Clima, ambiente, rinnovabili saranno parole chiave del 2021. La Commissione Ue vuole cogliere fino in fondo l’opportunità del Next Generation Eu, e vuole farlo insieme all’amministrazione Usa di Joe Biden, spiega il direttore del DG Clima della Commissione Ue Mauro Petriccione

Il 2020 è uno spartiacque per il clima? Il contesto internazionale è cambiato. In pochi mesi sono stati raggiunti risultati impensabili per trent’anni. Con il rinnovo degli NDCs, Parigi è più vicina. Per vincere la sfida, le emissioni globali dovranno calare del 7,6% all’anno fino al 2030.

Con i recenti impegni unilaterali e gli accordi per la Brexit e il Cai, l’Europa ha aperto la strada per una riforma del sistema energetico e del commercio internazionale. Il G20 italiano avrà un ruolo per la rifondazione della nuova economia in vista delle Cop di Glasgow e Kunming?

Di recente, la Ue, seguita da altre grandi economie del pianeta hanno assunto impegni unilaterali e non condizionati per azzerare le emissioni di carbonio e degli altri gas ad effetto serra. Se l’uscita dall’era fossile passa per un nuovo sistema fiscale e la leva dei prezzi, le norme del Wto, a partire da quelle sui sussidi ai carburanti fossili, sono obsolete. Siglati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, l’accordo per la Brexit e quello di principio sugli investimenti con la Cina segnano un cambio di passo su questa strada.

L’accordo con Londra sancisce l’impegno a ridurre le emissioni, incluso il trasporto aereo, e stabilisce chiari meccanismi di monitoraggio e applicazione per il carbon pricing. Quello di principio con Pechino si innesta nella dinamica virtuosa di collaborazione strategica per clima e ambiente in vista degli appuntamenti della Cop26 di Glasgow sul clima e della Cop15 di Kunming sulla biodiversità. Principi (e misure) di sostenibilità ambientale e climatica entrano negli accordi economici dell’Unione. Una strada anticipata a parole, ma mai battuta fino ad ora, che diventa strumento di convergenza per assicurare il “level playing field” necessario a Bruxelles.

“Per la prima volta nella storia la Eu sta integrando obiettivi climatici in tutte le politiche settoriali e negli accordi di commercio internazionale”, spiega Mauro Petriccione, il giurista italiano a capo della direzione generale per il clima della Commissione Europea, intervistato da Formiche alla fine di ottobre sul Green Deal e i negoziati climatici dell’Unione.

Proveniente dalla DG Trade, dove ha guidato il negoziato per il Ceta e l’Accordo di partenariato economico con il Giappone, Petriccione è un outsider rispetto ai soliti noti dei negoziati per il clima. “Con il Green Deal” dice, “la Ue deve dimostrare che un’economia a zero emissioni non solo è possibile, ma anche migliore e più equa. Una trasformazione di questa taglia, che è una rivoluzione, offre la possibilità di agire per evitare di perpetuare le diseguaglianze”.

Come nota l’ex ministro dell’ambiente Corrado Clini, un modello profondamente innovativo, che la Presidenza italiana del G20 sembra intenzionata a far proprio, approfittando anche del cambio di passo Usa.

Washington, ha annunciato un nuovo corso per energia e green-tech. Davanti “minaccia esistenziale” della crisi ambientale, Biden-Harris sono decisi a rimettere gli USA in corsa per la leadership industriale dell’economia post fossile.

La sfida è aperta. Anche in Europa, dove la priorità è la rimozione delle molte barriere e contraddizioni nelle regole in vigore. Primo passo, la direttiva sulla tassazione dell’energia (Etd), vecchia del 2003 e ormai obsoleta, secondo un recente rapporto della Commissione.

In parallelo alla trasformazione del mercato unico, Bruxelles tesse una rete di accordi internazionali che sostengano gli sforzi delle transizioni energetiche ed ambientali in atto.

“Standard, strumenti fiscali e leve di prezzo”, sottolinea Petriccione, “cambieranno modelli di produzione, tipologia di prodotti e catene di valore. Ma cambiano anche i prezzi delle risorse naturali e delle materie prime per adeguarli alla realtà” In conseguenza, potranno modificarsi anche i flussi commerciali.

“Se vogliamo costruire questo working model per l’economia del futuro”, come Petriccione definisce il risultato finale del Green Deal, “dobbiamo fare in modo di poter proteggere i nostri mercati dalla delocalizzazione delle emissioni”.

“Finora” continua Petriccione, “abbiamo avuto successo. Con il Green Deal però le nostre politiche climatiche diventano ancora più severe e se ne estende l’applicazione a tutti i settori. Perciò avremo bisogno di nuovi strumenti. Tra questi, il Carbon Border Adjustment Mechanism può assicurare la competitività dell’industria europea”.

