Centodieci anni fa nasceva Ronald Reagan. Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, lo celebra nell’ultima delle sue biografie illustri, “Reagan, il presidente che cambiò la politica americana” (Mondadori). Dagli inizi umili nell’Illinois al cinema fino agli altari delle istituzioni Usa e alla Casa Bianca, ecco la storia di un gigante. La recensione di Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella

Centodieci anni fa a Tampico, un piccolo comune nella contea di Whiteside nello stato dell’Illinois, in un appartamento sopra la banca locale, nasceva Ronald Reagan che nel 1981 sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti d’America.

Le coincidenze del calendario fanno sì che il 2021 sia l’anno ideale per ricordarlo come si è accorto il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano che ha da poco pubblicato “Reagan. Il presidente che cambiò la politica americana” (Mondadori).

Il libro di Sangiuliano intercetta una necessità del mercato editoriale e del mondo culturale italiano che, ad eccezione di un paio di libri ormai fuori commercio e della biografia di Edwin Meese, procuratore generale e braccio destro del presidente, è privo di un testo che racconti la figura di Reagan.

A differenza di Meese, Sangiuliano ne ripercorre la vita da una prospettiva italiana ed europea con tutte le differenze del caso essendo il conservatorismo nostrano diverso (pur con alcuni punti in comune) da quello statunitense.

Tra i giornalisti italiani, Sangiuliano è uno dei principali e più attenti biografi in circolazione, negli ultimi anni ha pubblicato alcuni libri importanti dedicati ai principali leader politici mondiali da Putin a Trump, da Hillary Clinton a Mao, anche se la sua biografia più sentimentale è quella dedicata a Giuseppe Prezzolini, padre dei conservatori italiani.

Sangiuliano, oltre ad essere una figura di spicco del giornalismo italiano, è anche un conservatore nell’accezione più nobile di questo termine (nel nostro paese spesso utilizzato a sproposito) e il passaggio ideale dalla biografia di Prezzolini a quella di Reagan, segna un collegamento tra la tradizione del conservatorismo italiano con quello americano.

Certo, Prezzolini visse in America per lunghi anni, insegnò alla Columbia University e il suo modo di essere e pensare subì una forte influenza dal mondo americano ma le sue origini vociane, l’esperienza straordinaria del “Leonardo” a inizio Novecento, l’amicizia con Papini e Soffici, la collaborazione con Vallecchi nella Firenze di inizio Novecento, sono segni distintivi dell’autore del “Manifesto dei conservatori”.

Il pantheon culturale di Reagan va ricercato altrove, nel cosiddetto periodo d’oro del conservatorismo novecentesco americano e nei libri pubblicati tra il 1948 e il 1953 da Ideas Have Consequences di Richard M. Weaver a God and Man at Yale di William Buckley fino a Witness di Whittaker Chambers, The Conservative Mind di Russell Kirk e The New Science of Politics di Eric Voegelin ma soprattutto nella figura di Barry Goldwater.

Come racconta Sangiuliano in uno dei capitoli più interessanti del libro intitolato “Il Conservatore”, Goldwater, candidato alle elezioni presidenziali del 1964, ha avuto un ruolo fondamentale non solo nella formazione di Reagan ma anche per il conservatorismo americano.

Il suo libro “The Coscience of a Conservative” (“Il vero conservatore”, non a caso pubblicato in Italia dall’editore Longanesi, anche se negli anni successivi alla scomparsa di Leo), è “molto più di una piattaforma programmatica, un vero e proprio manifesto culturale. Nasce il conservatorismo popolare, autentica novità sul terreno della filosofia politica negli Stati Uniti del secondo dopoguerra”.

Sarebbe però sbagliato cercare di comprendere Reagan solo alla luce del contesto politico-culturale da cui proviene perché il giovane attore di Hollywood, diventato prima governatore della California e poi Presidente degli Stati Uniti, incarna i valori e gli ideali del popolo americano.

Reagan è stato senza dubbio un presidente del popolo, sottovalutato, osteggiato e talvolta ridicolizzato dai mainstream media che hanno cercato di appiccicargli l’etichetta di pericoloso reazionario, emblematico alle nostre latitudini il titolo de “l’Unità”: “Un’America delusa e in crisi esprime un voto essenzialmente negativo: inquietudine nel mondo per la vittoria di Reagan”.

Eppure le sue non furono politiche in senso populista e nemmeno conservatore classico, quanto di stampo rivoluzionario-conservatore perché è indiscutibile il carattere rivoluzionario della sua presidenza che, parafrasando il sottotitolo del libro di Sangiuliano, cambiò non solo l’America ma il mondo.

Grazie alla reaganomics e alle sue ricette economiche sul taglio delle tasse, ha garantito agli Stati Uniti uno dei più lunghi periodi di crescita e floridità economica ma al tempo stesso la sua politica estera con la sconfitta del comunismo ha avuto conseguenze epocali per il mondo. Come disse Margaret Thatcher a cui fu legato da uno stretto rapporto di collaborazione e amicizia, Reagan è stato “colui che ha vinto la Guerra fredda senza sparare un colpo”. Nel suo commovente discorso in occasione della sua scomparsa nel giugno 2004, la Thatcher affermò:

“Ha cercato di riparare lo spirito ferito dell’America, di ripristinare la forza del mondo libero e di liberare gli schiavi del comunismo… Con la leva del patriottismo americano, ha sollevato il mondo”.

“Reagan. Il presidente che cambiò la politica americana” ha il pregio di guidare il lettore alla scoperta del principale politico conservatore del Novecento, dai primi passi nel mondo della politica all’elezione a governatore, fino al suo ruolo di presidente e alla sua eredità che lo porta, come titola l’ultimo capitolo del libro, ad avere un posto nella storia.

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