Al momento M5S propende per il No al sostegno del governo di Mario Draghi. Ma non c’è nulla da festeggiare. Non solo perché sarebbe curioso e abbastanza irrituale vedere il primo gruppo parlamentare all’opposizione di Draghi. Ma anche perché i passi in avanti compiuti in questi anni su europeismo e atlantismo sarebbero gettati all’ortiche. L’opinione di Francesco Nicodemo

Le prime parole del presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi sono state molto chiare: nuove generazioni, coesione sociale, unità, responsabilità, rispetto del ruolo del Parlamento. Chi ha a cuore l’Italia non può che augurargli di riuscire ad ottenere la fiducia e a fare le cose che al Paese servono.

Eppure non comprendo i trenini festeggianti su Twitter per la fine del governo Conte, mi hanno ricordato quello che successe nell’ottobre del 2011 per le dimissioni del governo Berlusconi. Non il miglior auspicio. In effetti un po’ come nel film Groundhog Day, siamo di nuovo al punto di partenza. Sono passati dieci anni e un Presidente della Repubblica deve esercitare tutti i suoi poteri per evitare che la barca italiana affondi, per impedire che una crisi politica, molto simile a un teatro degli orrori, divenga crisi di sistema con gli effetti devastanti sulla vita economica e sociale degli italiani. Gli occhi e la voce del Presidente Mattarella ieri tradivano l’eccezionalità e la gravità del momento. Il suo intervento ha certificato il fallimento di una intera classe politica. D’altronde non c’è democrazia occidentale in cui in dieci anni per due volte sia stato necessario il ricorso a un alto profilo fuori dagli schemi partitici per risolvere una crisi politica. Non c’è da vantarsi, né tanto meno da essere contenti. Dalla fine dei partiti della Prima Repubblica siamo sempre nella stessa transizione, che né leggi elettorali, né riforme costituzionali, riuscite o meno, sono state in grado di superare.

Dieci anni fa l’output del governo Monti fu l’exploit di un partito creato dal nulla che ottenne il 25% dei voti. 5 anni dopo quel partito, il M5S, le elezioni le ha vinte con il 33% dei consensi, diventando di gran lunga il primo gruppo parlamentare alla Camera e al Senato. Per tre anni è stato al governo con lo stesso premier ma con due maggioranze totalmente diverse. Prima con la Lega, poi con il Pd. In questa cambiamento c’è stato un progressivo processo di istituzionalizzazione del M5S e una lenta ma inesorabile condivisione di valori e temi repubblicani ed europeisti.

Al momento M5S propende per il No al sostegno del governo di Mario Draghi. Ma anche su questa scelta non c’è nulla da festeggiare. Non solo perché sarebbe curioso e abbastanza irrituale vedere il primo gruppo parlamentare all’opposizione di Draghi. Ma anche perché i passi in avanti compiuti in questi anni su europeismo e atlantismo sarebbero gettati all’ortiche per un ritorno a posizioni anti-sistema alla ricerca della purezza perduta.

E per quanto la narrativa mediatica di quotidiani e ZTL delle città non abbia mai amato il M5S, l’estromissione dei grillini dalla maggioranza di governo non è una buona notizia. Non sarebbe solo un problema numerico per Draghi, ma anche per il sistema Paese. Perché è vero che il governo Draghi dovrà programmare e spendere 209 mld di RecFund, disegnare l’Italia del futuro più verde più digitale più semplice più giovane e più giusta. Ma è altrettanto vero che il governo Draghi dovrà gestire la crisi economica e sociale con la fine della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti e il dramma di un anno di restrizioni Covid che hanno duramente colpito le imprese e le 4.5 milioni di partite Iva.

Il Parlamento che dovrà votare i provvedimenti del governo Draghi è lo stesso del Conte I e del Conte II. E certamente non possiamo auspicare una maggioranza esigua o che dipende dalle astensioni di qualche partito sovranista a targhe alterne.

In ogni caso non ci resta che tifare perché Draghi abbia successo. Ne va del futuro dell’Italia.

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