Andrea Manciulli (Europa Atlantica), Andrea Margelletti (CeSI), Roberto Menotti (Aspenia), Stefano Silvestri (Iai) e Arturo Varvelli (Ecfr) leggono l’incarico a Mario Draghi attraverso le lenti della politica internazionale, dalla sfida europea alle nuove opportunità che si aprono con l’amministrazione Biden

In un momento di grave incertezza (interna e internazionale), la storia e l’esperienza di Mario Draghi appaiono un prezioso biglietto da visita per l’Italia nel mondo. Bilanciano l’immagine di un Paese alle prese con l’ennesima crisi politica e rassicurano Bruxelles e Washington per le due grandi partite aperte: la gestione del Next Generation EU e la competizione a tutto tondo con la Cina. Resta il nodo del Mediterraneo (Libia in primis), con diversi dossier su cui l’Italia ha perso terreno e per cui, però, si aprono allettanti opportunità grazie alla nuova amministrazione americana targata Joe Biden. È questa la lettura internazionale della scelta del presidente Sergio Mattarella secondo gli esperti sentiti da Formiche.net: Andrea Manciulli (Europa Atlantica), Andrea Margelletti (CeSI), Roberto Menotti (Aspenia), Stefano Silvestri (Iai) e Arturo Varvelli (Ecfr).

ANCORAGGIO EURO-ATLANTICO

Si parte dalla scelta di Mattarella. Secondo Manciulli, presidente di Europa Atlantica, “non si può non ascoltare l’appello del capo dello Stato di fronte a una situazione così straordinaria, per l’Italia e per il mondo”. E così “occorre unire tutte le forze che democraticamente credono a una certa idea delle istituzioni e di legame euro-atlantico, che in questo momento è di certo importante ribadire”. Mario Draghi, ha aggiunto, “rispecchia in pieno questo orizzonte”. D’altra parte, “al di là dei singoli episodi, a prescindere da chi la governa, l’Italia non può che avere un ancoraggio euro-atlantico”. Con Draghi, ha notato Manciulli, “questa tendenza si rafforza, per un Paese che sa bene da che parte stare nel contesto internazionale, a cominciare dal capo dello Stato”.

IL PROFILO GIUSTO

Su questo il giudizio sul profilo di Draghi è unanime: idoneo ad affrontare le varie sfide internazionali. “Il mondo in cui ha gestito la crisi economica nel 2012 rende chiaro che può essere l’uomo giusto per porsi come referente importante per l’Europa, e anche per gli Stati Uniti, luoghi presenti nella sua vita, formativa e professionale”, ha detto Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio romano dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr). In altre parole, “Draghi incarna le due principali direttrici di ancoraggio della politica estera italiana”, ha aggiunto l’esperto. Certo, c’è anche l’altro lato della medaglia, “il solito sospetto con cui viene vista l’Italia per i cambi frequenti di governo e l’instabilità cronica della sua politica”.

PESI A CONFRONTO

Anche per Stefano Silvestri, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai), “alla visione positiva per la persona, soprattutto in campo economico”, si aggiunge agli occhi di partner e alleati “un elemento negativo, e cioè che siamo ancora una volta in una fase di crisi politica, per cui non è ancora chiara quale risposta arriverà dalla classe politica”. Tra l’altro, ha notato Silvestri, “forse all’estero c’era una visione più positiva di Conte di quanto non avessimo noi, almeno in termini di continuità di governo, seppur solo apparente, visti i due esecutivi molto diversi tra loro”.

LA “CURA DRAGHI”

È in questo senso che Roberto Menotti, vice direttore di Aspenia, parla di “cura Draghi”. La crisi di governo, ha spiegato l’esperto, “ha un forte legame internazionale; l’Italia ha infatti sollevato parecchie preoccupazioni negli ultimi mesi, non tanto per il governo Conte come tale, quanto per le scelte di medio-lungo periodo che stava impostando, con particolare riferimento all’utilizzo dei fondi del Recovery Fund”. Oltre i personalismi, aggiunge Menotti, “è stato il nodo della crisi”. E “se questa è la diagnosi, il ruolo di Draghi è da leggere come una cura piuttosto logica, per la sua reputazione internazionale, per la sua storia e per il tipo di approccio che metterà in piedi se otterrà la fiducia del Parlamento”. Influenza internazionale sull’incarico all’ex presidente della Bce? “Non certo diretta, ma filtrata; nessuno ha imposto la direzione dall’esterno, ma Mattarella conosce benissimo questo tipo di ragionamento”.

