Dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050? Lo spiega Giuseppe Zollino, professore di Tecnica ed Economia dell’energia e impianti nucleari a fissione e fusione presso l’Università di Padova

Quando a dicembre del 2019, prima della pandemia ancora in corso, la Commissione presentò al Consiglio ed al Parlamento europeo la sua proposta per un “Green deal”, il consenso fu pressoché unanime. Non c’è da stupirsi: difficile immaginarsi un solo europeo contrario ad “azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050, in tutti i settori dell’economia, dalla generazione di energia elettrica, a tutta l’industria, l’agricoltura, le autovetture, autobus, aerei, navi, garantendo al contempo la biodiversità e l’uso sostenibile delle risorse naturali, senza compromettere la crescita economica, anzi incrementandola, aumentando così il benessere dei cittadini europei”. Per altro, di fronte alla possibilità che la decarbonizzazione porti ad una consistente crescita economica, conta poco il dubbio che l’impegno Ue possa davvero contagiare il resto del mondo, così da non vanificare lo sforzo unilaterale e produrre effettivamente una drastica riduzione delle emissioni globali (posto che quelle della sola Ue al 2050 sarebbero circa il 7-8%).

Le difficoltà iniziano quando si delineano gli strumenti attuativi, distinguendo tempi, potenziale e maturità, e quindi costi, delle diverse opzioni tecnologiche. Come procedere passo passo verso l’obiettivo di lungo periodo, che la stessa Commissione riconosce essere una sfida senza precedenti, il cui successo non è per nulla scontato? Su quali tecnologie e settori puntare ora, non tra 10 o 20 anni, che siano anche in grado di “migliorare il potenziale di crescita della nostra economia” aumentando l’occupazione, come dichiarato in Senato dal presidente Draghi?

È chiaro infatti che, oggi più che mai, ogni azione che punti alla riduzioni delle emissioni climalteranti deve anche essere strumento di potenziale crescita economica. Il piano Next generation Eu tanto scommette su questa win-win strategy che, tra i diversi vincoli, uno riguarda l’obbligo di destinare non meno del 37% degli stanziamenti del Rrf, che per l’Italia valgono 196,5 miliardi di euro (66,7 sovvenzioni, 129,8 prestiti) a progetti coerenti con gli ambiziosi obiettivi del Green deal.
Progetti che tuttavia, proprio perché possano contribuire effettivamente alla ripresa post pandemica, debbono essere definiti (autorizzati, progettati sino al livello esecutivo, “appaltati” con un preciso cronoprogramma che includa milestone misurabili) in tempi molto rapidi, in parte entro il 31 dicembre 2022, in parte un anno più tardi. Ed i pagamenti saranno erogati solo a fronte del reale avanzamento dei lavori, e comunque i progetti devono essere collaudati non oltre il 31 dicembre 2026.

Il nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza, come approvato in Consiglio dei ministri il 12 gennaio scorso, destina alla missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” 69 dei 209 miliardi di Euro complessivi di Next generation Eu (agli stanziamenti Rrf si sommano quelli di React Eu, del Just transition fund ed altri Programmi europei). Tuttavia, da quel testo non è chiaro quali siano i ritorni economici ed occupazionali attesi dalle numerose tipologie progettuali incluse nelle otto linee di intervento. I progetti specifici non sono ancora definiti in dettaglio, ma dalle sintetiche descrizioni delle tipologie emerge un collage eterogeneo di tecnologie con diverso grado di maturità, diverse difficoltà autorizzative, diverso potenziale di dispiegamento sul territorio nazionale. Tutte accompagnate da importi cospicui, specie se rapportati al limitato tempo a disposizione per spenderli in opere concrete.

Ora dovrà occuparsene uno scienziato con una grande esperienza operativa, di quelli che – si usa dire negli ambienti di ricerca – amano sporcarsi anche le mani con ferro, rame, cemento, silicio, ecc. e non solo con l’inchiostro la carta. Il ministro della transizione ecologica saprà intervenire in fretta perché, come ha ricordato in Senato il presidente del Consiglio, “non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050… prestando grande attenzione alla fattibilità dei progetti nell’arco dei sei anni del programma”. Parole chiare e nette!

