Una reazione troppo muscolare per un semplice “blogger”. L’arresto e la condanna di Alexey Navalny svelano il vero peso specifico di un uomo che sta mettendo sull’attenti un intero sistema di potere. E Mosca non sembrava così dai tempi dell’Urss. Il commento del prof. Giovanni Savino

La commutazione della pena inflitta ad Alexey Navalny in una condanna di 2 anni e 8 mesi da scontare in una colonia penale per il caso Yves Rocher segna un importante punto di svolta nell’era putiniana.

Processi eclatanti ve ne sono stati anche prima della sentenza di oggi, si pensi al caso Khodorkovsky, o ancor di più alle condanne inflitte ai manifestanti di piazza Bolotnaya nel 2012. Ma è senza precedenti l’attenzione suscitata attorno al caso Navalny, riaccesosi dopo l’avvelenamento di quest’estate e il ricovero in Germania, e la richiesta da parte dell’Agenzia federale penitenziaria di convertire la pena condizionale in effettiva per violazioni delle norme vigenti.

Mosca si è trovata negli ultimi giorni in una situazione emergenziale, a sprazzi surreale. In occasione della manifestazione non autorizzata del 31 gennaio ben sette stazioni della metropolitana nel centro della capitale son state chiuse, e altre due durante gli arresti nel corso della mobilitazione.

Per dare un’idea, nemmeno nel 1991 e nel 1993, quando gli scontri in strada erano armati, vennero chiuse tante stazioni, per risalire a qualcosa di analogo bisogna risalire ai funerali di Yurii Andropov nel 1984, quando il centro venne presidiato dalle forze dell’ordine.

Oggi, ben 356 persone son state fermate e arrestate, dopo le 1871 di domenica, mentre tutta la zona attorno al tribunale è stata blindata, con presidi della polizia e della Rosgvardija, e dopo la lettura della sentenza si è ripetuta la chiusura delle stazioni nel centro.

La reazione del Cremlino, le comunicazioni indignate del Ministero degli esteri sulla presenza di diplomatici stranieri durante il processo, la gestione dell’ordine pubblico, sono elementi che fanno riflettere anche più delle stesse manifestazioni, limitate anche delle misure repressive preventive.

E c’è da riflettere su come un personaggio definito come un semplice blogger, manovrato dalle potenze straniere e presentato come un traviatore della gioventù per il clamore delle sue videoinchieste sulla corruzione su internet, riesca di fatto a far chiudere il centro di una capitale da 13 milioni di abitanti, cosa mai riuscita a nessuno prima.

Probabilmente l’obiettivo dell’establishment russo è di rendere inoffensivo Navalny prima delle elezioni alla Duma, per evitare operazioni come la Umnoe golosovanie (voto intelligente), tattica promossa dal politico contro Russia Unita negli ultimi appuntamenti alle urne e che è riuscita nel corso degli anni a raccogliere discreti successi.

Soprattutto preoccupa come in alcune regioni vi siano forti malumori verso le autorità, dimostrati dalle agitazioni dell’estate scorsa a Khabarovsk contro l’arresto dell’ex governatore Sergey Furgal e continuati nel corso delle manifestazioni del 23 e del 31 gennaio, con importanti mobilitazioni a Ekaterinburg e a Yakutsk.

Mentre il cellulare riporta Navalny verso il carcere di Matrosskaya Tishina, le domande si affastellano sul futuro della Russia, provando a non cadere in narrazioni molto suggestive ma superficiali e vacue, promosse anche da un certo tipo di stampa italiana, che raccontano di alleanze trasversali in difesa di un nuovo Mandela o Sakharov, paragoni di sicuro effetto giornalistico ma che non contribuiscono a una maggiore conoscenza della situazione russa.

Un periodo di incertezze si apre a livello mondiale, e la Russia vi entra in una posizione molto delicata, e se fino a qualche anno fa alcuni aspetti della vita sociale e politica erano sacrificati in nome del boom delle esportazioni di petrolio e gas e della ricostruzione post-sovietica, oggi, in una condizione di costante e preoccupante peggioramento economico, le narrazioni costruite sulla grandezza imperiale e sulla stabilità interna non forniscono risposte.

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