Tra lanciatori e nuovi grandi programmi satellitari, l’asse franco-tedesco sembra trovare nello Spazio più di qualche difficoltà. È qui che l’Italia potrebbe far valere le proprie capacità ed eccellenze, ma solo dotandosi di una vera politica industriale. Conversazione con Marcello Spagnulo, ingegnere e presidente di Marscenter

Se si guarda allo Spazio oltre le tinte immaginifiche e si attenuano i toni “inspirational” e “sustainable”, resta una fitta rete di intrecci geopolitici, interessi economici e manovre industriali. D’altra parte, è la semplice replicazione oltre l’atmosfera di ciò che accade sulla Terra. Per capire come funziona, abbiamo sentito Marcello Spagnulo, ingegnere, presidente di Marscenter e autore di “Geopolitica dell’esplorazione spaziale” (Rubbettino, 2019).

Lo scorso giovedì Emmanuel Macron ha fatto visita al Cnes, l’agenzia spaziale francese, rompendo (almeno apparentemente) un tabù della strategia extra-atmosferica di Parigi, con la proposta di unire i vari programmi europei sui lanciatori per averne uno solo deputato ai piccoli satelliti. Lunedì, il commissario europeo Thierry Breton ha presentato con la collega Margrethe Vestager il nuovo Action plan di Bruxelles sulle sinergie tra industria militare, spaziale e civile, contenente tre programmi flagship, di cui due spaziali. Lo spazio è tra i temi più ricorrenti di Breton (che gestirà i 13,2 miliardi di cui il programma spaziale dell’Unione sarà dotato fino al 2027), in uno scenario che vedrà l’Ue sempre più protagonista rispetto all’Agenzia spaziale europea (Esa), destinata ad avere un ruolo più esecutivo, e meno strategico. Tra pochi giorni si insedierà al vertice dell’Esa Josef Aschbacher, il quale ha già annunciato che intende lavorare su questa linea.

Ingegnere, la Francia sta dimostrando ultimamente un discreto attivismo sullo Spazio europeo. È così?

Direi un grande attivismo, soprattutto nell’alveo comunitario della Commissione di Bruxelles e in quello della Nato. Ricordo che Tolosa sarà sede del centro spaziale dell’Alleanza Atlantica, che non è altro che la logica attuazione della strategia francese già da anni ben chiara e comprensibile. Nel 2019, nel mio libro scrivevo che “il fatto che l’esplorazione dello Spazio in Europa rischi un progressivo declino è rilevato dalla stessa Commissione di Bruxelles, e se l’Unione non saprà tradurre i propri ideali anche in pragmatiche forme di Realpolitik, la Francia, una delle otto nazioni che hanno un’influenza geopolitica globale grazie al proprio arsenale atomico, potrebbe essere tentata di cambiare le attuali politiche di guida del settore spaziale. Il tutto con un alleato, la Germania, il cui peso economico potrebbe tradursi nel breve futuro anche in una maggiore volontà di rafforzamento della propria industria aerospaziale e di difesa”.

Sta accadendo questo?

Mi pare di sì. Tra l’altro, con tutta probabilità, la pandemia da Covid-19 ha accelerato il processo, perché l’indebolimento economico degli Stati genera una fragilità strutturale di cui possono approfittare i competitori geopolitici, Cina in primis, per entrare nei gangli economici vitali dei governi e delle aziende, oltre a dotarsi di uno strumento militare tecnologicamente più avanzato e quindi superiore. Ricordiamo che la debolezza economica di uno Stato si riflette anche sulla sua assertività tecnologica e militare, e in quei settori si fa molto presto a restare indietro, essere superati e poi conquistati. Il fatto che sia il presidente della repubblica francese, sia il suo ministro dell’economia e rilancio, insistano pubblicamente sulla necessità dell’Europa di parlare a una sola voce nel settore dei lanciatori spaziali, la dice lunga a mio avviso sul grado di allarme che c’è a Parigi sul tema.

Tra i temi più cari al governo francese c’è l’accesso allo Spazio. Perché?

Ricordiamo che non esiste sovranità tecnologica spaziale se non si dispone di un vettore (detto lanciatore) e di una base di lancio, entrambi autonomi e indipendenti. È una conditio sine qua non. Ecco perché i massimi vertici politici francesi annettono così tanta importanza a questo tema, e se è vero che la Germania nel settore spaziale è ancorata alla Francia sia attraverso il Trattato di Aquisgrana, sia attraverso l’industria (con la Airbus Defence & Space), è altrettanto vero che sta mostrando da un po’ di anni dei segni di insofferenza industriale.

Ci spieghi meglio.

Berlino ha una potenza economica dominante in Europa, e il Covid rischia di ampliare il divario con gli altri Stati europei, Francia inclusa. La Germania sostiene inoltre ormai da anni una sua industria nazionale, la OHB, che costruisce satelliti in concorrenza con quelli francesi. Sta poi supportando start-up e nuove imprese (tra cui la stessa OHB) che vogliono realizzare nuovi vettori di lancio – li chiamano micro-lanciatori per non urtare la suscettibilità francese – ma che forse sono solo il primo passo di un percorso che non sappiamo dove porterà. E infatti in Germania si parla apertamente di usare basi di lancio in Nord Europa o nelle Azzorre, e questo farebbe potenzialmente perdere alla base di Kourou, nella Guyana francese, lo status di base europea di riferimento.

L’asse franco-tedesco traballa?