Ci sarebbe poco altro da aggiungere, salvo sottolineare che la vera sfida della transizione ecologica è rappresentata da “come” si proverà a raggiungere obiettivi così ambiziosi, che peraltro dipendono da comportamenti globali. Dagli strumenti, dai tempi e soprattutto dalla capacità di sviluppare nuove tecnologie e renderle competitive e disponibili a livello globale, dipenderà la sostenibilità economica e dunque la reale fattibilità.
A tal proposito, è certamente necessario darsi obiettivi di lungo periodo, anche molto sfidanti, ma occorre evitare due rischi: il primo è che il “lungo periodo” diventi un alibi, in qualche modo un ostacolo al conseguimento di risultati già oggi alla portata impiegando al meglio tecnologie, magari mediaticamente meno sexy, ma già disponibili ed economicamente quasi competitive. Il secondo rischio è che, presi dall’entusiasmo, si spendano ingenti risorse economiche per dispiegare tecnologie ancora troppo costose poiché ancora necessitano di ulteriori verifiche e sviluppi. Infatti, per massimizzare i benefici degli investimenti Pnrr (che si tratti di sovvenzioni o prestiti) è essenziale operare una netta distinzione di campo:

Da una parte le tecnologie già mature che impiegate nel giusto contesto e con le giuste condizioni sono già competitive, per le quali c’è poco bisogno di sussidi e servono piuttosto tempi autorizzativi certi. Il Pnrr dovrebbe puntare alla loro diffusione e soprattutto alla loro integrazione di sistema, innanzitutto semplificando ed accelerando i processi autorizzativi, per esempio, designando i presidenti delle Regioni come commissari. Poi individuando meccanismi di finanziamento (partenariato pubblico privato, credito di imposta, ecc.) che coinvolgano capitali e know-how progettuale ed esecutivo privati, in modo da sfruttare al meglio e celermente tutto il potenziale nazionale economicamente conveniente di ciascuna tecnologia. Lì possiamo e “vogliamo arrivare nel 2026”. Rientrano in questa categoria, a mero titolo di esempio: la riqualificazione statica, l’efficientamento energetico e l’autoproduzione di energia per gli edifici della pubblica amministrazione, in particolare gli edifici scolastici; gli impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti, magari da realizzarsi contestualmente alla bonifica di siti contaminati; un’accelerazione della roadmap per la produzione e l’accumulo di energia rinnovabile prevista dal Pniec, attraverso aste competitive per impianti a tecnologie con elevato grado di maturità; bandi specifici per l’elettrificazione delle isole minori, come laboratorio di integrazione delle fonti rinnovabili; un’accelerazione nel piano di interventi di miglioramento e potenziamento della rete di distribuzione e trasporto di energia elettrica; l’elettrificazione spinta dei trasporti pubblici locali.

Dall’altra le tecnologie più innovative, promettenti ma ancora bisognose di ulteriori avanzamenti nella scala della maturità che le rendano (possibilmente: non è detto che accada) più performanti e meno costose. A queste “puntiamo per il 2030 e 2050”. In questo caso, si deve evitare l’errore, già commesso in passato, di trattarle alla stregua delle prime, magari approfittando dell’abbondanza degli stanziamenti. Si dovrebbe invece seguire un percorso virtuoso che preveda meccanismi di finanziamento ed incentivi per la realizzazione sul territorio nazionale di numerosi progetti pilota, della taglia necessaria e sufficiente a dimostrare l’effettivo funzionamento, adottando di conseguenza le necessarie migliorie e misurando i costi in condizioni operative reali. I diversi progetti dovrebbero sperimentare soluzioni diverse, in modo da selezionare – ce lo auguriamo – le opzioni tecnologiche più idonee al successivo largo dispiegamento in Italia e all’estero, promuovendo al contempo la crescita di nuove filiere industriali nazionali. È certamente necessario che il Pnrr finanzi, con le modalità descritte, anche lo sviluppo di tecnologie per il medio-lungo periodo, ma le finalità e i progetti andrebbero coordinati con l’altra missione, Istruzione e Ricerca. In questa categoria, ancora a titolo di esempio, rientrano: gli impianti eolici offshore galleggianti e le relative attrezzature di montaggio e manutenzione, le tecnologie per la produzione e l’utilizzo dell’idrogeno (blu e verde), lo sviluppo di nuovi materiali per l’energia, come nuovi semiconduttori per il fotovoltaico, lo sviluppo di nuove tecnologie per l’accumulo elettrochimico, e molto altro ancora, che sarebbe troppo lungo elencare, e che i brillanti ricercatori e tecnici italiani – ne abbiamo tantissimi – dotati delle risorse necessarie e sufficienti, sapranno certamente sviluppare.

Infine, su un orizzonte oltre il 2050, ma con potenziale enorme e davvero risolutivo, vorrei ricordare la fusione, su cui vanno avanti in Italia ricerche ed esperimenti di rilievo mondiale. Ne ho già scritto su Formiche.net perciò non mi dilungo. Ricordo solo che a Padova, presso il consorzio Rfx, è in corso la costruzione del prototipo dell’iniettore di particelle neutre ad alta energia, uno dei componenti fondamentali dell’esperimento Iter ed a Frascati, presso i laboratori Enea, inizierà a breve la costruzione del nuovo esperimento Dtt, per la messa a punto di materiali innovativi per i componenti più sollecitati del futuro reattore a fusione.

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