L’ultimo saggio di Ferruccio De Bortoli racconta dei tanti che durante la pandemia hanno soccorso gli altri. Ma non solo. Illustra, sulla base di documenti e di inchieste giornalistiche, chi ha tratto invece profitto dalla tragedia di numerosissime famiglie

Le guerre sono sempre state fonte di arricchimento per pochi e di povertà per molti, anche se spesso pure i poveri – come la Madre Coraggio di Bertold Brecht – vivono dello stesso conflitto per il quale muoiono i loro figli. La pandemia in atto da circa un anno è una guerra, anche se non dichiarata e contro un nemico invisibile e subdolo nei confronti del quale non si è ancora trovata un’arma risolutiva.

Al momento in cui scrivo, ha contagiato 91 milioni di persone e fatto due milioni di vittime. Queste cifre, ricavate da Worldometer, sono approssimate per difetto dato che tali sono i dati di gran parte dei Paesi in via di sviluppo. Quanti hanno “fatto i soldi” (tanti o pochi) con il corona virus? Mancano stime a livello mondiale – forse l’Organizzazione Mondiale della Sanità farebbe bene a proporre un’analisi sugli effetti del virus sulla distribuzione dei redditi e sulla mobilità sociale, da realizzare in partnership con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Non ce ne sono neanche a livello nazionale.

L’ultimo saggio di Ferruccio de Bortoli  Le cose che non ci diciamo (fino in fondo), Milano, Garzanti, 2020, pp.150 € 16 – è, però, un contributo che apre alcuni squarci eloquenti. Il libro non riguarda unicamente la pandemia ma quello che circa venticinque anni fa Timur Kuran chiamò il processo di falsificazione delle informazioni nel magistrale Private truths, public lies: the social consequences of preference falsifications (Harvard University Press, 1995).

Ed è un processo strisciante della falsificazione delle preferenze che pervade da lustri la società e la politica italiana ed ha come implicazione un quarto di secolo di stagnazione della produttività e, quindi, una lunga crescita rasoterra con due recessioni quelle del 2008-2009 e del 2011-2012 ed una profonda depressione in parallelo con la pandemia. Essa sarà presumibilmente seguita da una lunga isteresi dato che le stesse stime ufficiali prevedono che occorrerà attendere il 2026 perché il Pil pro-capite torni ai livelli del 2019, a sua volta poco distante da quello di un quarto di secolo prima.

Il saggio è dedicato ai tanti che durante la pandemia hanno soccorso gli altri ed illustra, sulla base di documenti e di inchieste giornalistiche, chi ha tratto invece profitto dalla tragedia di numerosissime famiglie. Non si tratta delle grandi case farmaceutiche che hanno, invece, riposto prontamente alla richiesta di vaccini, sviluppandoli a tempo di record. Si tratta di tutti coloro, invece, che sono riusciti a intrufolarsi a loro vantaggio nei vari decreti per portare sollievo, o “ristoro”, ai settori ed ai soggetti più colpiti dalla pandemia, ad intermediare per la provvista di questo o quello (in primo luogo, le “mascherine”), a grattare e morsicare come i topi tutto ciò che appare commestibile, ossia dei piccoli “profittatori”, tra cui non ne mancano alcuni grandi.

Come è stato, ed è, possibile in una democrazia di un Paese avanzato e fortemente industrializzato che mentre molti perdono la vita per portare assistenza gli ammalati, altri lucrino? E che le autorità politiche ed amministrative preposte non blocchino questo andazzo? Il libro è, in primo luogo, un racconto in tredici capitoli ciascuno dei quali dedicato ad un aspetto del problema. Nel sottostante, però, ci sono due pilastri, uno di teoria economica ed uno di sociologia o scienza della politica.

Il primo è la teoria delle scelte pubbliche elaborata da James Buchanan che per i suoi studi in materia si meritò il Premio Nobel per l’economia nel 1986. In base ad essa, gruppi piccoli ma ben organizzati e ben agganciati riescono a indirizzare al loro privato tornaconto anche le politiche pubbliche con le aspirazioni più nobili. Il secondo è lo studio tutto italiano di Maurizio Ferrera pubblicato nel 1985 in cui venivano scavate le politiche sociali in Italia e, raffrontate con quelle degli altri maggiori Paesi, venivano definite con una propria caratteristica: “particolaristico- clientelari”.

Quale antidoto ad una società “particolaristico-clientelari” in cui gruppi e gruppuscoli plasmano le “scelte pubbliche” per il loro grande e piccolo guadagno? Come correggere il processo di falsificazione delle preferenze? Restiamo nel campo della disciplina economica, senza entrare in quello ben più ampio della scienza della politica. Lo insegna la teoria economica dell’informazione che prese avvio – pochi lo sanno – una cinquantina di anni fa all’Institute of Development Studies della piccola Università di Nairobi grazie ad un gruppo di (allora) giovani che studiavano le migrazioni da campagne a città (Joseph Stiglitz, Michael Todaro, Richard Jolly, John Harris, tra gli altri). Occorre correggere, rettificare, svelare.

Ed è quello che fa, in linguaggio piano ed a tutti accessibile, il libro di de Bortoli, in particola nei capitoli 2,4,5,6,10 ed 11. Per questo motivo va letto, regalato agli amici e dato anche ai “furbetti” nella speranza che si ravvedano. Lo fece pure Anfortas nel Parsifal di Wagner!

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