Le politiche energetiche e climatiche sono tra le priorità centrali della nuova amministrazione americana e questo costituisce, oltre che un’ancora di salvezza per gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, anche un’opportunità strategica per l’Europa, in cui il nostro Paese può giocare (se vuole) un ruolo importante. Il commento di Marco Margheri, presidente di Wec Italia, head of Us relations Eni

A poche ore di distanza dal giuramento, il presidente Biden ha mantenuto la promessa di ricondurre gli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi. Ha poi atteso solo una settimana per firmare una serie di ordini esecutivi necessari al rilancio della transizione energetica americana tra cui: la moratoria sulle nuove concessioni oil & gas su terre federali (oggi circa il 10% del totale della produzione americana – in decrescita, ma hanno un ruolo essenziale nelle economie di alcuni stati come il Wyoming e il New Mexico); lo sviluppo di nuovi strumenti di sostegno alle energie rinnovabili, in primis l’eolico offshore (con l’obiettivo di decarbonizzare il settore elettrico americano entro il 2035); previsioni di “green procurement” per promuovere l’efficienza energetica e l’elettrificazione dei trasporti delle pubbliche amministrazioni (con la clausola del “Buy American”).

La rilevanza di queste azioni, pur iniziali, non può essere sottovalutata. Sul fronte domestico, Biden conferma l’intenzione di dare al clima un posto centrale nella sua azione di governo; tutte le politiche domestiche saranno segnate dalla priorità della decarbonizzazione e le figure chiave dell’amministrazione lavoreranno per orientare in questa direzione tutti i programmi settoriali. Janet Yellen, ad esempio, che ha già indirizzato con forza le prime azioni del dipartimento del Tesoro a sostegno della finanza sostenibile. O ancora Pete Buttigieg, che dal dipartimento dei Trasporti dovrà mettere a terra uno dei più ambizioni programmi di investimento infrastrutturale del dopoguerra. Per la prima volta, alla Casa Bianca viene nominato un, anzi una, “National Climate Advisor”, Gina McCarthy (ex direttrice dell’Environmental protection agency nella seconda presidenza Obama); si tratta di una figura-simbolo per la transizione energetica americana: fu al centro di un’azione regolatoria estesa e ambiziosa nel settore energetico e ambientale, poi largamente rovesciata dalle decisioni dell’amministrazione Trump.

L’ordine esecutivo di Biden segue anche un altro importante elemento del dibattito americano, con l’iniziativa “Justice40” che dovrebbe garantire che 40% “dei benefici” delle azioni di spending pubblico arrivino alle comunità svantaggiate. Anche sul fronte internazionale, la nuova amministrazione ha accelerato: prima la nomina “senior” di John Kerry come Special envoy del presidente per il Cambiamento climatico (con un posto attorno al tavolo determinante del National Security Council), poi la convocazione di un “leaders’ Climate summit” in aprile in cui presentare (forse…) la Ndc – Nationally determined contribution americana, il ruolino di marcia della transizione energetica del paese. Infine, anche Samantha Power (ex ambasciatrice all’Onu, ora al vertice di UsAid) ha messo il cambiamento climatico al centro dei propri obiettivi.

Nonostante l’ambizione mostrata dalla presidenza, tuttavia, il futuro delle politiche statunitensi resta condizionato da molti fattori, a partire dal delicato equilibrio congressuale. La maggioranza democratica è fragile e nel partito non mancano divisioni. Basti ricordare che il neopresidente della commissione Energia del Senato, Joe Manchin, è eletto – con un consenso mai venuto meno, neppure durante l’era Trump – in West Virginia, terra di miniere di carbone e di paura del futuro. Per convincere l’amministrazione dovrà trovare un equilibrio chiaro e inequivoco tra un’azione climatica incisiva (e credibile sul piano degli impegni di lungo periodo) e uno sviluppo economico equilibrato (e capace di reggere la pressione della Cina).

