Giorni di violenza nella città spagnola per l’arresto del rapper Pablo Hasél. Ma la sicurezza nell’area metropolitana di Barcellona è al centro dell’attenzione degli specialisti da tempo. L’intervento di Antonino Vaccaro, professore ordinario e direttore del Center for Business in Society presso lo IESE Business School di Barcellona, membro del comitato scientifico e presidente della commissione per l’internazionalizzazione della Società italiana di Intelligence

Siamo oramai alla sesta notte in cui Barcellona è sottoposta a devastazioni e saccheggi. Ogni scusa sembra buona per trascinare la città, ancora ed una volta, sul baratro di una piccola guerra civile: decine di cassonetti della spazzatura bruciati, automobili e motociclette vandalizzate, i negozi del centro razziati, guerriglia urbana contro le forze dell’ordine. L’ultima scintilla che ha fatto esplodere di nuovo la violenza in città è l’arresto del rapper Pablo Hasél, condannato a nove mesi di prigione per apologia del terrorismo ed ingiurie alla Corona.

Il problema, però va ben al di là della situazione contingente. La sicurezza nell’area metropolitana di Barcellona è al centro dell’attenzione degli specialisti del settore da oramai parecchio tempo.

Nei primi nove mesi del 2019 sono stati denunciati in città 150.015 crimini (di cui 10.799 furti con violenza o intimidazione), con un incremento di oltre il 30% in appena un triennio. La pandemia ha attenuato la dimensione quantitativa del fenomeno, ma i problemi alla radice sembrano irrisolti.

Intere zone della città sono sottratte alla libera fruizione e destinate allo spaccio e al consumo di stupefacenti; si aggiungono, poi, le attività frenetiche degli okkupa e dei gruppi anarchici che prendono in “ostaggio” appartamenti e ville di turisti. Le rapine a mano armata sono un’altra chiara indicazione della gravità della situazione. Purtroppo, di tanto in tanto ci scappa anche il morto, come il recente caso di un cittadino cinese, derubato e pugnalato dentro la propria abitazione.

C’è chi prova a correre ai ripari, silenziosamente, come può. Una cittadina sulla costa a nord di Barcellona ha deciso così di contrattare un’agenzia di sicurezza privata per integrare il lavoro della polizia locale.

Nel corso di un progetto condotto dal centro di ricerca che dirigo (il Center for Business in Society dello IESE Business School) l’analisi attenta di tale soluzione ha mostrato però notevoli problemi operativi, etico-morali e coordinativi tra gli attori in campo. (Per esempio: sino a che punto un agente privato può spingersi nell’esercizio di una funzione che è, per sua natura, di natura pubblica? Su quali criteri si può stabilire la ripartizione delle funzioni tra polizia pubblica e polizia privata? Quali sono i limiti di un agente di polizia privata che non è stato soggetto alla socializzazione al ruolo di pubblica sicurezza?).

Al di là del caso particolare, possiamo dire che la polizia pubblica ha profuso lodevoli sforzi, provando ad affrontare la questione in maniera integrata, almeno a livello territoriale, ma è evidente che il problema della sicurezza della capitale catalana è di natura sistemica.

Mi spiace dirlo, perché amo profondamente Barcellona, città che mi ospita da oramai un decennio. Il modello “Barcellona città dello sballo”, che ha attirato per anni migliaia e migliaia di turisti, ma anche delinquenti dediti allo spaccio di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione, anarchici – e chi più ne ha più ne metta – si sta ritorcendo contro tutta la popolazione residente.

La crescita economica e turistica dev’essere sostenibile, non solo a parole o nelle apparenze, ma anche nelle scelte sostanziali degli investimenti che segnano il futuro di una città o di un territorio.

La soluzione certamente non può essere basata sull’occultamento della vera entità dei problemi o sullo spostamento degli stessi verso le periferie, con grave danno per le fasce sociali più deboli. Tali strategie portano inevitabilmente ad un incremento della complessità e del deterioramento sociale diretto ed indiretto, nel medio e nel lungo periodo.

Per dirla in termini più chiari: la crescita basata su slogan e su pianificazioni territoriali superficiali e con scarsi fondamenti scientifici riserva sempre delle gran brutte sorprese.

È questo un monito che anche noi italiani non dobbiamo dimenticare, in particolare in questo momento di grandi e decisivi investimenti per il futuro del nostro Paese.

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