Nel giorno della visita a Berlino del ministro Lorenzo Guerini, la stampa d’oltralpe elenca le difficoltà riscontrate dall’asse franco-tedesco sulla Difesa, oltre il caccia di sesta generazione e il carro armato del futuro. Alla base, divergenze sul concetto di autonomia strategia dell’Europa. E si aprono spazi per l’Italia

Traballa (ancora) l’asse franco-tedesco. Dai carri armati ai velivoli da pattugliamento marittimo, fino ai satelliti ottici, Parigi soffre l’attendismo di Berlino, che oggi accoglie intanto il ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini (in agenda Afghanistan, Libia e rapporti industriali). Ieri, La Tribune ha raccontato la profonda insofferenza francese per i tedeschi su tanti programmi militari, senza nascondere l’insoddisfazione per uno sguardo considerato troppo rivolto verso gli Stati Uniti.

L’ASSE FRANCO-TEDESCO

Il moderno asse franco-tedesco sul fronte militare è stato sancito oramai due anni fa ad Aquisgrana da Angela Merkel ed Emmanuel Macron, come rinvigorimento del trattato dell’Eliseo del 1963, introducendo nuovi meccanismi di coordinamento (compresi scambi di ministri e incontri periodici) e ponendo forte enfasi sulla politica estera e di difesa. Simboli del rilancio del progetto sono il velivolo di sesta generazione Fcas (a cui ha aderito anche la Spagna) e il carro armato del futuro Mgcs, su cui il fronte è rimasto rigidamente bilaterale (non senza critiche dall’Italia).

L’ACCELERAZIONE CHE FU

A inizio febbraio, alla vigilia dell’incontro tra Merkel e Macron (con i rispettivi ministri di Esteri e Difesa) in vista del successivo vertice europeo, è stato il quotidiano tedesco Handelsblatt a raccontare la “crisi” del progetto Fcas. Riguarderebbe la difficoltà ad accelerare gli investimenti per lo sviluppo dopo i primi contratti di sviluppo, giunti lo scorso anno per 150 milioni di euro (Fase 1A), nell’ambito di una previsione di costi pari a 4 miliardi. Sullo stesso nodo erano già emerse difficoltà tra la determinazione di Parigi e la maggior cautela di Berlino (fronte Bundestag). Il tema era stato al centro del colloquio, la settimana prima, tra Florence Parly e Annegret Kramp-Karrenbauer, arrivato a pochi giorni dall’invito dei capi di Stato maggiore delle Aeronautiche dei tre Paesi impegnati nel progetto a procedere con determinazione per avere un dimostratore in volo nel 2026. Da quel bilaterale Difesa non era arrivata però la spinta prevista, e così il dossier è passato al livello più alto.

TRA ELICOTERRI…

Anche in quell’occasione non si sarebbe però registrata alcuna accelerazione, almeno a leggere La Tribune di ieri: “Oltre al Fcas, la maggior parte dei grandi progetti di armamenti in cooperazione con la Germania è in grave pericolo”. Il quotidiano lancia dunque il quesito: “Berlino è davvero un partner affidabile?”. La risposta è lasciata al lettore, portato tuttavia a una conclusione negativa dopo il lungo elenco di programmi che, secondo i francesi, la Germania non avrebbe rispettato. Si cita prima di tutto l’aggiornamento degli elicotteri da combattimento Tigre Mk3 su cui “l’esitazione” tedesca “preoccupa e infastidisce al massimo livello in Francia”. Si teme l’uscita di Berlino dal progetto, a favore di una soluzione americana (gli Apache di Boeing), che sarebbe stata preannunciata dal rifiuto tedesco per la collaborazione sul missile Mast-F, diretto proprio ad armare i Tigre aggiornati. In campo missilistico, la scelta tedesca è stata per una joint venture tra il campione nazionale Rhinmetall e l’azienda israeliana Rafael per produrre i missili Spike.

