La conferma di Guerini segna la volontà di Draghi (e Mattarella) di assicurare continuità a un comparto che vive di programmazione di lungo periodo. Tra binario euro-atlantico, investimenti e missioni internazionali, ecco il futuro della Difesa

Mario Draghi ha scelto di confermare Lorenzo Guerini alla guida del ministero della Difesa. Per palazzo Baracchini è dunque prevalsa la linea della continuità, invocata da esperti e addetti ai lavori per un settore che vive di programmazione di lungo periodo e di strategie lungimiranti. Classe 1966 di Lodi, di estrazione centrista, Guerini ha assunto la guida della Difesa italiana a settembre 2019 con l’avvio del Conte 2, ereditando l’incarico di Elisabetta Trenta. Arrivava allora a palazzo Baracchini dopo la presidenza del Copasir, l’organo che esercita la funzione di controllo parlamentare sull’intelligence nazionale.

Sin dalle prime audizioni in Parlamento, Guerini chiariva il contesto prioritario di riferimento per la Difesa nazionale: il Mediterraneo allargato, rimasto poi cifra stilistica di molti suoi interventi di natura strategica, nonché manifestato nelle molteplici visite all’estero, dalla Libia al Libano, fino all’Iraq. Allo stesso modo, ribadiva la tradizionale linea euro-atlantica del Paese, tra la spinta alla Difesa europea, la fedeltà alla Nato e la relazione privilegiata con gli Stati Uniti, ribadita di recente dal primo contatto col nuovo capo del Pentagono, Lloyd Austin.

Tutto questo è emerso nel corso dei quindici mesi di governo giallo-rosso, dalla visita ufficiale a Washington a gennaio 2020 (apprezzata dagli alleati d’oltreoceano), alla conferma del posizionamento italiano nell’Alleanza Atlantica (soprattutto in termine di contributi alle missioni), fino all’impegno per un’Ue più ambiziosa sul fronte della Difesa. Si ricorderà in tal senso la lettera firmata con le colleghe di Spagna, Germania e Francia per invitare gli altri Paese membri a tenere alto il livello d’ambizione (e di investimenti). Una Difesa europea immaginata sempre come “rafforzamento del pilastro europeo del sistema di sicurezza euro-atlantico”, e non come segno di indipendenza rispetto all’alleato americano, come invece vorrebbe Macron. Tra le prime azioni da ministro si ricorderà invece l’adesione (predisposta già dalla Trenta) al progetto britannico Tempest, per un velivolo di sesta generazione, e la conferma sugli impegni per il programma F-35.

Sul fronte del budget, è solo quest’anno che il bilancio della Difesa è tornato ad avere non solo un segno di crescita, ma anche un iniziale riequilibrio della tradizionale sproporzione tra Personale (da sempre preponderante), Esercizio e Investimento. Nell’ultima legge di bilancio, come promesso da Guerini, è poi inoltre entrato per la prima volta uno strumento finanziario pluriennale specificatamente dedicato alla Difesa.

La sua conferma da parte di Mario Draghi segue queste direttrici, all’insegna della continuità. D’altra parte, lo scorso ottobre, dal Quirinale arrivavano indicazioni a procedere in tal senso, un chiaro invito a garantire certezza programmatica e finanziaria a Forze armate e comparto industriale, così da permettere allo strumento militare di affrontare un mondo reso ancora più instabile da Covid-19.

In tutto questo ci sono però anche le sfide per Guerini. Dalla delicata revisione della legge 244 del 2012 sul personale, all’avvio di diversi programmi attesi dalle Forze armate. Sul fronte internazionale resta intricato il quadro libico, incerto il dispiegamento promesso nel Sahel contro le forze jihadiste, e da verificare il futuro della missione in Afghanistan. Per quest’ultimo punto l’attesa è tutta per la prossima settimana, quando Guerini tornerà (seppur solo virtualmente) tra i colleghi dell’Alleanza Atlantica per la tradizionale ministeriale della Difesa. Con loro, per la prima volta, ci sarà Lloyd Austin.

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