Ci sono dei segnali in questa direzione. L’Agenzia spaziale europea (Esa), che vede la Germania come primo contributore, ha di recente rinnovato un importante contratto alla ditta tedesca Rocket Factory Ausburg, che fa parte della casa madre OHB per lanciare un nuovo veicolo da un poligono nell’Atlantico su un’isola delle Azzorre. Pochi giorni fa la OHB ha fatto bloccare dalla Corte di giustizia dell’Ue un mega contratto per dodici satelliti che Esa e Unione avevano affidato a Thales Alenia e a Airbus, segno di uno scontro politico e industriale tra i due Paesi che si dipana su vari fronti.

E a Parigi come viene letto tutto questo?

Per Parigi ciò presenta dei rischi per la filiera dei lanciatori Ariane, e questo è del tutto comprensibile. Ecco perché le reazioni sono al massimo livello politico. La strategia francese è quella di avviare dei tavoli bilaterali con Italia e Germania, e poi confluire in un accordo comune “benedetto” da Bruxelles. Comprensibile: le tre nazioni investono in Esa più del 60% del budget totale; è normale che un accordo deve essere trovato tra loro. E qui entra in gioco la politica con la P maiuscola. Perché su quei tavoli siederanno dei tecnici, ma le decisioni verranno prese dai politici. E le conseguenze in termini di politica industriale e finanziaria si estenderanno per il prossimo decennio, almeno.

È geopolitica dello Spazio entro i confini europei?

Sì. Il punto è che bisogna essere più consapevoli che il settore spaziale non è solamente un mondo di progresso scientifico e di collaborazione internazionale. Lo è senz’altro, ma è anche (e soprattutto) un elemento di attività pienamente integrato con la cibernetica, le comunicazioni, la robotica, la difesa e sicurezza. Tutto quanto costituisce la cosiddetta “Infosfera digitale” del XXI secolo. I satelliti saranno innervati nella rete di telecomunicazione 5G e 6G; la localizzazione satellitare è già oggi un pilastro tecno-economico imprescindibile, e la difesa degli assetti spaziali, così come la mutua deterrenza offensivo-difensiva, diventeranno fondamentali per non soccombere nello spazio e quindi anche sulla terra. Quando Thierry Breton parla di “gestione del traffico spaziale per evitare collisioni in orbita” usa un’espressione politicamente corretta per dire “sorveglianza e monitoraggio di quanto avviene nello spazio”, solo che al comune cittadino l’espressione usata richiama un approccio fair, sustainable ed eco-friendly in piena sintonia con il mantra del Next generation dell’Ue.

Sembra una lettura piuttosto cruda…

La realtà è che il confronto tecnologico ed economico terrestre si gioca su più fronti. Lo spazio è uno di questi, e diventerà sempre più centrale. A Parigi questo lo sanno perfettamente e hanno attivato, da anni, centri di pensiero strategico e di intelligence economica per fare fronte alle sfide tecno-economiche degli Stati Uniti e della Cina. Ricordo bene quando lavoravo a Parigi negli anni Novanta l’attivismo dello storico e politologo Christian Harbulot che fondò poi la Ecole de Guerre Economique, tuttora scuola di formazione della classe dirigente francese.

Ma questo come si applica allo Spazio?

La crisi del Covid ha accelerato il processo strategico francese di riconfigurazione anche della governance dello spazio, perché l’emergenza economica rischia di causare una fragilità geopolitica fatale. Parigi vuole continuare a essere l’indiscusso baricentro continentale della strategia spaziale e di difesa, ruolo che peraltro ha svolto sin dal dopoguerra, ma deve rivedere in fretta l’architettura di governance dello Spazio con un indubbio impatto sulle alleanze e sui trattati. Di fatto, anche nel settore spaziale si sta esplicitando un bivio geopolitico per l’Europa e soprattutto per la Francia che di essa ne è stata sinora dominus e storico contrafforte nei confronti della Germania. Ma oggi Berlino ha dalla sua la potenza economica e la crescente volontà strategica di ricostituire una propria industria aerospaziale e di difesa.

Arriviamo all’Italia. Come si inserisce il nostro Paese in questo discorso?

Il quadro consolidato da decenni dell’Europa dello Spazio si sta “scomponendo”. Per Parigi un’alleanza a due, da sola con Berlino, potrebbe diventare conflittuale. Ecco dove potrebbe inserirsi il nostro Paese, anche perché alcuni nostri comparti industriali nazionali sono in condivisione con la Francia o da essa ne dipendono commercialmente. C’è da rilevare, senza entrare in un’inutile modalità auto-celebrativa, ma piuttosto con sano realismo, che nel nostro Paese le capacità industriali nei satelliti e nei lanciatori sono innegabili, perfettibili come tutto, ma senza dubbio significative. Vanno preservate, ma nel contempo va concretamente fertilizzato un tessuto accademico e produttivo nuovo per innovare tecnologia, prodotti e servizi. È ciò che sta facendo la Germania con start-up e Pmi.

Come farlo?

Solo con una strategia di politica industriale che, a mio avviso, non può che aiutare l’Italia a essere parte attiva di questa riconfigurazione di governance dello Spazio in atto. Ma con una giusta postura per non rischiare vassallaggio, cioè contribuzione netta con ritorno minore o meno qualificato. Una postura perseguibile per esempio, potrebbe essere quella di un percorso strategico in un sistema di relazioni politico-industriali a “geometria variabile”, per usare un gergo aeronautico, con alleanze di scopo. Per fare questo occorre scegliere tecnologie, prodotti e servizi da perseguire e con chi. Si chiama Intelligence economica. Ovvero: “La disciplina che, studiando il ciclo dell’informazione necessario alle imprese e agli Stati per effettuare scelte corrette di sviluppo, si prefigge di affinare le abilità cognitive e decisionali applicate alle complessità del contesto competitivo globale”. È la definizione tratta da L’intelligence economica per un nuovo ordine mondiale di Laris Gaiser. Sembra teoria, ma non lo è.

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