Tra le ambizioni della Turchia e gli allunghi della Russia, nel Mediterraneo cambiano gli equilibri e si addensano nuove sfide.  Non si può dire che Nato ed Unione europea siano completamente assenti, ma certo non fanno la differenza. E così si tende ancora a guardare a Washington, più di quanto gli americani vorrebbero. Il punto dell’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Nato Defense College Foundation

Con la nuova amministrazione americana il Mediterraneo torna al centro dell’attenzione. Da quattro anni, da Washington non perveniva una prospettiva di interesse per l’area, se non sporadiche dichiarazioni che non indicavano alcuna strategia. È chiaro che la sicurezza nel Mediterraneo non si esaurisce a seconda delle posizioni degli Stati Uniti. C’è ben altro, e vi è comunque un ancoraggio storico che rimane visibile con la presenza della sesta flotta a Napoli e in altre basi.

L’interesse degli Usa nasce con la Guerra fredda, per la quale il Mediterraneo costituiva un punto strategico rilevante, di contrasto alle ambizioni sovietiche che guardavano all’area come un obiettivo naturale di espansione. Tutto questo non ha più ragione oggi, se si eccettua l’attuale coinvolgimento russo in Siria e il passato appoggio al regime di Gheddafi in Libia. Un dialogo con gli esperti americani e un’attenta analisi delle loro prese di posizione porta alla conclusione che, nella visione degli Stati Uniti, il Mediterraneo non ha una vera priorità strategica.

Non dimentichiamo del resto che Obama ha definito l’appoggio dato agli Europei per il “regime change” a Tripoli il suo grande errore di politica estera. Hillary Clinton ha forse perduto le elezioni del 2016 sulle accuse di negligenza verso la situazione esistente a Bengasi, che ha comportato la perdita di vite americane. Ciò non significa che gli Stati Uniti non tengano in considerazione il quadro mediterraneo, poiché la presenza militare rimane invariata. Del resto, esso comprende anche i Balcani.

Cosa, quest’ultima, che si tende spesso a dimenticare, poiché abbiamo l’abitudine di guardare alla regione piuttosto in chiave di rapporti con gli arabi o di migrazioni. In realtà, il comandante del Joint Forces Command della Nato, da Napoli estende la sua azione fino alla Serbia e al Kosovo. Un dato significativo per l’Italia che, a parere di chi scrive, dovrebbe dare una maggiore priorità alla regione balcanica per i forti interessi storici, strategici ed economici che ci legano ad essa.

Se parliamo di Mediterraneo allargato, che comprende la penisola arabica e il Golfo persico, la visione di Washington è diversa. Quest’area rimane al centro degli interessi americani, come si è visto chiaramente anche nel periodo dell’amministrazione Trump. Una situazione che parte nel 1945 da uno storico incontro del presidente Franklin Roosevelt con Ibn Saud, fondatore del Regno saudita. I rapporti con i Paesi del Golfo sono nati sotto l’aspetto delle forniture di energia, ma poi sono evoluti su larga scala, in una dimensione economico-industriale e con una forte valenza militare.

A Manama, nel Bahrain, staziona la Quinta flotta; nel Qatar vi è una grande base e così si potrebbe continuare a lungo. In buona sostanza, tutti questi Paesi guardano a Washington come al garante della propria indipendenza. Tornando al tradizionale scacchiere mediterraneo, gli Stati Uniti vedono nei Paesi europei della riva nord gli attori che dovrebbero avere il ruolo di primo piano nell’assicurare sicurezza ed equilibri regionali. In realtà gli europei sono molto meno disposti ad assumersi responsabilità di peso e dimostrano, rispetto ai precedenti storici, una minore capacità di influenza. Non si può dire che Nato ed Unione europea siano completamente assenti, ma certo non fanno la differenza. Si tende quindi a guardare a Washington più di quanto gli americani vorrebbero.

Purtroppo, in Europa non si vede una vera coesione; basti guardare alla malcelata rivalità della Francia verso l’Italia nel caso libico e al peso politico limitato anche di Londra e Berlino. Non bisogna quindi meravigliarsi più di tanto se un regime ambizioso come quello turco tende a espandere la propria influenza con una relativa facilità. Ciò detto, i rapporti nord-sud hanno molti aspetti positivi.

Se guardiamo al quadrante energetico, che per l’Europa sempre rilevante, vediamo uno sviluppo delle energie rinnovabili sulla sponda sud, una crescente interconnessione tramite gasdotti e la scoperta di rilevanti depositi di gas naturale nelle acque egiziane e nel Mediterraneo orientale. Queste tendenze vanno viste in un’ottica positiva perché alimentano sviluppo e potrebbero costituire nuove fonti per il mercato europeo. Data la preoccupazione, più volte ribadita, di dipendenza eccessiva da fonti russe, si tratta di aspetti a cui gli Stati Uniti guardano positivamente. Ricordiamo che la sicurezza dipende da un concorso di fattori strategici.

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