Antonio Metastasio, psichiatra del National health britannico ci racconta gli sviluppi del piano vaccinale e della crisi psichica che accompagna quella sanitaria ed economica.

Ogni giorno assistiamo a una comunicazione sempre di più ridondante e pervasiva che sta minando la tenuta mentale delle persone. Perché non viene presa in considerazione la problematica inerente ai disagi psichici derivanti dalla pandemia?

Il peso psicologico del COVID-19 è considerevole per più motivi: dal problema economico, all’isolamento, alla paura e allo stress. È una situazione che si sta protraendo da circa un anno e anche per questo sta diventando insostenibile. Temo che serviranno mesi, se non anni, prima che tutto ritorni alla “normalità”.

Sta inoltre emergendo una nuova sindrome denominata long COVID, correlata alla presenza di patologie come l’astenia, difficoltà mnemoniche e legate all’umore nei pazienti che hanno avuto il COVID.

Quali sono le cause?

Le cause sono molte. Dall’isolamento, alla mancata elaborazione del lutto dei propri famigliari in un contesto di affetto allargato, il problema degli shitstorms in rete che confondono continuamente le informazioni relative alla pandemia. Tutto ciò è frustrante e crea ulteriore stress che gravano sulla nostra psiche.

Cosa suggerisce?

Se fossi un politico mi muoverei per favorire la coesione nei cittadini. In fin dei conti, anche la guerra unisce. 

Dal lato pratico utilizzerei dei Balint group, ovvero gruppi a scopo terapeutico destinati ad alleviare lo stress professionale ed evitare l’insorgenza di particolari traumi e conflitti. Sarebbe inoltre auspicabile aumentare l’accesso ai servizi psichiatrici di salute mentale. 

Esistono delle terapie più veloci ed efficaci rispetto a quelle tradizionali ? 

Certo. In particolare stanno nascendo nuove terapie, che ora sono addirittura in fase 3 negli Stati Uniti, per trattare gli eventi traumatici. Sembra che l’MDMA associata con la psicoterapia abbia risultati eccezionali. In Italia fino al 1967 queste sostanze erano utilizzate da personaggi famosi come Federico Fellini, per poi essere state bandite dal mercato invece di gestire l’aspetto legato all’abuso, come è accaduto per altre sostanze. La morfina e gli oppiacei, per esempio, sedano il dolore ma possono anche causare dipendenza. 

Il discorso che dovremmo farci come società è se è preferibile bandire gli oppiacei o, invece, prescriverli in una maniera più coerente.

Quando aumenteranno in modo esponenziale le problematiche psichiche, non credo che sarà sufficiente l’approccio tradizionale.

Questo susseguirsi di crisi economiche e sanitarie (in cui è compresa la sfera psichica) sta creando una situazione “a collo di bottiglia”?

Si, è molto probabile. Mutatis mutandis, a livello sanitario il problema è stato più legato alla carenza di personale sanitario che alla costruzione di ospedali nuovi. La preparazione di adeguate risorse umane non avviene in 2/3 settimane, occorrono anni. Quindi, probabilmente avverrà uno tsunami. La domanda da porsi è: di quanti terapeuti abbiamo bisogno nei prossimi mesi o anni per fronteggiare la pandemia psichica?

Perché la dimensione psichica è ancora tenuta ai margini del discorso, sebbene la depressione, per esempio, sia la patologia più diffusa stando ai dati dell’OMS?

I motivi sono essenzialmente due: in Italia la depressione non è ancora accettata socialmente. Si preferisce dire che si è avuto un esaurimento nervoso. Spesso il paziente depresso viene mandato dal neurologo e non dallo psichiatra perché lo psichiatra è il medico dei matti, il neurologo no. 

Dall’altro lato, la patologia mentale è più difficile da vedere, anche se spesso è molto più disabilitante rispetto a una frattura di un braccio.

Non esiste su questo una condivisione di intenti. Utilizzare la frustrazione  della popolazione per fini politici è veramente triste. È approvato che in caso di guerra i suicidi diminuiscono, così come la depressione, perché le persone sono unite da uno scopo. 

Dobbiamo stare attenti alla Learned helplessness. Se ai cittadini viene detto che la mascherina non serve, che le restrizioni non servono perché tanto la situazione non cambia, non viene favorito un sentimento di coesione necessario per non far implodere la società. Quando le persone smettono di unirsi e di vedere un senso in ciò che fanno, subentrano inevitabilmente forti stati depressivi. 

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