Tenere in scacco il governo è lo schema ormai assodato con cui Renzi tenta di restare al centro dell’agenda e di aumentare il proprio potere contrattuale (visto che i sondaggi…). L’analisi di Martina Carone, consulente in strategie di comunicazione per Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Lo schema di gioco di Matteo Renzi sembra ormai consolidato. Il senatore tende a proporsi come salvatore della patria, padre putativo della democrazia e vessillo dell’antipopulismo, con l’obiettivo di formare nuovi governi (e votargli la fiducia con i se, con i ma e alle proprie condizioni) salvo poi minacciare di far cadere tutto quando il vento non gli aggrada.

Uno schema che gli ha permesso di mantenere un ruolo centrale nella politica italiana pur avendo consensi simili ai grassi saturi negli yogurt magri. In effetti, se l’obiettivo era quello di aumentare i propri consensi, finora le scelte strategiche di Matteo Renzi non sono state granché efficaci.

Per tutto il 2020, secondo la Supermedia di YouTrend, infatti, Italia viva si è aggirata intorno a un poco entusiasmante 3%, un risultato che appare poco soddisfacente per un partito nato con l’ambizione di diventare il contraltare dei populismi.

Eppure lo stesso Matteo Renzi sa che questo 3% non si smuoverà a causa di scelte tattiche azzardate: il suo non è un elettorato critico e di opinione, ma una vera e propria fanbase, per sua natura fidelizzata e devota alle sue scelte.

Scelte che ai più sembrano istintive: ci si potrebbe chiedere per quale motivo Matteo Renzi minacci la crisi, data la concreta prospettiva di ridurre i seggi di Italia viva in caso di ritorno alle urne.

Non è la prima volta che questo schema si ripete, e la domanda che sorge spontanea quindi è: per quale motivo il “senatore semplice di Scandicci”, come lui amava definirsi, continua a ripetere un meccanismo che non sembra giovargli a livello elettorale? La risposta potrebbe essere una: evidentemente, Renzi non è interessato ad ampliare il proprio consenso nel Paese. Per fare un esempio, il rischio di diventare il responsabile di una caduta del governo (in queste condizioni, in questo periodo) non lo metterebbe in buona luce agli occhi degli italiani.

La maggior parte di loro, infatti, spera in un ritorno alla normalità, non solo economica ma anche politica: secondo i dati Swg, l’incertezza è stata il sentimento predominante per gli italiani per tutto il 2020, ed è quindi facile immaginare che la maggioranza non veda l’ora che questo finisca.

Tenere il governo sospeso in questo limbo, quindi, potrebbe non essere una scelta saggia per ingraziarsi nuovi elettori.

Eppure la verità è che l’ex premier non può fare altro: tenere in scacco il governo è il suo modo, peraltro politicamente legittimo, di restare al centro dell’agenda e di aumentare il proprio potere contrattuale, utile in vista di conteggi parlamentari, rimpasti o nomine.

Il vero problema, a conti fatti, è che questa maggioranza si regge su compromessi e su delicati equilibri parlamentari, più che su un programma politico vero e proprio. È quindi fortemente esposta a ricatti politici: era così nel governo Conte I, è così nel governo Conte II, sarà così in un eventuale governo Conte III. E forse, in fin dei conti, la colpa non è di chi questi ricatti li fa. Ma di chi li rende possibili.

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