La crisi sanitaria ha messo in sordina il disagio della comunità cattolica. Le radici del problema e la strada da seguire secondo Rocco D’ambrosio, presbitero della diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica nella facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma

Mi ha molto fatto pensare la domanda di Riccardo Cristiano, che su questo sito, da acuto osservatore esterno, si è posto la domanda: “Da cosa può ripartire l’Italia come comunità senza più partiti di massa, senza consapevolezza sindacale, senza più idea di cosa siano i corpi intermedi, se non dal cattolicesimo come tale, non come gerarchie?”. Questo interrogare la Chiesa cattolica italiana sul suo contributo allo sviluppo del Paese suscita diverse risposte e testimonianze, interne ed esterne al cattolicesimo nostrano. Spesso restano in circoli ristretti, raramente affiorano nel dibattito ecclesiale e sociale, comunque formano un’aria di disagio che si allarga sempre più. Il disagio, inoltre, è esasperato da atteggiamenti quali: pastori interessati a denaro e prestigio più che all’aver cura dei fedeli; scandali nascosti continuamente (non solo i casi di pedofilia); omelie e catechesi vuote e insignificanti; laici clericali e asserviti alla gerarchia; costanti richiami ad alcuni temi etici e teologici e voluto oblio per altri, debole lotta alla corruzione e scarsa tutela degli ultimi, specie migranti; connivenze politiche, per lo più con la destra più razzista e antidemocratica. Questo disagio è ancora tutto lì e la crisi sanitaria lo ha messo solo in sordina. E alla ripresa postpandemica – si pensi al prossimo anno – ritornerà con tutte le lacerazioni che produce. Non basterà ristabilire le normali attività nelle parrocchie per guarirlo e superarlo. Per due motivi, che espongo come pensiero strettamente personale.

1. Questo disagio ha radici lontani: esistono comunità che, per decenni, hanno sentito parlare della testimonianza cristiana legata solo ad alcuni temi. Il tutto è avvenuto (e avviene) in maniera dogmatica, con molta sicurezza: i principi morali di bioetica, morale sessuale e familiare, la messa in latino e gli sfarzi del passato, sono presentati come i più importanti, il cuore della fede cristiana; mentre gli altri temi, specie sociali, politici ed economici, sono stati trascurati o appositamente dimenticati. Questo tipo di annuncio è stato accompagnato da un’attenzione eccessiva alla loro diffusione mediatica (specie televisiva) e da una scarsa disponibilità al confronto e al dialogo con chi la pensa diversamente, dentro e fuori la Chiesa cattolica. Decenni vissuti con questo stile pastorale e dottrinale – specie nel periodo della presidenza Cei del cardinal Ruini – generano questo tipo di cattolici, per i quali l’adesione a Cristo coincide con la fedeltà ai soli principi di bioetica e morale sessuale, alla messa in latino e allo sfarzo e potere ecclesiali di medioevale memoria. Per loro, come per Schmitt, l’amore per il nemico riguarda solo la famiglia e ambiti privati. Fuori è possibile, è quasi etico fare guerra, esprimere posizioni razziste, rifiutare e condannare senza appello; dove il “fuori” è luoghi di lavoro, società, gruppi, comunità, istituzioni, organismi internazionali. L’esatto contrario di quanto raccomanda la “Fratelli tutti”.

2. Si amplia sempre più il divario tra il magistero di papa Francesco e la prassi di parecchia base cattolica del Belpaese (e non solo). In questi giorni è stato più volte sottolineato che il Papa ha chiesto più volte la convocazione di un sinodo italiano, a livello nazionale e locale – Firenze 10.11.2015, Roma 9 e 20.5.2019, 30.1.2021 per citare i più espliciti – in parallelo con la proposta di adottare l’Evangelii gaudium come testo guida per la riforma ecclesiale. Anche qui le responsabilità vanno individuate in linea gerarchica: chi tace e perché su questo invito pressante? Si è giunti all’assurdo che ci sono ambienti cattolici dove il citare il papa è visto con sospetto, porta ad essere tacciati con i soliti appellativi usati nel passato (eretico, comunista, modernista, pauperista ecc). In una situazione così bloccata, per evitare un corto circuito comunitario, abbiamo il dovere di ricercare delle soluzioni efficaci.

Potrebbero essere preti e laici cattolici che chiedono nelle loro diocesi la convocazione di un sinodo, diverso, per organizzazione e stile, da quelli avuti alcuni anni fa, incentrato su pochi e precisi temi scottanti e determinanti del modo di essere cattolici oggi: per esempio impegno sociale e politico, attività per tutti i poveri e ultimi, dialogo con gli altri cristiani e con i fedeli di altre religioni sul tema della fraternità, solo per citare i maggiori. Sono soprattutto questi temi a creare disagio e perciò è assolutamente importante parlarne con scienza e coscienza, moltiplicare i luoghi e i tempi dove farlo (oltre e unitamente al sinodo), ascoltare testimonianze di tutti, dialogare sul modello di Chiesa più evangelico per l’oggi. E se non sono i vescovi ad organizzare lo chiedano e lo facciano i laici e i preti più sensibili.

Ritorno alla domanda iniziale sull’Italia che può ripartire anche con l’aiuto prezioso della componente cattolica e mi viene in mente Primo Mazzolari. In una sana polemica, a fine anni ’50, sul ruolo della comunità cattolica in Italia, scriveva sull’Adesso che i cattolici non hanno il compito di “far divertire il mondo” ma quello di restituirlo – ieri come oggi – “alla serietà del vivere, del pensare, del sapere”.

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