Possibile che la valutazione iniziale se si ha davanti un migrante irregolare o un potenziale rifugiato dipenda dalla “sensibilità” del Paese alla frontiera esterna nonché, sullo sfondo, dall’umore delle principali cancellerie europee? Nadan Petrovic, professore alla Sapienza di Roma, torna sul tema della crisi al confine bosniaco

La illuminante analisi di Igor Pellicciari sulla crisi dei migranti bloccati in Bosnia è talmente fuori dal coro rispetto al mainstream sul tema da meritare un commento tecnico rafforzativo.

Per quanto riguarda la ben descritta incapacità delle istituzioni bosniache di gestire la crisi, va ricordato che ad essa ha contribuito anche il drammatico fenomeno del brain drain della sua élite (intellettuale, burocratica ma anche politica) che ha abbandonato la Bosnia Erzegovina durante il conflitto, lasciando il paese nella mani di una classe dirigente a dir poco inadeguata ad affrontare benché i più semplici problemi, figuriamoci quelli dei migranti e dei rifugiati.

Ed è giusta anche la critica rivolta all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) di essersi trasformata in un’agenzia “del fare nell’emergenza” (predisporre centri, preparare pasti ecc.) piuttosto che una capace “di governare i flussi migratori”.

È una mancanza di visione che rispecchia il grosso della strategia internazionale in Bosnia: aprire (o migliorare) centri di accoglienza ed erogare pasti caldi per i migranti in attesa che gli stessi proseguano il viaggio. Sì, ma per andare dove esattamente ?

È proprio qui sta il cuore del problema. I paradigmi della politica comunitaria in materia d’immigrazione e d’asilo poggiano su tre pilastri fondamentali: promuovere un’immigrazione regolare; contrastare quella irregolare; proteggere i rifugiati.

Dal momento però che il primo paradigma non è stato mai attuato (né vi è alcuna volontà politica di farlo), la situazione attuale è che le persone che entrano nell’Unione sono considerate irregolari, a meno che non si tratti di potenziali rifugiati (ovvero persone perseguitate per specifici motivi previsti dalla convenzioni internazionali ed europee).

Infatti, la principale modalità di arrivo dei migranti nell’Ue passa attraverso arrivi irregolari e, successivamente, alla presentazione della domanda di asilo. In maggioranza naturalmente essi non ottengono lo status di rifugiato ma, alla fine, a causa dell’incapacità degli Stati Membri di rimpatriare coloro che non hanno il diritto di rimanere, rimangono comunque nella Ue (all’inizio irregolarmente e dopo, Dio volendo, regolarizzandosi).

Il problema è che la valutazione iniziale se si ha davanti un migrante irregolare o un potenziale rifugiato, dipende fin troppo spesso dalla “sensibilità” del Paese alla frontiera esterna nonché, sullo sfondo, dall’umore delle principali cancellerie europee.

Tra gli ultimi ad averlo capito vi è l’Italia che a lungo non si è capacitata sul come fosse possibile raccogliere i plausi europei per i salvataggi in mare ma poi vedersi negata qualsiasi solidarietà nella successiva redistribuzione dei migranti.

Non si è visto che, a torto o ragione, molti partners UE consideravano quelli “salvati in mare” non come potenziali rifugiati bensì come “semplici migranti irregolari”, che una volta accolti nei porti, dovevano essere rimandati a casa quanto prima.

Il dramma oggi a Bihac ripropone la stessa antica sostanza del problema ovvero la presenza di una grande ipocrisia che aleggia riguardo allo status giuridico di questi migranti.

Ma dal momento che andare alla radice del problema richiederebbe una discussione schietta su alcuni paradigmi e “totem” nelle politiche dell’UE in materia di asilo e immigrazione, quali ad esempio il Regolamento Dublino e l’obbrobrio del barattare la mancanza di volontà di aprire agli ingressi regolari per lavoro con la narrativa del “sono tutti rifugiati”, allora si rimanda intanto il tutto piantando tende e preparando pasti caldi. Nella classica giostra degli aiuti d’emergenza che durano anni.

La Ue al solito non ha una visione politica del problema ma ha denaro a sufficienza per soluzioni tampone.

Il problema è che l’ipocrisia non è mai un buona alleata a lungo termine. Nel 2015 chi scrive mise in guardia che la rotta balcanica, momentaneamente chiusa, non era stata un episodio bensì “una tappa del processo che coinvolgerà anche i Paesi dei Balcani occidentali (al pari dell’ Italia e della Grecia) negli anni (se non decenni) a venire.”

Si potrebbe dunque con ragionevole certezza scommettere che anche nel 2025 assisteremo ad accorati appelli per i migranti in Bosnia simili a quelli di oggi, all’insegna della retorica del “mai più”.

Del resto, nella gestione comunitaria dell’immigrazione e dell’asilo, i decenni passano in un batter d’occhio. Ma le ipocrisie restano le stesse.

[Foto tratta dal profilo Twitter del gruppo dei Socialisti & Democratici al Parlamento Europeo – https://twitter.com/TheProgressives/ ]

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