Sia Biden, sia Kerry, parlando della transizione energetica, hanno sempre affermato che nell’economia decarbonizzata si possono sprigionare più opportunità e posti di lavoro (“good paying, middle class jobs”) che nei settori tradizionali; molti studi hanno suffragato questa visione, da Harvard, alla Brookings Institution, ai rapporti periodici dell’ex segretario all’energia di Obama, Ernest Moniz con la sua Energy futures initiative. E, però, dove saranno questi nuovi lavori? Di che competenze avranno bisogno? Come fare ad aiutare chi, inevitabilmente, resterà indietro? Come evitare che la transizione energetica sia un ulteriore macigno tra due Americhe, già così polarizzate tra le miniere del Colorado o pozzi del Wyoming da un lato, dall’altro l’innovazione tecnologica, economica e sociale delle coste?

La Presidenza Biden dovrà dunque trovare sia un equilibrio negoziale domestico, sia un quadro internazionale compatibile con una “politica estera per la classe media”, con più valore per gli americani e meno tariffe per i concorrenti.

Sul fronte domestico, troviamo una prima pista bipartisan in uno degli ultimi scritti di George P. Shultz, grande segretario di Stato dell’era Reagan, deceduto il 7 febbraio scorso. Nel gennaio del 2020, Shultz scriveva con Ted Halstead (voce importante del dibattito sul clima, anch’egli prematuramente scomparso): «Senza un piano climatico ambizioso, i Repubblicani rischiano un’emorragia di elettori giovani, che hanno un’attenzione per questo tema molto più elevata». Shultz, come James Baker, suo successore al Dipartimento di Stato, riteneva che il cambiamento climatico fosse una sfida strategica per gli Stati Uniti; credeva fortemente nella costruzione di strumenti di mercato capaci di dare segnali di prezzo efficienti e sostenere investimenti innovativi. Pur minoritari nel Gop, molti sono i discepoli di Shultz e Baker, in Congresso e nel movimento repubblicano; qualcuno dei loro allievi è persino nel team della nuova presidenza. E non bisogna dimenticare che Kerry, da vicegovernatore del Massachusetts, fu tra i primi politici americani a utilizzare strumenti di mercato nella policy ambientale (in quel caso con l’avvio del mercato dei titoli per le piogge acide).

Altre voci democratiche hanno invece preso posizione per una vera e propria carbon tax, come la stessa Janet Yellen o – fuori dall’arena politica – Bill Gates (ad esempio, in un’intervista fondamentale alla rivista The Atlantic del 2015). Siamo ancora molto distanti da un accordo sul carbon pricing a livello federale, ma c’è un terreno di confronto, che potrebbe portare a risultati non scontati. Il primo terreno di convergenza sarà certamente quello dell’innovazione e delle tecnologie. Gates aveva parlato di “miracoli energetici”; la stessa Agenzia internazionale dell’energia ci ha ricordato l’anno scorso che oltre il 50% degli obiettivi di riduzione delle emissioni dipende dallo sviluppo di tecnologie oggi non esistenti. Tra le due ali del Congresso ci sono interessi convergenti in molti settori, dal nucleare, allo stoccaggio, alla Carbon capture utilization and storage, allo sviluppo delle rinnovabili (ormai determinanti in molti stati repubblicani, a partire dal Texas), alla nuova frontiera dell’idrogeno blu e verde; anche sullo sviluppo dei biocombustibili ci sono margini di accordo tra constituency diverse.