…E VELIVOLI

Simili timori riguardando il programma Maws per i velivoli da pattugliamento marittimo. La lettera d’intenti bilaterale risale al 2018, ma i tedeschi non sarebbero poi stati tanto determinati ad andare avanti, tanto da scegliere di non allungare la vita operativa di P-3C Orions, destinati dunque a uscire dal servizio nel 2025, prima cioè che il programma Maws produca i suoi frutti. Per la Francia è il segnale della volontà tedesca di guardare ancora verso gli Usa, probabilmente verso i P-8A Poseidon di Boeing, per cui sarebbe già arrivata una richiesta di Berlino a Washington, “senza avvisare la Francia”.

SPAZIO E A400M

Non manca nella lunga lista il settore spaziale. Al centro delle preoccupazioni di Parigi il contratto tedesco a OHB Systems per due satelliti di osservazione ottica, in barba all’intesa di Schwerin del 2002 che prevedeva di lasciare tale segmento all’industria francese. Berlino ha già spiegato che, trattandosi si satelliti per l’Intelligence nazionale, preferisce realizzare tutto in casa, ma ciò non riesce a nascondere la rinvigorite ambizioni tedesche per lo Spazio, che dai satelliti arrivano fino ai lanciatori (qui il focus dell’esperto Marcello Spagnulo). Infine, c’è l’annosa questione sull’A400M, per cui la Germania ha ridotto nel tempo il suo programma d’acquisto, a fronte di esigenze iniziali dichiarate nel 2001 per 73 aeromobili. Il problema, spiega La Tribune, è che la divisione industriale tra le ramificazioni di Airbus nei contesti nazionali è avvenuta sulle stime iniziali.

QUEL DIBATTITO SULL’AUTONOMIA STRATEGICA

Di base, sulla tenuta stessa dell’asse franco-tedesco, restano evidenti le divergenze sull’approccio strategico dei due Paesi, già manifestate nel recente dibattito tra Macron e la ministra tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer sul tema della “autonomia strategica europea”. A confronto ci sono la versione transalpina, radicale, secondo cui l’Europa dovrebbe essere indipendente dagli Usa, e quella più moderata, tedesca, per cui l’idea di un’Ue senza Nato è “un’illusione”. Lo ribadiva accanto a Macron, a febbraio, la cancelliera Merkel: “Abbiamo bisogno di entrambe, della politica di difesa dell’Europa e della Nato”. Queste, aggiungeva, “non sono una contro l’altra” e nel contesto della sovranità europea “dobbiamo stabilire quale intendiamo essere il compito europeo”. Pochi giorni prima, un rapporto del Parlamento francese sulla Pesco (la cooperazione strutturata permanente) spiegava che “un’Europa sovrana in termini di difesa” sarebbe “sostenuta solo dalla Francia”. Secondo i parlamentari francesi che hanno redatto il rapporto, tra i principali responsabili della “lentezza” della cooperazione strutturata permanente ci sarebbe proprio la Germania.

SPAZIO PER L’ITALIA?

Alla fine del 2019, in un’intervista a Formiche.net, il professor Carlo Pelanda spiegava che “ciò che divide Macron e Merkel unisce Italia e Germania”. La situazione non sembra cambiata. Sul concetto di autonomia strategica, la visione tedesca di sovrappone a quella italiana, così come è stato per una Pesco inclusiva e aperta il più possibile (a differenza dei francesi, che avrebbero preferito meno Paesi, più determinati). Lo stesso vale per la Nato, evitando sentenze di “morte cerebrale” e strappi pericolosi. Oggi a Berlino c’è il ministro Lorenzo Guerini, pronta a ribadire il tutto. A margine, anche le prospettive industriali. Negli ultimi mesi diversi dossier sono emersi, dall’ipotesi tedesca per Fincantieri (con trattative con Thyssenkrupp per i sommergibili), alla proposta di Rheinmetall Italia per un polo congiunto volto alla collaborazione nel settore degli armamenti terrestri, con la sostituzione dei veicoli Dardo dell’Esercito nel mirino. In più, la scorsa settimana la Camera di commercio italio-tedesca ha scritto al premier Mario Draghi offrendosi per essere “parte” del processo Pnrr: “un’occasione per rilanciare il sistema-Italia e affrontare problemi strutturali che da tempo ne limitano il potenziale”.

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