Il Congresso Usa chiede un aggiornamento del Cyber Diplomacy Act e il ritorno del cyber-ambasciatore, una figura nata nel 2011 con Obama ma cancellata da Trump. Anche in Italia c’è: l’Unità alla Farnesina è guidata da Laura Carpini

Un cyber-ambasciatore nelle stanze del dipartimento di Stato di Washington? Perché no. Un progetto simile, avveniristico quanto sempre più attuale nello scenario geopolitico della cybersecurity planetaria, lo si era già intravisto nell’era di Donald Trump. Oggi però quella che sembrava solo una fuga in avanti sta diventando una realtà concreta. Un gruppo bipartisan di deputati alla Camera dei Rappresentanti di Washington ha chiesto infatti nuovamente la presenza di un cyber-ambasciatore rilanciando un disegno di legge che aveva creato attriti tra il Congresso e la precedente amministrazione.

LA PROPOSTA

I deputati hanno presentato una versione aggiornata del Cyber Diplomacy Act, che istituirebbe la figura dell’ambasciatore-consigliere sui temi cyber e di sicurezza informatica a diretto riporto del segretario di Stato (carica oggi occupata da Antony Blinken). La sua funzione sarebbe quella di spingere gli interessi economici digitali degli Stati Uniti e di guidare in prima persona le risposte internazionali agli incidenti sulla sicurezza, cyberattacchi da Paesi esteri compresi.

IL RUOLO

Come spiega il Wall Street Journal, l’ambasciatore fungerebbe da collegamento con funzionari stranieri, agenzie federali e società private, alcune delle quali hanno chiesto una maggiore collaborazione tra i governi per scoraggiare gli attacchi dopo la recente ondata (basti pensare all’enorme caso SolarWinds). Nel mandato proposto, però, ci sono anche la promozione di regolamenti a tutela delle imprese statunitensi e la protezione dei diritti umani nell’arena cibernetica. Sempre il quotidiano newyorchese osserva come il nuovo ufficio “imiterebbe”, anzi “eleverebbe” quello che fu l’Ufficio del Coordinatore per i problemi informatici, che l’amministrazione Obama ha creato nel 2011 e l’amministrazione Trump ha cancellato nel 2017. Christopher Painter, che guidava quell’ufficio, ha spiegato che la creazione dell’ufficio ha spinto gli alleati in Europa e altrove a rafforzare allo stesso modo i loro ranghi diplomatici.

E IN ITALIA?

In Italia c’è dal 2013 una figura simile, nato in scia alla relazione del 2010 con cui il Copasir indicava la necessità di proteggere anche a livello cibernetico le infrastrutture critiche. Da lì nacquero diversi provvedimenti che portarono, tra le altre cose, alla nascita di un Coordinatore per le questioni di sicurezza inerenti allo spazio cibernetico alla direzione per gli Affari politici e di sicurezza presso il ministero degli Esteri: la legge 133 del 2012 che ha posto in carico al sistema per la sicurezza nazionale e all’intelligence il ruolo di catalizzatore della protezione cibernetica del Paese, il Dpcm Monti del gennaio 2013 e due documenti pubblicati da Palazzo Chigi nel dicembre dello stesso anno (il Quadro strategico nazionale per la sicurezza dello spazio cibernetico e il Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica).

Coordinatori per le questioni cyber sono stati, tra gli altri, gli ambasciatori Francesco Maria Talò (oggi capo della rappresentanza italiana alla Nato) e Gianfranco Incarnato (attualmente rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra). Da luglio 2019 quell’incarico è ricoperto da Laura Carpini, che dall’aprile scorso è capo dell’Unità per le politiche e la sicurezza dello spazio cibernetico (di cui fa parte anche il diplomatico Riccardo Villa). Carpini una settimana fa su Twitter commentava così un’iniziativa cyber in Africa: “Capacity building per una sicurezza condivisa: siamo tutti insieme, in Europa, Africa e oltre!”.

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