Monk è un essere straordinariamente sensibile, empatico e umano, agli antipodi dell’uomo forte e volitivo che “non deve chiedere mai”. Lui deve chiedere sempre, con difficoltà, gentilezza e timidezza, ma deve farlo. La recensione di Carla Vistarini, scrittrice e autrice di canzoni e programmi tv di straordinario successo

La tv offre ormai serie straordinarie che nulla hanno da invidiare al cinema, che purtroppo di questi tempi sconta la chiusura delle sale e dei teatri per le note esigenze sanitarie. E così “La regina degli scacchi”, “Bridgerton”, “The Undoing”,  “Normal people”, ecc. solo per nominare alcuni dei maggiori successi della stagione, registrano ascolti record. Ma, tra questi titoli roboanti, effetti speciali e produzioni milionarie sulla cresta dell’onda e dell’attualità, sono tornate, sorprendentemente, a conquistare il pubblico anche serie con qualche anno sulle spalle. A volte molti anni.

Perry Mason, Il tenente Colombo, la Signora in Giallo, Renegade, Walker Texas Ranger,  sono solo alcuni degli appuntamenti “vintage” che tornano sul piccolo schermo, conquistando il pubblico, vecchio e nuovo, col fascino di un mondo tanto vicino eppure perduto. Tra questi c’è anche il racconto quasi timido, gentile, aggraziato, divertente e profondamente giallo di un detective tutto speciale, a metà tra Sherlock Holmes e Mister Magoo. Si tratta di “Monk”. Chi lo conosce sa di cosa parlo, chi non l’ha mai visto o l’ha seguito solo con la mano, anzi con l’occhio sinistro, penso si perda molto.

A cominciare dalle strade di San Francisco, dove è ambientata la serie. Città unica, protagonista di infinita letteratura (“I racconti di San Francisco”, di Jack London o “Il falcone maltese di Dashiell Hammett, Jack Kerouac e la beat Generation, tra gli altri), di tanta bella musica (il rock della Bay, i Jefferson Airplane, i Greatful Dead, e Huey Lewis and the News tra i tanti), di eventi storici e climatici dal biblico sapore (il grande incendio del 1906, il terremoto del 1851, l’oscuro mistero del killer “Zodiac”); l’isola di Alcatraz e i mille film lì ambientati; citazioni come quella di Mark Twain che sentenziò “L’inverno più piovoso della mia vita è stato un’estate a San Francisco”), ecc.

Tutto accade nella leggendaria San Francisco, dove Adrian Monk (l’attore  Tony Shalhoub, straordinario) vive, da vedovo inconsolabile per la perdita dell’amatissima moglie Trudy, perita molti anni prima in un misterioso attentato con autobomba. Questa donna indimenticata è la scintilla che alimenta in lui l’insopprimibile desiderio di trovare il colpevole della propria immensa perdita. Così scopre in sé il quasi divino fiuto da detective che manifesta suo malgrado e quasi a sua insaputa, tanto da venire ingaggiato come consulente dalla polizia della città del Golden Gate.

Il fatto è che  Monk non è il superdetective classico. Le sue doti di analisi e le conseguenti deduzioni che risolvono i casi più difficili con semplicità disarmante,  provengono da una sua sindrome ossessivo-compulsiva ai confini con l’autismo.  Soffre di mille manie: la pulizia, la sincronia, l’equilibrio, la claustrofobia, i numeri, il pudore, la simmetria,  il cibo, in poche parole: tutto ciò che può essere contaminato, quindi contaminante,  e ciò che non è perfetto.  E’ un uomo dolce e remissivo, consapevole  delle sue disuguaglianze comportamentali rispetto a molti degli altri esseri umani, ma riesce a trovare sempre un modo per conviverci. E’ aiutato in questo da un’assistente spiritosa, intelligente e comprensiva che si chiama Nathalie, preceduta nei primi episodi dall’altra assistente, Sharona.

Monk risolve i casi di omicidio semplicemente notando particolari infinitesimali che nessun altro coglie. Lui “vede” le persone e le cose, fino in fondo. In questo è un essere straordinariamente sensibile, empatico e umano, agli antipodi dell’uomo forte e volitivo che “non deve chiedere mai”. Lui deve chiedere sempre, con difficoltà, gentilezza e timidezza, ma deve farlo. E nella sua candida goffaggine può essere un vero rubacuori a sua insaputa.

La serie si avvale anche della presenza del capitano di polizia Stottlemeyer e dell’agente Randy. Entrambi adorabili nelle loro candide trasparenze caratteriali e psicologiche. Le classiche “persone per bene”, come Monk e Nathalie, d’altronde. Un altro personaggio indimenticabile è lo psicanalista di Monk, il dottor Kroger, che segue il detective da anni e che è ormai diventato la sua boa di salvezza nell’immenso mare del disorientamento sociale e psicologico di cui il suo paziente soffre. E guest star da oscar, come Stanley Tucci o John Turturro, tra gli altri. Ecco.

Scordatevi violenza e aggressività, scordatevi doppie chiavi di lettura (a quelle ci pensa la mente analitica di Monk quando risolve i casi), scordatevi amarezza e malvagità. Ci sono, certo, ma sono solo nel bandolo delle complicate matasse dei crimini da decifrare. La bellezza della serie è nella estrema pulizia dei protagonisti, personaggi tutti, a cominciare dal delizioso Adrian Monk  che ognuno vorrebbe come amico e/o  vicino di casa, a seguire con gli tutti gli altri. Gente come tutti, semplice, coi suoi problemi, con le sue manie, ma sempre positiva, forse candida, forse ingenua, ma epitome della vita stessa.

Come le favole dei bambini, la serie “Monk” vincitrice di Emmy Awards con le due sigle “Monk Theme” di Jeff Beal e “It’s a jungle out there” di Randy Newman (riascoltatele sono fantastiche), e una sfilza di Emmy e un Golden Globe per il protagonista Tony Shalhoub, e tanti altri premi, si vorrebbe non finisse mai. Ma, come tutte le cose preziose, dopo ben otto  stagioni di successo è finita, nel 2009, con un record di ascolti. Che nostalgia. Ma se la volete rivedere, e ve lo consiglio,  in questo periodo la replicano su Top Crime, da non perdere.

Condividi tramite