Gestire l’invasione di uno Stato sovrano implica doversi confrontare con la “resistenza” e dunque adottare strategie di counterinsurgency. Cosa significa in uno scenario da seconda guerra fredda? L’analisi di Andrea Monti, professore incaricato di Diritto dell’ordine e della sicurezza pubblica, università di Chieti-Pescara

L’inoculazione di valori e stili di vita nella popolazione civile avversaria gioca un ruolo fondamentale in ogni forma di conflitto. Disgregare le strutture sociali avversarie, infatti, è il presupposto per indebolire la resistenza, facilitare l’accettazione della presenza straniera nel proprio territorio in caso di invasione o la dominazione, in caso di sconfitta.

In teoria il ragionamento è coerente e condivisibile da un punto di vista strategico ma, come sanno gli esperti di counterinsurgency, la sua applicazione concreta in uno stato di guerra guerreggiata (anche “per procura”) è molto complessa.

Per quanto possano comportarsi in modo corretto nei confronti della popolazione civile, le forze di occupazione rimangono sostanzialmente tali e generano “movimenti di liberazione” più o meno spontanei. Inoltre, il processo di sostituzione valoriale che consentirebbe di indebolire l’adesione a princìpi intrinsecamente contrari a quelli del vincitore richiede tempi molto lunghi e ha esiti imprevedibili. Non è un caso che dopo un’invasione militare o una guerra civile, il nuovo governo sia spesso costituito da componenti locali che, in realtà, sono sotto l’influenza (quando non il controllo diretto) del reale vincitore.

Il tema non è certo di oggi: basta pensare alle xenelasia spartane e, con un paragone ardito, al ruolo dei riti nella dottrina confuciana come strumento di controllo sociale: impedire l’ingresso di idee “nuove” (ma in realtà semplicemente “diverse”) immunizza dal virus del dubbio che indebolisce la fiducia nel sovrano.

Tuttavia, la weaponizzazione della cultura assume oggi una rilevanza particolare per il modo in cui si sta combattendo la seconda “non guerra” fredda e per il ruolo giocato dalle tecnologie dell’informazione.

Escludendo il conflitto armato diretto che —almeno per il momento— ciascuno degli attori non intende promuovere, gli ambiti di scontro immediatamente percepiti sono quello economico, tecnologico e da ultimo, come spiegato da Formiche.net, quello giuridico. Rimane invece sullo sfondo l’uso strategico della cultura (intesa in senso antropologico) e la sua integrazione all’interno della weaponizzazione delle scienze sociali e dell’antropologia in particolare.

Come dimostra l’incredibile rimonta del Giappone che da potenza nemica descritta dal presidente statunitense Harry Truman come una “nazione dalla condotta bellica terribilmente incivile e crudele” ha conquistato i cuori e le menti dei Paesi occidentali, la diffusione della cultura di un Paese in un altro Paese è fondamentale per gettare un ponte fra i due. Cosa lo attraversa, però, è un altro discorso: su un ponte, infatti, possono passare libri ma anche cannoni.

Non è un caso che, a torto o a ragione, il presidente uscente Donald Trump avesse anche deciso di bandire dagli Stati Uniti gli Istituti Confucio, accusati non solo di compiere atti di spionaggio, ma anche di diffondere propaganda e influenze malevoli.

Nella soft war economica e tecnologica la Cina compete da pari a pari con l’Occidente, ma in quella combattuta sul piano della cultura, la Cina è ancora molto indietro rispetto al suo avversario storico. A differenza del Giappone (che, peraltro, non è su posizioni antioccidentali e dunque non costituisce una minaccia anche solo potenziale) la Cina non è riuscita a radicare all’estero i propri modelli culturali. È ragionevole quindi aspettarsi che fino a quando Pechino rimarrà essenzialmente un “corpo estraneo” nell’immaginario collettivo dei Paesi occidentali, sarà difficile aspettarsi che i cittadini vedano la Cina come una presenza, se non amica, quantomeno “amichevole”.

Andrebbe, tuttavia, preso in considerazione il ruolo che la supremazia tecnologica cinese nell’elettronica di consumo potrebbe avere in uno scenario del genere. La diffusione di smartphone, tablet, computer, droni, assistenti vocali, piattaforme di social networking e di content sharing di origine cinese provoca, lentamente ma costantemente, l’accettazione di fatto della presenza di Pechino nella vita quotidiana. È un processo lungo e tutt’altro che lineare, ma è un processo iniziato e che non ha fretta di compiersi.

È una questione di ruolo e percezione del tempo che in Occidente e in Cina sono profondamente diversi. Da un lato c’è un orizzonte a breve termine, dall’altro una prospettiva di lungo periodo che consente, grazie a tanti piccoli passi, di percorrere distanze lunghissime senza che gli altri se ne accorgano.

Così, mentre la forza dell’Occidente è concentrata a combattere la parte yang dell’offensiva cinese, quella yin procede indisturbata. Nel rispetto della legge del Tao, quest’ultima evolverà fino a trasformarsi nel suo opposto. E quando ce ne accorgeremo potrebbe essere oramai troppo tardi.

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