Si tratta di una una tassa calcolata in base al valore delle emissioni necessarie alla produzione dei beni in ingresso o altri principi estesi di sostenibilità. L’obiettivo è evitare distorsioni competitive rispetto ai prezzi di beni prodotti all’interno dell’unione. “Il Cbam non sarebbe la mia prima scelta”, dice Petriccione, “ma è necessario nella cassetta degli attrezzi della Commissione”.

In quest’ottica, l’accordo con la seconda maggiore mondiale del pianeta e quello con Londra, lanciano un segnale inequivocabile anche agli Stati Uniti.

Grazie all’allineamento previsto sul carbon pricing nell’accordo per la Brexit, Londra non dovrebbe essere soggetta al Border Carbon Adjustment. Al contrario, è probabile che la Gran Bretagna possa voler seguire l’esempio dell’Ue nell’applicare una carbon tax sui beni importati. In questo quadro, non si può escludere che anche gli Stati Uniti decidano di inserire misure simili nei loro accordi commerciali.

In una prospettiva di medio periodo, un’area economico-produttiva vasta quanto l’Eurasia con i mercati di esportazione europeo e cinese potrebbero essere “blindati” e protetti dal carbon leackage da meccanismi di monitoraggio di parametri ambientali condivisi.

In altre parole, l’allineamento su clima e ambiente consente tanto a Bruxelles quanto a Pechino, di sfruttare i vantaggi competitivi acquisiti con accorte politiche su rinnovabili e green-tech e il potenziale di sviluppo intrinseco nella transizione eco-economica, ma anche di meglio resistere alle pressioni dei molti attori, statuali e non statuali, penalizzati dalla rivoluzione industriale in atto.

L’obiettivo dell’Ue non è altro che una rifondazione dell’economia dell’Ue. Bruxelles mira a creare il primo modello operativo per una transizione rapida verso un futuro digitale post-fossile per la geo-ecopolitica globale. Il mondo di domani sarà alimentato dalle energie rinnovabili. “E questo avviene”, chiarisce Petriccione, “sulla base di interessi strategici e geopolitici interni”. Nella corsa all’eco-futuro, detto semplicemente, l’Europa è in vantaggio.

Un esempio tra tutti lo offre l’industria dell’auto. Gli strali lanciati contro i piani di revisione delle direttive su emissioni e carburanti sono il segno di una feroce lotta di retroguardia contro l’elettrificazione e i veicoli a nuove energie. Come Nokia, l’automotive europeo rischia, sia pure con qualche lungimirante eccezione, di perdere la lotta per la sopravvivenza tecnologica.

Con l’annuncio del Cai, Bruxelles risponde ad interessi geopolitici propri, ma compatibili con la visione di sviluppo di Pechino, confermata dall’impegno per la neutralità carbonica entro il 2060. Nella visione della Commissione geopolitica di von der Leyen, il Green Deal è centrale. Se avrà successo, potrà diventare il nuovo patto fondativo della Ue in un continente politicamente integrato.

Tuttavia, nel grande gioco con la Cina, Bruxelles, non può non tenere conto del suo sistema originale di valori e degli equilibri internazionali; in particolare dello scontento americano. Il realismo politico di Pechino ha permesso così che nell’accordo trovassero spazio impegni in settori sensibili e politicamente controversi quali il lavoro e responsabilità sociale delle imprese; o il richiamo alla non ancora ben chiarita “neutralità competitiva” delle società di stato.

A spingere il cambiamento è però sempre la necessità economica. “Di fatto”, ricorda Petriccione, “la prossima rivoluzione industriale è già in atto”. La tecnologia sta già ridisegnando le catene produttive globali. In quest’ottica anche la nuova strategia della “dual circulation” cinese non è solamente una reazione alle crescenti tensioni geopolitiche, ma conseguenza di profonde mutazioni dei sistemi produttivi.

Interrogato sul rapporto con gli Stati Uniti e la Cina, Petriccione risponde che “Se in materia di energia e di indipendenza energetica, gli interessi geopolitici di Pechino e di Bruxelles sono più vicini, le differenze tra Europa e Cina restano però molto profonde e non possono essere ignorate. In senso politico, gli Usa restano l’alleato naturale dell’Europa.”

D’altro canto, Biden e un’azione concertata a livello di G20, oltre che la stessa realtà economica e nuovi interessi industriali, potrebbero modificare la prospettiva attuale della politica Usa.

La lotta per il clima del pianeta è una sfida globale che può essere combattuta solo con sforzi globali. Per questo e per molte altre ragioni, l’Ue non può che sperare che gli Stati Uniti, leader nella tecnologia, nell’innovazione e nell’ingegno creativo, si muovano per rivendicare il proprio ruolo di leadership per la transizione energetica. Non appena Washington riaffermerà i suoi impegni climatici, gli Stati Uniti potranno porsi alla guida di questa nuova fase della storia umana.

Ogni ciclo di innovazione risorge dalle ceneri del vecchio sistema. Chi accetta le sfide della disruption industriale, gli innovatori e i visionari, detteranno le regole della nuova geo-economia. E non è nella natura degli Stati Uniti l’andare a rimorchio.

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