Il 21 dicembre scorso il ministro Lorenzo Guerini ha siglato un memorandum con i colleghi di Regno Unito e Svezia che detta i principi per la “collaborazione paritaria” sul velivolo di sesta generazione. Il Tempest scalda i motori, e l’Italia punta al protagonismo in caso di convergenza con la proposta franco-tedesca

L’Italia è ufficialmente a bordo del Tempest, il velivolo di sesta generazione promosso dal Regno Unito, con l’assicurazione di un “collaborazione paritaria” per l’industria nazionale e il piazzamento necessario per essere protagonista in caso di convergenza con il progetto alternativo, l’Fcas di Francia e Germania. È quanto emerge dalla nota di palazzo Baracchini, che comunica ora la sottoscrizione di un memorandum tra Lorenzo Guerini e i colleghi inglese Ben Wallace e svedese Peter Hultkvist.

IL MEMORANDUM

La sigla risale allo scorso 21 dicembre. Si tratta di accordo trilaterale tutto dedicato al Tempest, “determinante per gli equilibri delle capacità militari e industriali a livello europeo e globale”, spiega la difesa italiana. Tecnicamente è il “Future Combat Air System Cooperation Memorandum of Understanding”, e detta i principi generali per una collaborazione paritaria tra i tre Paesi. Si applica a le attività dalla ricerca, allo sviluppo, passando per il “joint concepting”. Significa che l’Italia partecipa alla progettazione dell’intero sistema sin dal suo inizio, fase determinante per poter porre nell’agenda del programma i requisiti operativi delle Forze armate così come il ruolo dell’industria.

I PASSI PRECEDENTI

Lo scorso luglio, in occasione del salone di Farnborough (seppur in versione digitale), le industrie di Regno Unito, Italia e Svezia hanno avviato formalmente un gruppo di lavoro congiunto. Partecipano per ogni Paese le principali aziende del comparto aerospaziale: BAE Systems, Leonardo UK, Rolls Royce e MBDA UK per il Regno Unito; Leonardo, Elettronica, Avio Aero e MBDA Italia per il nostro Paese; Saab e GKN Aerospace Sweden per la Svezia. L’intesa industriale è il frutto della strada tracciata dai rispettivi governi nel corso del 2019, con due diverse dichiarazioni di intenti tra Londra e Roma, e tra Londra e Stoccolma. Per l’Italia, è arrivata a settembre dello scorso anno, con uno dei primi atti formali del ministro Guerini, a pochi giorni dall’avvicendamento con Elisabetta Trenta che aveva messo in piedi l’intesa con il Regno Unito . Lo scorso giugno poi, il sottosegretario Angelo Tofalo ha firmato una lettera d’intenti con l’omologo britannico Jeremy Quin finalizzata a rafforzare la collaborazione in campo aeronautico nella transizione tra Eurofighter e Tempest. A livello industriale, il primo “statement of intent” tra aziende italiane e del Regno Unito è arrivato anch’esso a settembre 2019, pochi giorni dopo la firma governativa.

LA TRANSIZIONE

Dopo il memorandum del 21 dicembre, seguiranno più avanti i “project arrangement” e la fase di “full development”, attualmente prevista a partire dal 2025. Fino ad allora, la Difesa di Londra ha già previsto uno stanziamento di 2 miliardi di sterline. Risorse previste anche dall’Italia. Nel Documento programmatico pluriennale (Dpp) per il 2020-2022, presentato a dicembre, il Tempest figura tra i programmi prioritari ma privi di copertura finanziaria. In realtà, ha specificato Guerini alle commissioni parlamentari competenti, “le risorse necessarie sono state individuate all’interno del programma operante Eurofighter”. Perché? “Perché il Tempest passa attraverso la transizione tecnologica che riguarda tale velivolo”.

LA LINEA DELL’ITALIA

Nella stessa occasione Guerini notava che il programma “rappresenta un’opportunità strategica che garantirà significativi sviluppi per la filiera nazionale”. Lo stesso è specificato dalla nota dedicata al memorandum del 21 dicembre: l’intesa “consentirà di valorizzare l’ industria nazionale, garantendo l’accrescimento del know-how in un settore pregiato come quello delle tecnologie abilitanti ai velivoli di sesta generazione”. Di più: “un ulteriore fattore di crescita economica per il Paese sarà rappresentato dal coinvolgimento delle piccole e medie imprese nazionali e il programma Tempest potrà riversare i propri effetti benefici anche sull’aspetto occupazionale nel settore dell’industria della difesa, nei centri di ricerca e nelle università”.

LA TRANSIZIONE

Un’ulteriore specifica della nota di palazzo Baracchini getta i riflettori su una delle ragioni che hanno spinto l’Italia ad aderire all’iniziative britannica, e cioè la comunalità della quinta generazione con l’F-35. Sarà la “base necessaria per la costruzione dei futuri velivoli”. Il progetto franco-tedesco (a cui ha aderito anche la Spagna) non pouò contare su tutto questo, essendo le aeronautiche dei tre Paesi prive di velivoli di quinta generazione. Italia e Regno Unito invece operano (e realizzano) già il Joint Strike Fighter.

CONVERGENZA?

Non si esclude comunque un convergenza con il Fcas. Anzi, l’Italia ritiene “auspicabile l’opportunità di valutare nel tempo una possibile convergenza dei due programmi, per rendere il prodotto europeo ulteriormente competitivo su scala globale, anche per non rischiare l’avvio di una concorrenza tra gruppi europei, non facilmente sostenibile e che rischierebbe probabilmente di andare a beneficio di altri attori regionali con capacità globali, che stanno sviluppando analoghe tecnologie”. Guerini a metà dicembre notava che “sarà opportuno presentarsi a quell’appuntamento già con un ruolo ben definito”. L’Italia ora ce l’ha.

E IL FCAS?

Intanto procede anche il fronte Fcas. A dicembre la Spagna ha ufficialmente definito il proprio ruolo. Emmanuel Macron e Angela Merkel siglarono una prima intesa nell’estate del 2017. Ad aprile 2018 si è aggiunta l’unione di intenti tra la francese Dassault e il colosso franco tedesco Airbus, capofila del progetto, e poi (a febbraio 2019) l’assegnazione da parte della Difesa di Parigi del primo contratto: 65 milioni di euro alle due aziende per la definizione dell’architettura generale e dell’organizzazione industriale del velivolo di nuova generazione. Lo scorso febbraio, si sono aggiunti i primi contratti di sviluppo per 150 milioni di euro, la Fase 1A, così da avere un dimostratore pronto a volare nel 2026 (in tutto serviranno per questo 4 miliardi).

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