Il covid farà ciò che neppure lo Stato repubblicano riuscì fare:  rendere la scuola uno strumento utile al rinnovamento delle condizioni sociali e culturali e all’emancipazione di ampi spazi della società, attraverso le scelte familiari.

L’esperienza-limite di don Lorenzo Milani esprime con cruda chiarezza questo paradosso: “Voi dite che Pierino del dottore, scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo, serio: Non si dice lalla, si dice aradio. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola. “Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua”. L’ha detto la Costituzione pensando a lui.” (Milani L., Lettera ad una professoressa, Libreria ed. fiorentine, Firenze, pp 16-19)

Dal 1962, con l’istituzione della scuola media unica, statale e gratuita, lo Stato intende realizzare il diritto allo studio sancito dalla Costituzione repubblicana; vuole inoltre rispondere alle esigenze delle Famiglie in rapporto al mondo del lavoro e – più in generale – della cultura della complessità. La scuola italiana, però, rivela nel contempo una contraddizione propria: nata come area di privilegio, essa non può diventare davvero per tutti senza cambiare profondamente.

Il covid conferma questo dato e ci riconsegna una scuola incapace di integrare, di colmare le disparità; al contrario, amplia la forbice fra ricchi e poveri.

E’ necessario collocarci a monte dei problemi, perché siano risolti con una logica differente da quella che li ha prodotti.

E’ in questo caos che il covid si è inserito, accelerando e completando il collasso del sistema scuola Italia. Pertanto, sovraffollamento delle aule, penuria di mezzi di trasporto e squilibrio di organico sono le vere ragioni della chiusura e dell’impedimento alla riapertura. La scuola non ha chiuso a causa del covid e non resta chiusa a causa di ciò, bensì perché ci sono questi tre grossi problemi che vanno affrontati, sui quali il covid continua a sfidarci.

Infatti la scuola, ricorrendo alla DAD senza essere pronta (eroici i docenti) e senza gli strumenti (connessioni e computer), ha prodotto danni drammatici su 8 Mln di studenti, che hanno perso un anno scolastico e ora stanno bruciando il secondo, con lacune culturali enormi e dei danni psicologici senza precedenti che già vediamo e che esploderanno a venire.
I danni immediati: 1.600mila alunni non raggiunti dalla DAD (senza cultura non c’è emancipazione per le classi sociali più fragili); 300mila allievi disabili in una condizione di isolamento che li ha fatti regredire in modo irrimediabile, soprattutto i più poveri; più 15% di femminicidio. Da fine febbraio 2020 ad oggi: una deprivazione culturale e sociale senza precedenti, che ha penalizzato poveri e disabili, negando ai ragazzi l’unica opportunità di riscatto sociale che è la scuola.

E’ evidente che ci sono delle criticità sulle quali occorre intervenire proprio in queste ore, se vogliamo davvero far ripartire la scuola e non solo a parole.

Senza questi interventi a settembre 2021 le cose non cambieranno perché è chiaro che, non essendo il virus il problema reale, non sarà il vaccino la soluzione al problema….

A bocce ferme, senza fare nulla, cosa accadrà a settembre 2021? Il sistema si riorganizzerà da sè in modo autonomo e naturale ma gravemente deformato:

  • La percentuale di 1 bambino per ogni classe che ha abbandonato la scuola diventerà cronica; il rischio di 34mila abbandoni scolastici in queste ore, che diventeranno definitivi, sarà reale; avremo manovalanza fresca per la mafia e la camorra;
  • le famiglie più facoltose si saranno organizzate con la scuola parentale, le c.d. home schooling;
  • le scuole paritarie sopravvissute, pur di non chiudere privando per sempre il Paese di una parola alternativa, si adegueranno e chiederanno rette di 5.500 euro: tanto costa un allievo, nè di più nè di meno;
  • la scuola statale, ancora priva di autonomia organizzativa ma con classi dimezzate grazie all’abbandono scolastico e alle alternative che una buona percentuale di ricchi avrà individuato, saranno dimezzate, avranno la capienza e potrà ripartire il teatro dell’assurdo: soldi a pioggia, senza controllo, docenti sottopogati in cambio della promessa del posto fisso, senza valutazione e meritocrazia.

Le soluzioni sono state servite su un piatto d’argento da mesi: un utilizzo congiunto delle 40 mila scuole statali e delle 12 mila paritarie con nuove linee di finanziamento e censimento dei docenti.

Ma la partita è aperta: non si gioca sulle soluzioni semplici e scontate, ma su un braccio di ferro. Il vincitore? Il buon senso o il non senso. La situazione è grave. Tertium non datur

 

 

 

 

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