Il fondatore di Huawei auspica una “politica aperta” da parte degli Usa di Biden. Intanto però l’azienda ha avviato una causa contro l’esclusione decisa dalla Fcc. Vedremo un copione simile in Italia?

Bastone e carota. Così Huawei sembra decisa a voler affrontare i rapporti con l’amministrazione statunitense guidata da Joe Biden.

Iniziamo dalla carota. Una decina di giorni dopo le elezioni presidenziali Paul Scanlan, chief technology officer di Huawei Carrier Business Group, aveva auspicato un “reset” delle relazioni con gli Stati Uniti. Già allora Lindsay Gorman, emerging technologies fellow presso l’Alliance for Securing Democracy al German Marshall Fund, aveva spiegato a Formiche.net che, “dato il consenso negli Stati Uniti e il crescente consenso tra le democrazie sulla minaccia che i fornitori ad alto rischio rappresentano nell’infrastruttura critica 5G, è improbabile che vedremo un significativo passo indietro su questo tema”.

Un auspicio simile è stato espresso in questi giorni dal fondatore di Huawei, Ren Zhengfei. “Ci auguriamo che la nuova amministrazione statunitense adotti una politica aperta a vantaggio delle imprese statunitensi e dello sviluppo economico degli Stati Uniti”, ha dichiarato. “Speriamo ancora di poter acquistare grandi volumi di materiali, componenti e attrezzature statunitensi in modo da poter beneficiare tutti della crescita della Cina”. La speranza di Huawei è un allentamento delle sanzioni imposte a partire dal 2018 dall’ex presidente Donald Trump, la cui amministrazione ha motivato l’estromissione dal mercato americano con il timore che il governo cinese potesse utilizzare backdoor nell’attrezzatura Huawei per lo spionaggio. Accuse da sempre negate dalla compagnia cinese.

E così veniamo al bastone. Nelle ultime ore Huawei ha avviato una causa contro la Federal communications commission (Fcc) degli Stati Uniti, che aveva spiegato che la designazione di Huawei come minaccia nazionale è supportata “da un corpo sostanziale di prove sviluppate anche da numerose agenzie di sicurezza nazionale statunitensi”. La causa presentata alla Corte d’appello del Quinto circuito chiede la revisione della sentenza della Fcci che, tra l’altro, impedisce agli operatori statunitensi di telecomunicazione di lavorare con il gruppo cinese. Huawei, impegnata in diverse controversie legali negli Stati Uniti, nei documenti presentati lunedì definisce la sentenza della Fcc “arbitraria e un abuso di discrezione, non supportata da prove sostanziali”.

E in Italia? Che cosa cambierà con l’arrivo del nuovo amministratore Wilson Wang? Raccontando l’avvicinamento alla guida di Huawei Italia a fine dicembre riportavamo quanto riferito da fonti vicine all’azienda: prepararsi a un 2021 battagliero da parte dell’ambasciata cinese a Roma e dei colossi del 5G accusati di spionaggio dagli Stati Uniti e dall’intelligence italiana (accuse sempre respinte da Huawei che però hanno portato il Copasir al verdetto di fine 2019 in cui invitava il governo a escludere le aziende cinesi, dunque anche Zte, dall’infrastruttura 5G).

E non è escluso che anche in Italia, specie ora che nel Recovery fund ci sono 46 miliardi di euro destinati alla digitalizzazione, Huawei (e pure Zte) scelga un approccio “bastone e carota” per tornare in partita nel 5G: carota con i decisori, bastone contro le accuse di spionaggio.

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