La vicepresidente della Commissione Ue auspica più concorrenza e più investimenti nel digitale. Anche e soprattutto grazie al Recovery Fund. Il commento di Pietro Paganini e Raffaello Morelli

Nel numero d’avvio di Voci dall’Europa, la nuova newsletter dell’Espresso, è riportato il contenuto di una video intervista alla vice presidente liberale della Commissione Ue , Margrethe Vestager, che verte sulla materia di cui ha la delega, il digitale. E che svolge considerazioni quanto mai attuali, specie se rapportate alla situazione italiana.

La vice presidente della Commissione inizia con l’affermare che c’è stata una rivoluzione tecnologica ma che la democrazia europea sembra non essersene accorta. E la questione è diventata urgente. L’Ue era stata sollecita nel 2018 varando la legislazione sulla privacy che ha fatto da apripista ed è il punto di riferimento a livello internazionale. Ma non è stata altrettanto sollecita sui provvedimenti a tutela della democrazia dei cittadini di fronte all’espandersi delle grandi imprese digitali.

La vice presidente ha ricordato che, in ogni caso, la Commissione al momento ha presentato due proposte in corso di esame in parlamento per salvaguardare la fluidità dell’esprimersi nelle relazioni democratiche. La prima (Digital Service Act) consentirà di rimuovere i contenuti illegali online. La seconda (Digital market act) punta ad evitare il realizzarsi del dominio assoluto di pochi operatori con lo sfruttare i dati dei loro clienti.

Dunque, la vice presidente Verstager ritiene che l’attenzione primaria dell’istituzione Ue debba cogliere quali sono i nodi che si vanno formando ogni giorno nei meccanismi della società (oggi quelli conseguenti alla innovazione digitale) e si impegni a scioglierli al fine di mantenere ed anche di accrescere la libera iniziativa dei cittadini (appunto attraverso il loro utilizzo).

Questa è una tipica metodologia liberale che concepisce le istituzioni non sovrapposte alla realtà bensì funzionali ad agevolare che nella realtà le interrelazioni tra i cittadini siano il più libere possibile. E quindi, al giorno d’oggi, deve innanzitutto curare che lo spazio del mercato digitale sia aperto, mentre attualmente è ancora toppo chiuso alla possibilità che molti vi entrino, soprattutto a causa dell’eccessiva attività di lobby che favorisce troppo le grandi imprese a danno delle altre.

Un indirizzo, questo, che la Vestager persegue da anni e che la portò, a febbraio di due anni fa, a bloccare, con grande scandalo dei salotti buoni, la fusione di due colossi Siemens (tedesco) e Alstom (francese) che avrebbe prodotto, nel campo tecnologico della mobilità e dei servizi, in specie ferroviari, prezzi più alti, minore gamma di scelte e minore innovazione, cioè un monopolio Ue a danno della concorrenza.

L’intervista della vice presidente Vestager su Voci dall’Europa, è un richiamo deciso ad una politica che segua il fluire del tempo e che perciò attui le riforme appena se ne presenta la necessità. Lo stesso concetto espresso dal presidente Draghi nel suo discorso per la fiducia, quando ha citato le parole di Cavour, e cioè che le riforme tempestive rafforzano chi le fa.

E naturalmente la Vestager, per fare nella Ue una politica del genere, sottolinea anche la necessità che ogni Stato a livello nazionale potenzi il proprio sistema educativo e colleghi tutte le università europee. Soprattutto perché la digitalizzazione lo rende più facile e perfino ora, in piena emergenza, esistono centinaia di migliaia di lavori disponibili per chi sa utilizzare il digitale.

La Vestager auspica quindi che, nell’uso del Recovery Fund, l’Italia si concentri sul ridurre il divario digitale tra chi è connesso e chi no, dato che ciò mette in grado di svolgere un mestiere, per di più indipendentemente dall’età. Il settore pubblico dovrebbe essere il motore di questo progetto da utilizzare come spunto per il rilancio delle piccole e medie imprese. Ed anche su questo concetto esiste un robusto parallelismo di fondo con il forte rilievo dato da Draghi alla transizione digitale per riattivare la capacità produttiva italiana e a non fissarsi sulla convinzione che tutto sia già scritto.

 

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