Il dem Enzo Amendola ha lasciato il segno agli Affari europei e sul Recovery Fund, gode di stima trasversale, in un anno e mezzo ha ricucito i rapporti con Parigi e Berlino e tenuto la barra dritta su Nato e Usa. Ecco perché può diventare il consigliere d’eccezione di Mario Draghi

Tra i ministri “non confermati” del governo Draghi c’è un illustre escluso, Enzo Amendola. Non c’è lui nella lista del nuovo esecutivo né il ministero che ha guidato per un anno e mezzo, quello per gli Affari europei. Sarà il premier, alla luce di 7 anni alla guida della Bce, a tenere le fila dei rapporti con Bruxelles, con un sottosegretario delegato, come durante il governo Renzi.

È un’assenza di peso, e si farà sentire, a giudicare dalla lunga trafila di reazioni di stima e vicinanza incassata l’ultimo giorno in ufficio. Amendola ha solo 47 anni, ma è già una vecchia conoscenza della politica italiana. Ha iniziato a 16 anni, a studi ancora in corso, consigliere dei Ds nella sua Napoli, dove adesso le cronache dell’ultima ora lo vogliono come papabile candidato sindaco di una coalizione Pd-Cinque Stelle.

Scelto da Nicola Zingaretti come responsabile Nazionale Esteri del partito nel 2018, già sottosegretario alla Farnesina con i governi Renzi e Gentiloni, nell’ultimo anno e mezzo Amendola ha riportato al centro del dibattito pubblico un dipartimento, le Politiche europee, troppo spesso ridotto a “scompartimento” di Palazzo Chigi.

Vuoi per una pandemia che ha costretto tutti, eurolirici ed euroscettici, a puntare gli occhi su Bruxelles per una via d’uscita. Vuoi per il lungo travaglio del Recovery Fund, che Amendola ha seguito in prima linea insieme a Giuseppe Conte e al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi, concluso lo scorso luglio con un indiscutibile successo italiano: 209 miliardi di euro in fondi per la ripresa, 82 a fondo perduto.

Certo, quei fondi devono ancora atterrare, e Mario Draghi è arrivato a Roma proprio con quell’obiettivo. Ma si è trattato comunque di un record rispetto agli altri Paesi Ue che non poco deve al lungo lavorio diplomatico dell’ex ministro dem. Quando, a seguito dell’annuncio, la strada per i fondi Ue si è fatta in salita a causa dei veti incrociati dei Paesi dell’Est, su tutti Ungheria e Polonia, il telefono di Amendola a ricominciato a fumare con un via vai continuo di telefonate ai colleghi europei, specie a Berlino, finché l’impasse non si è sbloccato.

Non ci sarà un Amendola bis, non con lo stesso ruolo almeno. E non sono pochi quelli che se ne dolgono. Su Twitter è una processione continua. Lui saluta senza un filo di polemica, con pieno aplomb istituzionale. “Un anno e mezzo, con disciplina e onore. Grazie a tutti. Viva l’Italia e in bocca al lupo al governo del Presidente #Draghi”.

A Facebook affida un ricordo più generoso. È la notte del 21 luglio quando il Consiglio europeo approva il Next Generation Eu. “L’europeismo, quel giorno, ha smesso di essere una parola vuota ed è diventata realtà. In questi mesi difficili, il sentimento nei confronti dell’Europa è tornato finalmente positivo. Questa è la nostra casa, qui è il nostro futuro. E se per piccola parte ho partecipato a cambiare questo sentire, è il regalo più bello che porto con me”.

Una cascata di colleghi gli fa gli auguri. C’è il renziano Ivan Scalfarotto, “un eccellente ministro, e una bellissima persona”. Il Commissario Ue Paolo Gentiloni, “grande Enzo”. Il diccì azzurro Gianfranco Rotondi si spinge oltre, “uno dei migliori ministri di questa legislatura”, e così Carlo Calenda, “è stato un ottimo ministro, ed è un gran signore”. Alla schiera si uniscono i colleghi europei, con un saluto non richiesto dal protocollo. “Grazie per il tuo lavoro incredibile”, twitta il segretario di Stato alle Finanze tedesco Wolfgang Schmidt, seguito dall’omologo irlandese Thomas Byrne e da quello francese Clement Beaune.

Con Amendola il governo italiano rinuncia anche, per il momento, a un sincero amico degli Stati Uniti. Nel dispaccio conclusivo dell’ambasciatore americano a Roma Lewis Eisenberg ci sono due nomi cerchiati in rosso come alleati sicuri di Washington DC: Enzo Amendola e Lorenzo Guerini.

Amendola ha sempre tenuto la barra dritta sull’atlantismo senza cercare etichette ma neanche rinunciando a dire la sua, anche quando faceva scomodo. Così lo scorso maggio, mentre altrove si sprecavano gli applausi per gli aiuti contro il coronavirus da Pechino, ha sonoramente bocciato una “conquista” degli alleati a Cinque Stelle, la Via della Seta cinese: “Se al governo fossimo stati noi, il Memorandum con la Cina non lo avremmo mai firmato”. Idem su tanti dossier bollenti, dai diritti umani violati a Hong Kong, in Xinjiang, in Russia, fino alla messa in sicurezza della rete 5G.

Assieme alla pregiudiziale antiamericana nascosta in modo un po’ trasversale ai partiti, Amendola si è battuto contro un altro pregiudizio. Quel sempreverde sospetto della politica italiana verso Parigi e Berlino, che vede in Francia e Germania due avversari da cui guardarsi le spalle.

Anche a lui si deve la ricucitura dei rapporti con le rispettive cancellerie, dopo un anno di governo gialloverde che fra gilet jaunes e strepitii anti-Merkel aveva lasciato un bel disordine. Sua la firma, ad esempio, sul summit Italia-Francia a Napoli un anno fa, che ha chetato le acque con il rinnovo del Trattato del Quirinale e una passeggiata di Conte ed Emmanuel Macron fra vicoli e babbà.

Quella lenta ricucitura, ora che Parigi e Berlino sono il cuore pulsante della strategia europea del presidente americano Joe Biden, può tornare utilissima. Perfino all’italiano-europeo per antonomasia, Mario Draghi, che, a prescindere dagli incarichi, potrebbe ritrovare in Amendola un consigliere d’eccezione.

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