180 Ong per i diritti umani spingono per un boicottaggio dei Giochi di Pechino 2022, mentre le pressioni aumentano (anche da oltreoceano) alla prospettiva che la Cina trasformi le Olimpiadi in uno spot geopolitico, senza tema di ripercussioni umanitarie

La risonanza internazionale delle Olimpiadi ha un’immensa portata geopolitica. Il Paese ospitante incornicia le competizioni sportive, fa orgogliosamente sfoggio di sé e attira gli occhi dell’intero pianeta. Motivo per cui, viste le continue violazioni di diritti umani da parte del regime cinese, 180 organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto di boicottare le Olimpiadi di Pechino nel 2022.

Queste ONG sono perlopiù associate ai territori e alle etnie nel mirino repressivo del Dragone: Hong Kong, la popolazione di musulmani uiguri nella regione dello Xinjiang, Taiwan e Tibet. Alcune di esse avevano già protestato durante le Olimpiadi di Pechino nel 2008, ai margini della staffetta della torcia olimpica, denunciando la repressione cinese in Tibet e il sostegno del Partito Comunista al Sudan nonostante il genocidio nel Darfur.

“Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale, ndr) si è rifiutato di ascoltarci nel 2008, difendendo le proprie decisioni secondo le quali [le Olimpiadi] avrebbero agito come catalizzatori di miglioramenti in termini di diritti umani”, recita la lettera congiunta delle ONG rilanciata dal Guardian. “Ora, nel 2021, ci troviamo al punto di partenza, con il CIO che si rifiuta di agire nonostante le chiare prove di genocidio e insuccessi diffusi e in peggioramento in termini di diritti umani”.

“Il CIO sa che le autorità cinesi imprigionano arbitrariamente gli uiguri e altri musulmani, espandono la sorveglianza statale e silenziano molte voci critiche e pacifiche”, ha detto Sophie Richardson, direttrice per la Cina di Human Rights Watch.

Il precedente storico esiste: dal 1964 al 1988, al Sudafrica è stato impedito di partecipare ai Giochi a causa dell’apartheid. La questione odierna, però, è più spinosa, tra il ruolo torreggiante della Cina nel mondo, gli interessi geopolitico-commerciali e il crescente conflitto con gli Stati Uniti. In più, quando anche le democrazie liberali agissero di concerto, otterrebbero l’effetto di accentuare la polarizzazione in stile guerra fredda, amplificando la postura della Cina come leader globale.

Data la scarsa probabilità che un boicottaggio tradizionale accada davvero (o che il CIO lo supporti), alcuni gruppi stanno spingendo per un boicottaggio diplomatico, che consiste nell’evitare di mandare una delegazione politica di rappresentanza pur consentendo agli atleti di una nazione di competere. Un attacco al soft power, insomma, nonchè una soluzione più facile da attuare.

L’attivismo politico nei Giochi è bandito per regolamento secondo l’articolo 50 della Carta Olimpica. Eppure questo potrebbe cambiare presto sotto l’influsso statunitense, memore delle proteste degli atleti nel 2020 per il movimento Black Lives Matter. A dicembre il Comitato Olimpico e Paralimpico a stelle e strisce ha annunciato che non avrebbe più proibito agli atleti di protestare a favore della giustizia, seppur pacificamente e rispettosamente. A seguito di questa decisione, riporta Axios, il CIO “sta revisionando l’articolo 50” e dovrebbe pronunciarsi “nei prossimi mesi”.

Secondo Reuters l’amministrazione Biden non sarebbe intenzionata a portare avanti nessun tipo di boicottaggio, pur avendo ufficialmente riconosciuto la repressione delle autorità cinesi contro gli uiguri come genocidio. Lo stesso Comitato Olimpico americano sostiene che il boicottaggio da parte degli atleti li impatta negativamente e non aiuta ad affrontare efficacemente le questioni globali. Entrambi gli enti favoriscono un approccio diplomatico diretto.

E però, come riporta Axios, il problema geopolitico è anche legato al costo delle Olimpiadi, in rapida crescita dalla seconda metà del Novecento secondo il Council on Foreign Relations. Sempre più spesso le città occidentali si oppongono all’idea di ospitare i Giochi a fronte di costi esorbitanti e un ritorno economico e pubblicitario insufficiente. Il che gioca a favore dei regimi autoritari come Cina e Russia, intenzionati a proiettare un’immagine di grandezza senza badare a spese. Il fascino di questo palcoscenico internazionale è quantificabile: per Pechino 2008 e Sochi 2014 sono stati sborsati rispettivamente 45 e 51 miliardi di dollari, mentre tutte le altre edizioni dal 1996 a oggi sono costate in media 10,7 miliardi.

Insomma, Pechino 2022 rischia di diventare un gigantesco spot pubblicitario per il regime cinese, che potrebbe uscirne rinforzato e ancora più noncurante delle pressioni internazionali in tema di diritti umani. Rimane da vedere se il CIO cambierà opinione sulla depoliticizzazione dei Giochi a fronte delle pressioni americane e delle prove schiaccianti di violazione dei diritti umani, in netto contrasto con lo spirito olimpico. Ma anche le singole nazioni hanno la loro responsabilità.

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