Il presidente Biden ha chiesto al capo del Pentagono Lloyd Austin di redigere una “Global posture review”. Saranno rivisti nel complesso gli impegni all’estero ma, promette il segretario della Difesa, in piena sintonia con partner e alleati. Ecco cosa potrebbe cambiare

Si chiamerà “Global posture review”, letteralmente “revisione della postura globale”, e rivedrà nel complesso gli schieramenti all’estero degli Stati Uniti. L’ha chiesta ieri il presidente Joe Biden in  vista al dipartimento di Stato, chiarendone da subito l’obiettivo: la leadership americana nel mondo, iniziando dalla diplomazia e coinvolgendo lo strumento militare che ne è a servizio.

IL RUOLO DEL PENTAGONO

“Significa – ha spiegato il capo del Pentagono Lloyd Austin – che gli Stati Uniti, mai timorosi di combattere quando devono, non saranno nemmeno timorosi di affrontare discussioni complesse e negoziati”. Per il Pentagono, ha aggiunto Austin, vuol dire “essere sempre pronti a sostenere il duro lavoro della diplomazia, a sostenerla con le capacità di cui la nostra nazione ha bisogno per rendere chiara la nostra determinazione e per proteggere i nostri interessi quando messi in discussione”. Di più: “Se dobbiamo combattere, dobbiamo vincere”. Come? Focalizzando l’impegno della Difesa su “talento, addestramento, innovazione, leadership, presenza avanzata e prontezza”.

IL PIANO

E così il dipartimento della Difesa elaborerà la sua Global posture review, comprensiva degli impegni all’estero, delle strategie e delle missioni. Servirà ad “allocare al meglio le forze militari nel persegue i nostri interessi nazionali”, ha detto Austin. La sua redazione è affidata al sottosegretario per le Politiche, posizione numero tre al Pentagono, attualmente ricoperta pro tempore da Amanda Dory in attesa della conferma del Senato per Colin Kahl. Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Mark Miller, sarà in “stretta consultazione”.

REVISIONI A CONFRONTO

Non è di certo la prima revisione della postura militare americana. Da sempre la presenza dei militari all’estero viene adattate alle strategie di politica estera. Il dibattito era aperto anche durante l’amministrazione targata Donald Trump, con il Pentagono chiamato a più riprese a modificare i contingenti per rispondere al meglio al ritorno al confronto tra potenze e alla sfida su scala globale con Cina e Russia. A ottobre 2019, su spinta di Trump, l’allora segretario alla Difesa Mark Esper spiegava, in conferenza stampa da Kabul, Afghanistan, di aver chiesto a tutti i comandanti di individuare modalità per liberare “tempo, denaro e forze da mettere sulle priorità indicate nella National Defense Strategy: numero uno la Cina, numero due la Russia”. In un’altra occasione, poche settimane dopo, notava: “abbiamo iniziato un processo di revisione che riguarda tutti i teatri, capendo quali sono i requisiti che ci prefiggiamo, assicurandoci di essere il più efficienti possibile con le nostre forze”.

QUALI TEATRI?

In tale ottica (oltre ai fine elettorali trumpiani) sono da leggere gli annunci dei diversi ritiri e ridimensionamenti tra Siria, Afghanistan, Iraq, Africa centrale, America latina e Germania, mai di fatto confluiti in un piano complessivo. Tra l’altro, ciò ha favorito il mantenimento di un certo status quo, con i comandanti dei dispiegamenti in Africa e America latina (ad esempio) a notare che la Cina è ormai presente anche lì, e che dunque non era ragionevole ridurre gli impegni. Di tutto questo, ciò che ha avuto maggiori effetti è stata la riduzione delle consultazioni con alleati e partner nei vari allunghi della Casa Bianca. Spesso, negli ultimi quattro anni, le cancelliere europee (e la Nato stessa) si sono trovate spiazzate dagli annunci dell’ex presidente americano.

LA RASSICURAZIONE

Su questo l’amministrazione Biden vuole cambiare passo. “Consulteremo i nostri alleati e partner durante la revisione”, ha assicurato Austin. “Dall’Afghanistan e dal Medio Oriente, attraverso l’Europa, l’Africa e il nostro emisfero, fino all’ampia distesa del Pacifico occidentale, gli Stati Uniti sono fianco a fianco con alleati vecchi e nuovi, partner grandi e piccoli”, ha rimarcato in un messaggio che ha proprio il fine di tranquillizzare i tradizionali interlocutori all’estero. “Ognuno di loro – ha aggiunto il capo del Pentagono – porta alla missione abilità, conoscenze e capacità uniche, e ognuno di loro rappresenta un rapporto che vale la pena curare, preservare e rispettare; lo faremo”.

IL BANCO DI PROVA

Il primo banco di prova sarà tra un paio di settimane, quando il generale Austin farà il suo debutto alla ministeriale della Nato. In cima all’agenda c’è l’Afghanistan, già al centro del primo colloquio di Austin con il segretario generale Jens Stoltenberg. Ne ha poi parlato anche con il ministro italiano Lorenzo Guerini, a due giorni dalla visita di quest’ultimo tra Kabul e Herat. Nel Paese permane una profonda instabilità, tra le violenze perpetuate dai talebani e i negoziati di pace intra-afghani che faticano a procedere. Il ritiro della missione Nato Resolute Support resta per ora condizionato al prosieguo dei negoziati e al raggiungimento di sicurezza e stabilità. Tale linea è difatti stata messa alla prova dal solo Trump, che negli ultimi mesi del suo mandato è riuscito ad abbassare il contingente americano a 2.500 unità. Austin ha già promesso coordinamento su ogni ulteriore mossa.

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