzitutto, l’abilità oratoria e la disinvoltura di Matteo Renzi hanno attirato l’attenzione prevalentemente su di lui; Renzi è stato l’unico a fare dichiarazioni spontanee e l’unico, nelle due tranche iniziali di domande, a rispondere ai giornalisti, lasciando alle ministre e al sottosegretario la seconda parte della conferenza stampa e non lasciando loro neanche lo spazio per annunciare le proprie dimissioni. Una seconda parte non meno importante, ma certamente meno mediatica, meno seguita e, soprattutto, seguita da audience diverse.
I canali all news e gli speciali dei TG, infatti, hanno fatto il gioco di Renzi: dopo i primi 45 minuti hanno staccato il collegamento per tornare ai commenti degli ospiti degli speciali che seguivano la crisi di governo imminente, di fatto “oscurando” gli interventi dei tre veri protagonisti della crisi.

Eppure, questa è la natura di Matteo Renzi: costruire la propria comunicazione su narrazioni ben strutturate e, in fin dei conti, non lasciare mai il palcoscenico ad altri. La centralità delle donne, il riconoscimento del valore degli esponenti di spicco del suo partito e l’utilizzo consapevole e strategico dei nuovi media sono solo alcune delle chiavi narrative che formano il renzismo. Un utilizzo sapiente che ha contraddistinto le sue stesse esperienze al governo, nonostante ieri lo stesso Renzi abbia accusato il premier Conte di aver pensato troppo alla comunicazione, trascurando le regole formali della democrazia.

Le critiche al metodo di comunicazione Conte-Casalino da parte di Renzi sono state piuttosto chiare: sotto accusa le “veline”, l’ossessione per i like, le dirette Instagram e i fan su Facebook. Forse Renzi si è dimenticato di essere stato proprio lui il primo grande esponente politico ad usare i social media in favore delle istituzioni, di aver utilizzato per anni lo strumento delle “veline” per dare il proprio “spin” ai media, di essere stato lui l’ideatore degli hashtag, dei neologismi (“gufi”) e delle slide ad uso giornalistico. Il Matteo Renzi comunicatore di governo è stato un modello per tanti, forse anche per Giuseppe Conte e Rocco Casalino. Anche se loro, pubblicamente, non lo ammetteranno mai.

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