In linea con le indicazioni dell’Aie, l’America sta pragmaticamente scegliendo un approccio “all of the above”, basato sui costi e sull’efficacia delle tecnologie: nella policy americana saranno integrate tutte le opzioni, per operare da subito nel modo più efficiente su tutti i settori della domanda e tutti i vettori, dagli elettroni alle molecole, che ancora a lungo saranno necessarie ai trasporti e all’industria. Nel processo di nomina dei political appointees, i Dipartimenti dell’energia, dei trasporti, degli interni (responsabile per il permitting), oltre che i team dedicati alle politiche climatiche e ambientali, sono stati riempiti di esperti di ciascuno di questi settori, nessuno escluso. Kerry stesso lo ha rivendicato al B20 di Roma, con l’insistenza sul valore delle collaborazioni industriali e l’attenzione rivolta sì allo sviluppo delle rinnovabili e dell’elettrificazione (oltre che dei veicoli elettrici), ma anche alla cattura della Co2 (a poche ore dell’annuncio dello stesso Elon Musk di un investimento diretto in quel settore).

Biden e i democratici sanno che verranno misurati sulla capacità di lasciare un’impronta strutturale, difficile da cancellare poi con un tratto di penna. Per questo, oltre a ingaggiare i repubblicani, il presidente ha attivato sul clima un approccio “whole of government”, in cui frutti duraturi potranno essere dati anche da interventi meno visibili, come il lavoro trasversale sul social cost of carbon, che potrebbe cambiare il modo di definire l’interezza delle policy americane in tutti i settori, o il sostegno alla finanza sostenibile, da sviluppare sui mercati americani e da imporre nelle istituzioni finanziarie internazionali.

Sul piano internazionale, l’azione di Biden si confronterà con la Cina – in una relazione complicata, che ha subito definito di “extreme competition” – e troverà un interlocutore essenziale nell’Unione europea. Biden non ha usato mezzi termini per chiarire la necessità di “ricostruire i muscoli delle alleanze democratiche che si sono atrofizzati negli ultimi anni, in cui sono state oggetto di trascuratezza, direi anche di abusi”. L’Europa è un interlocutore centrale nel suo obiettivo di ricostruire un “campo democratico” che possa contenere la prorompente evoluzione cinese. Per recuperare la leadership, oggi che l’eccezionalismo non è più a portata di mano (né di interessi della classe media), agli Stati Uniti serve una convergenza di obiettivi e di valori.

In questo quadro, la filiera del clima è centrale nella ricostruzione della tessitura transatlantica e nella collaborazione internazionale. Nel rapporto diretto con l’Ue, le soluzioni europee sono viste dai leader democratici con interesse e l’agenda di cooperazione presentata già a dicembre da Bruxelles è stata percepita come un segnale molto importante. Gli Stati Uniti si preparano a discutere con l’Europa e a diventare un interlocutore essenziale del suo Green deal, anche se alcuni temi di discussione non tarderanno ad arrivare, come il Cross border adjustment (e il suo possibile impatto sull’export di Lng dagli Usa, ampiamente analizzato, tra gli altri, da Richard Morningstar e dall’Atlantic council) e quello delle misure per ridurre le emissioni di metano (su cui ci sono spazi molto ampi di collaborazione tecnologica, ma pende la spada di Damocle della riduzione delle emissioni del settore oil & gas, assai complessa da regolare e conseguire in molte zone del paese). Gli Stati Uniti puntano sull’Europa per costruire nuove collaborazioni tecnologiche (ad esempio sull’idrogeno), promuovere una maggiore consapevolezza sulle sfide geopolitiche della transizione (a partire dalle catene del valore dei settori digitali e cleantech e da una nuova sensibilità sui minerali critici), promuovere un’azione congiunta di aiuto allo sviluppo che permetta all’Africa di affrancarsi dai programmi cinesi, in particolare sul carbone.