IL FATTORE INTERNAZIONALE

“A dispetto della classe politica italiana – aggiunge il presidente del CeSI, Andrea Margelletti – non si può fare politica estera senza un occhio totalmente all’estero”. Significa che “non è possibile governare senza rendersi conto che il mondo è cambiato, che è sempre più integrato e che quello che succede dall’America alla Cina ha un impatto sulla vita dei cittadini”. Mario Draghi “avrà quest’occhio, e noi abbiamo bisogno non solo di persone serie – spiega Margelletti – ma anche di persone dal taglio elevato per consentire all’Italia di tornare protagonista in Europa”. L’alternativa sarebbe “accettare il declino del nostro Paese, con tutto ciò che questo comporta”. Da qui, la priorità di Draghi sulla scena internazionale secondo il presidente del CeSI: “Ricucire il fil rouge con l’Europa e far vedere ai partner che anche l’Italia è in grado di fare progetti e utilizzare tutti gli strumenti che l’Ue è in grado di darle; dovrebbe essere la normalità, ma purtroppo non è così”.

DA BRUXELLES…

D’altra parte, nelle partite internazionali i rapporti personali e i pesi specifici dei rappresentati nazionali sembrano contare parecchio. È proprio il caso dei complessi tavoli dell’Unione europea, “che ha sempre bisogno di un riferimento chiaro”, ha spiegato Arturo Varvelli. Su questo, ha rimarcato, “Conte è stato bravo, mostrandosi propositivo sia di sponda con Macron sui temi economici, sia con Merkel su capitoli importanti della politica estera; eppure – rimarca l’esperto dell’Ecfr – sono arrivate le difficoltà nella gestione del Recovery Plan, l’assenza di un piano chiaro e i richiami dell’Europa, non severi ma limpidi”.

…AL MEDITERRANEO

E poi c’è il Mediterraneo, lì dove “il governo ha fatto troppo poco”, ha chiosato Varvelli. “Si è sfruttato troppo poco peso rispetto alle nostra capacità e potenzialità”. Certo, ha aggiunto, “ciò non è addebitabile del tutto al governo Conte e al ministro Di Maio, che ha cercato, seppur con inesperienza, di gestire la situazione”. Ma il dossier è intricato e complesso, e l’Italia ha perso terreno rispetto ad attori ben più determinati, dalle sponde orientali fino alla Libia. “Serve un cambio di passo forte – ha rimarcato Varvelli – una maggiore intraprendenza che potrebbe essere facilitata da un’amministrazione americana più attenta alle relazioni transatlantiche e a ri-equilibrare i pesi nel Mediterraneo”. Insomma, l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca offre “occasioni positive per il rilancio della politica estera italiana”.

LA PARTITA CINESE

Tali occasioni dovranno essere colte, consapevoli del ritorno al confronto tra grandi potenze che vede Washington e Pechino impegnate in una competizione a tutto tondo. Secondo Stefano Silvestri, “Biden giocherà la partita cinese soprattutto con l’Ue, cercando di definire analogie e differenza tra la posizione americana e quella europea, critica ma di dialogo nei confronti di Pechino”, ha detto Stefano Silvestri. Su questo, “le due posizioni potrebbero anche corrispondere, anche se il nuovo presidente americano accentuerà probabilmente la sua postura, cercando di condurre contemporaneamente strategie su più livelli”. Quali? “Da una parte, tenterà di impegnare la Cina su aspetti di protezione ambientale, decarbonizzazione e accordi di Parigi, nonché sul fronte della sicurezza sanitaria globale; dall’altra, confermerà una posizione anche più dura rispetto a Obama sui temi della libertà di navigazione, del Mar cinese meridionale, della difesa di Giappone, Taiwan e Filippine e del rispetto dei diritto umani”. Silvestri lo ha definito “il doppio binario di Biden sulla Cina, grossomodo corrispondente alla posizione europea, ad eccezione di piccoli dettagli”. E Mario Draghi, ha concluso, “si inserirà tranquillamente in tale main stream”.

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