Il risultato elettorale ha dato al Paese un governo che si preannuncia debole e pieno di criticità. Il rischio è l’instabilità istituzionale, e lo stallo sostanziale almeno fino al 24 dicembre, quando ci saranno le elezioni popolari. Il punto di Ruvinetti

La delegata facente funzione del’Onu, Stephanie Williams, ha lavorato – fin dalla composizione dei 75 membri del collegio elettivo per il Dialogo libico – per creare l’asse Agila Saleh e Fathi Bashaga alla guida dell’autorità esecutiva. Ma il presidente del parlamento HoR e il ministro degli Interni hanno perso: non saranno loro a ricoprire il ruolo di presidente e premier ad interim, fino alle elezioni convocata per il 24 dicembre.

Chiaro che questo mette in netta difficoltà l’Onu, che va detto si è mosso sotto buoni propositi e pensando con franchezza che il ticket potesse risolvere la situazione in Libia. L’errore di calcolo c’è stato nella valutazione del ruolo di Khalifa Haftar. Il capo miliziano ribelle, all’inizio escluso dal processo di negoziato, è invece rientrato prepotentemente in gioco quando ha concesso la formazione del meccanismo di dialogo militare “5+5” e poi quando ha accettato l’accordo per la riapertura dei pozzi petroliferi proposto dal vicepremier Ahmed Maiteeg.

Spingere a quel punto sul ticket Saleh-Bashaga, che non piaceva a molte parti del contesto libico, ha irritato ulteriormente i libici. Il risultato finale è che davanti allo stressare la situazione alcune figure di primo livello che hanno contribuito personalmente a vari step nella stabilizzazione di questi ultimi mesi – come proprio Maiteeg o il ministro delle Difesa Salaheddin Namroush – si sono ritirati dalla corsa elettorale. Davanti a questa imposizione si è creata dunque la compattazione di un fronte di opposizione che ha abbandonato le proprie eterogeneità e scelto di andare unito contro quella che veniva vista come ingerenza esterna.

Lo si è visto chiaramente nei risultati, con l’accoppiata vincente composta da Mohammed Al Manfi alla guida del nuovo Consiglio di presidenza e Abdul Hamid Mohammed Dbeiba come premier che ha incassato al ballottaggio finale quasi il doppio dei voti di quelli ottenuti al primo turno. Una vittoria però debole nel consenso, perché al di là del voto ospitato dall’Onu a Ginevra, ora è chiaro che tutti – i perdenti e gli esclusi – abbandoneranno le congratulazione retoriche di queste ore e inizieranno a muovere le proprio carte. Ovviamente ora anche lo stesso khalifa Haftar dovrà’ congratularsi con i vincitori e mostrare disponibilità alla collaborazione tenendo fermo la data delle elezioni, ma potrà accettare un Consiglio Presidenziale con all’interno esponenti riconducibili ad esponenti dell’Islam duro? E un Consiglio Presidenziale cosi debole potrà’ gestire le milizie di Tripoli ed un eventuale ruolo di Haftar in un governo unitario? La risposta a queste domande e’ la sfida più importante del nuovo Consiglio Presidenziale.

Se la fiducia in parlamento sarà il momento cruciale, ancora prima si vedrà tutto questo nella formazione stessa del governo. A tutti i candidati è stato imposto di non partecipare alle elezioni di dicembre, con il riconoscimento internazionale che l’Onu garantisce all’autorità ad interim che decadrà proprio dopo quella data. Lo stesso vale per i membri del governo, e questo aumenta le debolezze di un esecutivo che difficilmente attirerà persone di primo livello, in quanto queste si sentono già proiettate verso il voto di fine anno.

Tra l’altro val la pena di sottolineare che se prima era anche possibile un ritardo delle votazioni, se avesse vinto l’asse Saleh-Bashaga considerato forte dall’Onu, adesso tutti chiederanno che le elezioni si facciano, sfruttando la sostanziale debolezza dei vincitori e l’irritazione prodotta in Libia. Ulteriore problema che si crea per l’Onu riguardo all’assenza di certe figure di primo piano nell’esecutivo sta nel chi si occuperà delle grandi questioni – petrolio, milizie, dialogo con Haftar.

Il fatto che il presidente Al Manfi e il suo vice siano riconducibili a posizioni islamiste è poi un’ulteriore complicazione. Il rischio è che la questione possa essere usata dagli haftariani per fare pressioni e muovere – seppure difficile e senz’altro non augurato – di nuovo le armi. Di più: essendo l’autorità esecutiva priva di figure legate a Tripoli, il rischio evidente è che non ci sia contatto con i partiti/milizia della capitale, ripresentando il problema per cui l’attuale presidente e premier Fayez al Serraj è stato castamente criticato – ossia l’essere ostaggio delle milizie e non essere stato in grado di disarmarle e disarticolarle (da notare che questo è un altro tema di attacco per Haftar).

Poi c’è il problema internazionale: come potrà il nuovo primo ministro Dbeiba raggiungere uno dei principali obiettivi Onu, ossia l’uscita delle forze esterne dal paese, visti i suoi rapporti con Turchia e Russia? Ankara e Mosca, lo sappiamo, hanno milizie rispettivamente in Tripolitania e Cirenaica, che secondo le Nazioni Unite sono uno dei principali fattori di rischio militare in Libia, unito al ruolo degli Emirati, che ha una presenza militare e ha finanziato mercenari sudanesi e ciadiani a combattere per Haftar. Dbeiba, vicino anch’egli a posizioni islamiste, riuscirà ad avere un dialogo con Abu Dhabi che ha fatto dell’anti-islamismo il suo cavallo di battaglia? E infine, gli Stati Uniti, che sembravano interessati a un ritorno sul dossier con la Presidenza Biden, come vedono questo businessman vicino alla Russia come primo ministro?

Il puzzle purtroppo rimane complicato e le sfide del nuovo Consiglio Presidenziale molto difficili, ma tutti ci auguriamo per il bene del popolo libico che si riesca a fare dei passi in avanti concreti verso la riconciliazione e la stabilità.

Condividi tramite