In tutto questo, l’Italia ha un’opportunità significativa. Dal punto di vista dei tempi, la presidenza del G20 e la co-presidenza della COP26 fanno del nostro paese uno dei primi palcoscenici della nuova azione americana (come ha ben dimostrato l’interesse di Kerry per l’appuntamento romano di gennaio). Sarebbe tuttavia poca cosa se il nostro ruolo si limitasse a quello, pur importante, di “buoni padroni di casa”. A Glasgow e Roma si terranno trattative essenziali per il nostro futuro: le idee europee (a partire dal Cba) troveranno la loro prima verifica negoziale, così come si dovranno finalmente avviare i programmi e gli strumenti per accelerare e distribuire nel mondo la transizione (ad esempio gli strumenti di mercato dell’art. 6 dell’Accordo di Parigi). L’Italia può e deve dare un contributo al dibattito. Il nostro paese ha dalla sua un patrimonio di azioni e di politiche maturato negli anni (e ben confermato dall’evoluzione della nostra Strategia energetica nazionale, oggi dal Pniec), è un paese importante nello sviluppo delle politiche europee, ha una proiezione internazionale in aree centrali per la cooperazione transatlantica, come il Mediterraneo e l’Africa, ha fatto investimenti significativi nella cooperazione multilaterale nel campo della finanza sostenibile, del clima e delle rinnovabili (come testimonia il ruolo di Francesco La Camera al vertice di Irena).

Il nostro settore energetico, come ben dimostra la comunità di Wec Italia, è ampio, diversificato e pieno di competenze industriali critiche per le priorità europee e americane. Negli Stati Uniti, le nostre imprese hanno una presenza diretta e importante: basti pensare alla presenza storica di Eni, sempre più impegnata in Usa anche nelle rinnovabili e nell’innovazione tecnologica nel suo percorso di decarbonizzazione, allo sviluppo prorompente di Enel Green Power, alla presenza significativa e ambiziosa di un operatore come CESI, alla leadership di Saipem (nei settori legacy e, oggi, nella decarbonizzazione), ai tantissimi “piccoli” campioni italiani che portano nei 50 stati tecnologia, competenze e investimenti.

L’Italia a guida Draghi, può dunque essere un interlocutore importante per l’amministrazione americana nel dialogo energetico e climatico, nella relazione bilaterale, nella dimensione della nostra “cittadinanza europea”, nello sviluppo di un’azione internazionale efficace. Dovremo farci trovare pronti con una visione organica, di cui la versione finale del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà un primo banco di prova: valorizzare a tutto campo – e senza ideologie – tutte le opzioni tecnologiche e di investimento per il futuro; sostenerne lo sviluppo concreto, semplificando i processi autorizzativi e dando certezza agli investitori; agire per accelerare la decarbonizzazione di tutti i settori della domanda, anche quelli che richiedono ancora elevate densità energetiche (come i trasporti pesanti, marittimi e aerei o diversi settori industriali critici per la nostra economia). Dovremo dare idee per conquistare un carbon pricing efficace – dentro e fuori l’Ue –, sviluppare contributi sullo sviluppo della finanza sostenibile, sui programmi di rilancio dell’economia post-Covid, sull’agenda di cooperazione internazionale. Dovremo fare la nostra parte (anche grazie ai nostri campioni industriali) per alimentare la dimensione transatlantica delle piattaforme tecnologiche (l’idrogeno e le batterie ad esempio).

E dovremo anche farci un po’ contagiare dalla straordinaria capacità americana di guardare al progresso tecnologico con apertura, pragmatismo e velocità.
Dopo aver lasciato l’esposizione universale di Chicago del 1893 che segnò la storia dell’elettricità (e dello sviluppo umano), Camillo Olivetti intraprese un viaggio assai ampio (e, all’epoca, quasi unico) negli Stati Uniti. Nelle sue Lettere americane dice di trovare che le infrastrutture americane siano più «provvisorie» di quelle europee. Poi, nota: “è certo, però, che se le ferrovie americane avessero dovuto essere costruite con quei criteri di monumentalità con cui sono state costruite le ferrovie europee, non vi sarebbe alcuna linea che congiungerebbe l’Atlantico al Pacifico”.

Entro il 2050 dovremo necessariamente aver costruito in tutto il mondo le “ferrovie della decarbonizzazione” e non possiamo permetterci di lasciarle sulla carta, a Roma, come a Glasgow, come a Washington.

(L’articolo uscirà anche su Wec dialogues, rivista mensile della sezione italiana del Wec – World energy council)

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