Il social network bloccato dal Garante della privacy ha promesso di verificare l’età degli utenti usando l’intelligenza artificiale. Per ora permette a tutti di barare sui propri dati anagrafici. Ma una soluzione c’è, e la spiega il professor Alberto Gambino, presidente dell’Italian Academy of the Internet Code e prorettore vicario dell’Università Europea di Roma

Chiariamo subito con dei concetti semplici semplici quanto sia malposta la questione dell’uso dell’intelligenza artificiale per appurare la minore età di un utente TikTok. Il sistema di IA in altri termini, attraverso le segnalazioni di altri utenti, e il comportamento dell’utente “denunciato” – secondo la multinazionale cinese – riuscirebbe a capire se egli è davvero minorenne e, dunque, disattivarne la connessione.

Senza infingimenti, dichiaro subito che ci troviamo davanti ad un delirio di onnipotenza, grazie al cielo, per ora, soltanto virtuale.

Partiamo da concetti semplicissimi. Cosa è la certificazione dell’età. Si tratta di una dichiarazione pubblica che attesta, in base a documenti amministrativi, doviziosamente registrati – a cominciare dall’atto di nascita – qual è l’età anagrafica di un soggetto. Negli Stati democratici, basati cioè sulla c.d. certezza del diritto, tale – e soltanto tale – dà prova dell’età di un cittadino.

Perché è importante ricordarlo?

Perché proprio tale univocità assoluta di un documento certificativo, consente a ciascun cittadino di esercitare tutte le libertà democratiche che l’Italia repubblicana assegna. Come, ad esempio, il vezzo, socialmente rilevante, di potersi “nascondere l’età”, come abitualmente si dice. In altri termini, proprio perché la collettività è a conoscenza che l’unico strumento legale per accertare l’età di un individuo è la sua documentazione amministrativa, ciascuno è libero – e ripeto libero – di simulare, giocare, mascherare la propria età e quella altrui. Cioè: non esiste alcun dovere giuridico di dire la verità sulla propria età, salvo ovviamente che sia funzionale all’esercizio di un diritto/dovere. Evviva la libertà, dunque.

Dichiarare la propria età alla piattaforma TikTok è funzionale a un diritto/dovere? Come se si stesse per acquistare una bevanda alcolica o un medicinale? Se così fosse, prima di discutere di chi entra in un social e a quale età, occorre allora andare alla radice del problema. I social, alcuni social, sono intrinsecamente pericolosi? Oppure – più correttamente – sono pericolosi in quanto luoghi virtuali mal frequentati?

Il tema è proprio questo. A chi spetta verificare la buona o cattiva frequentazione di un social. Per dirla in gergo chi è il gatekeeper (guardiano) dell’accesso al social?

Nel momento in cui il gestore di un social utilizza addirittura l’Intelligenza artificiale per verificare se l’utente è davvero almeno quattordicenne, il guardiano è lui. Come il bigliettaio di una sala cinematografica che controlla che il minorenne non abbia accesso alla visione di un film vietato.

Ma le cose stanno davvero così? Torniamo ai concetti – semplicissimi – descritti all’inizio: per certificare l’età in Italia esiste la prova documentale, tant’è che quel bigliettaio chiederà il documento d’identità. Se poi una maggiorenne voglia apparire adolescente, libera di farlo e potrà vedere il film, tanto vale solo la carta d’identità.

TikTok ribalta il tema, se ti comporti come un minorenne allora sei un minorenne e ti blocco l’uso del social. Ecco che muore la libertà di apparire, ma soprattutto si dà ad un soggetto privato il potere di certificare l’età anagrafica di un utente.

Il tema è proprio questo: la sovranità di social che si sostituiscono allo Stato e si comportano con criteri e principi propri, estranei a quelli democraticamente scelti dalla collettività.

Dunque, come attuare davvero, il meritorio provvedimento del Garante privacy che – segnalando scarsa attenzione alla tutela dei minori – impone la verifica dell’età degli utenti di TikTok? Sarebbe facile rispondere: rendendolo un mondo frequentabile da tutti.

Ma il meglio è nemico del bene. Dunque, prendendo atto che i social e in generale la rete possono aprire baratri e abissi esistenziali, occorre creare una carta d’identità elettronica personale. E qui c’è un secondo problema: sì, ma come, stante la facile capacità di aggiramento che i nostri ragazzi fanno di carte d’identità a cominciare da quando vanno a comprare alcolici e si recano in discoteche o locali.

Dice bene il nostro Garante Privacy, Pasquale Stanzione, che occorre l’ineludibile controllo dei genitori in via preventiva.

E come fare, concretamente?

La carta elettronica dei minorenni non può essere personale, ma bi-personale. Minore e genitore insieme, in altri termini. Quando il figlio usa quella carta ecco che un beep trilla nel telefono cellulare di mamma e papà. E questi si affiancano e svolgono così pienamente i loro diritti-doveri genitoriali previsti dall’articolo 30 della nostra amata carta costituzionale.

Facile no?

Il professor Gambino organizza l’evento “Democrazia e potere nei social network: la privatizzazione della censura online”, venerdì 19 Febbraio dalle 16 alle 17:30. Per partecipare, cliccare qui

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