Il tetto al numero dei cassazionisti, costantemente rinviato nel maxi-decreto di fine anno, minaccia ogni credibile riforma della giustizia. Un guaio, perché raggiungere l’efficienza della giustizia avvantaggerà le imprese e migliorerà i tempi di consegna dei lavori pubblici. Con un impatto positivo sulla produttività totale. L’analisi di Gloria Bartoli, docente ed economista del Gruppo dei 20

In entrambi i rami del parlamento, Mario Draghi ha presentato la priorità della riforma della giustizia nel suo programma di governo. L’imprevedibilità delle sentenze e tempi irragionevoli dei processi allontanano dall’Italia gli investimenti da parte di imprenditori nazionali e stranieri. La crescita mancata è stimata tra l’1 e il 3% del Pil. Mentre i 3,3 milioni di cause ferme nei tribunali si calcola che immobilizzino più di 100 miliardi di euro. Una cifra che se rimessa in circolo di questi tempi darebbe respiro a privati, ma anche al settore pubblico per le tasse su queste attività, se non sono fallite nel frattempo.

Ancora più grave è l’effetto di una giustizia inefficiente sulla società. Non solo le imprese, ma anche le famiglie si sentono abbandonate dallo Stato. Senza buon funzionamento della giustizia non c’è fiducia nelle istituzioni. Come ricordato da Draghi, la crescita di un Paese non dipende solo da fattori economici, ma anche dalle istituzioni e dalla fiducia dei cittadini verso di esse.

Se l’efficienza è l’obiettivo, è inutile far riferimento alla riforma in discussione alla Commissione giustizia della Camera, nata per rispondere allo scandalo del Csm. Gli indicatori di efficienza nella giustizia sono i tempi e la prevedibilità sentenze. Per il primo grado di processo servono 527 giorni in Italia contro 122 in Europa. Ma il maggior ritardo è in Cassazione: 1.266 giorni sono il tempo mediano per chiudere un caso nel civile contro un tempo mediano in Europa di 207 giorni.

L’Europa ci ha appena ripetuto che le riforme previste nel Piano di rilancio devono essere “sostanziali e credibili”, quindi devono individuare e rimuovere le cause dell’inefficienza. Per nostra fortuna, la causa dei ritardi e dell’imprevedibilità è comune: è l’impossibilità da parte della Cassazione di svolgere il suo ruolo di interprete ultimo delle leggi a causa degli 80.000 ricorsi presentati ogni anno dai 55mila avvocati che possono patrocinare in Cassazione.

Nel 2006,9 e 12 si sono fatte riforme che non hanno raggiunto l’obiettivo. La soluzione è la specializzazione degli avvocati da un lato e la valutazione per merito dei magistrati dall’altro. Invece di reinventare la ruota vediamo come fanno i paesi che funzionano bene: la Francia ha 114 avvocati specializzati per il patrocinio in Cassazione e Consiglio di Stato, grazie a un numero chiuso nella formazione e nell’accesso alla professione. La Germania limita sia il numero di avvocati abilitati che l’ammissibilità dei ricorsi. Così la Cassazione può svolgere il suo ruolo d’interprete ultimo delle leggi perché pochi avvocati abilitati alla Corte Suprema filtrano essi stessi i casi meritevoli di discussione alla Corte.

Liberata la Cassazione da multe stradali e liti di condominio, l’interpretazione delle leggi diverrà univoca e scomparirà l’imprevedibilità delle sentenze. Di conseguenza cesserà lo tsunami di più di due milioni di cause all’anno nel solo civile. Basta introdurre nella legge ordinaria che regola l’accesso dei laureati in giurisprudenza alle professioni legali l’opzione di patrocinare in Cassazione o in alternativa agli altri due livelli di giudizio. Il risultato sarà a breve termine e testimonierà la serietà dell’Italia a rimuovere gli ostacoli alla crescita e alla convergenza con l’Europa.

Eppure, quando, visto l’insuccesso del filtro, nel 2012 la legge ha provato a contenere la crescita nel numero dei cassazionisti, anche questo timido tentativo è stato sabotato anno dopo anno inserendo il rinvio dell’applicazione della legge nel Milleproroghe. Sarà così anche quest’anno? Rifiutare la proroga seppur insufficiente, sarebbe il segnale di una nuova volontà del parlamento di fare una seria riforma della giustizia.

Occorre anche introdurre requisiti di capacità manageriale nella scelta dei dirigenti dei tribunali. Come? Con una reale valutazione dei giudici e scelte basate sui meriti professionali: raccogliendo dati sulla performance dei giudici nello svolgimento dei processi, la percentuale di sentenze riformate in appello o annullate in Cassazione, per utilizzarli nelle nomine alle cariche dirigenziali e per l’elezione al Csm. Non c’è nulla di ciò nella riforma della giustizia in discussione.

In conclusione, i nostri politici devono svezzarsi della cattiva abitudine acquisita con i fondi coesione europei che chiedono solo il rendiconto delle spese. Per i fondi del Next Generation Eu non è così: incassiamo se abbiamo raggiunto i risultati intermedi e finali della riforma, numericamente stabiliti, per durata dei processi e prevedibilità delle sentenze. Raggiungere l’efficienza della giustizia degli altri paesi avanzati avvantaggerà le imprese e migliorerà i tempi di consegna dei lavori pubblici. Con un impatto positivo sulla produttività totale e quindi sull’occupazione, i salari e sul Pil di lungo periodo (quello con cui si ripaga il debito).

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