Dall’annuncio sull’eliminazione della povertà estrema, alle perplessità sui metodi di controllo della popolazione, fino all’accusa di non rispetto dei diritti umani. L’Occidente può imparare molto dalla crescita inarrestabile cinese, anche a non fare gli stessi errori. L’analisi di Carlo Alberto Giusti, rettore della Link Campus University di Roma

All’annuncio da parte cinese di avere raggiunto il grande obiettivo di eliminazione della povertà estrema nel suo territorio, si è aggiunta in questi giorni la durissima accusa mossa da Europa, Stati Uniti ed altri Stati occidentali di violazioni dei diritti umani della minoranza etnica mussulmana degli Uiguri nella Regione autonoma dello Xinjang, con conseguenti sanzioni comminate dall’UE, per ora, a quattro funzionari cinesi responsabili di programmi di discriminazione, detenzione, sfruttamento di manodopera forzata, indottrinamento… Nel recente passato l’accusa di “genocidio culturale” degli Uiguri non era stata risparmiata.

Anche se l’attenzione non è sempre stata adeguatamente costante e spesso è stata influenzata dalla variabile intensità delle relazioni economiche, non è la prima volta che la sensibilità occidentale e di molti altri Paesi viene colpita dalla durezza dei comportamenti cinesi verso il dissenso e le autonomie: dalla brutale annessione del Tibet, al massacro di  Tien An Men; dalla inflessibilità contro le rivendicazioni dei movimenti di protesta di Honk Kong, fino, appunto, alla persecuzione degli Uiguri. C’è sempre, in questi avvenimenti, un elemento costante: l’intransigenza contro qualsiasi comportamento che rischi di mettere in discussione l’Autorità centrale, la sovranità della Cina, il controllo del Partito.

E’, ora, forse proprio a partire da questa considerazione che è possibile valutare con equilibrio, anche il successo, indubbio, sui dati della povertà estrema, in cui non può essere sottovalutata quella rapidità d’azione, unitarietà degli obiettivi, efficienza operativa che deriva spesso dall’uso di sistemi decisionali autoritativi.

Un successo che stimola tutti. Ma con politiche e metodi da rivedere

I dati sulla eliminazione della povertà estrema, certificati dalla Banca Mondiale, sono frutto di scelte politiche non casuali, giganteschi  investimenti,  programmi specifici. Siamo di fronte ad uno sforzo di 200 miliardi di Euro in meno di 10 anni, durante i quali 100 milioni di cinesi in condizioni di maggior disagio hanno recuperato migliori condizioni di vita, superando la soglia del reddito di ca. 45 Euro al mese, considerato, anche in Cina, il parametro della povertà assoluta.

Questo risultato indica una strada alle altre Nazioni ricche. E’ possibile davvero raggiungere l’obbiettivo che dagli anni Novanta ogni “High level Forum” delle Nazioni Unite, continua ad indicare al primo posto, (“sradicare la povertà assoluta”), senza però mai raggiungerlo. Ora sappiamo che l’ultima data proposta a New York nel 2015, all’interno dei “Sustainable Development Goals”, quella del 2030…è plausibile. Anzi, ormai doverosa e va rispettata anche se non necessariamente accettando tutti i passaggi che Pechino propone.

Non c’è dubbio che nel successo cinese ci siano, infatti, aspetti che lo legano profondamente alle particolari caratteristiche di quella esperienza: una forte centralizzazione dei processi decisionali; una semplificazione del modello partecipativo politico dovuto alla presenza, di fatto, di un Partito unico; una economia industriale in continua forte crescita con una domanda formidabile di forza lavoro, non riscontrabile in molte altre parti del mondo. In altri termini la decisione presa di un “inurbamento” di massa dei contadini con tappe accelerate legate alla domanda manifatturiera,  che, in termini reddituali, ha reso possibile  molta parte del superamento della povertà estrema in Cina, difficilmente potrebbe essere assunta negli stessi termini in una Nazione occidentale, dove pure sacche di povertà estrema permangono.

Qui, ad esempio, la necessaria  attenzione alla complessa relazione delle popolazioni con i propri luoghi, la propria cultura, i rapporti sociali consolidati, il rispetto delle sensibilità, è condizione per il raggiungimento del necessario consenso politico e sociale, e pertanto richiede mediazioni e capacità di convincimento complesse.

Ammesso, tra l’altro, che sia auspicabile il merito del percorso cinese (l’inurbamento), cosa di cui non c’è da essere sicuri sia in Occidente, dove al momento in diverse parti si sta semmai tentando di sperimentare un processo parzialmente inverso, anche al fine di garantire la sostenibilità e la manutenzione del territorio extraurbano ed evitare il soffocamento esistenziale legato alle immense, anonime periferie urbane. Sia, e soprattutto, nei molti Paesi in ritardo di sviluppo a cui le indicazioni ONU sulla eliminazione della povertà estrema, fanno prevalentemente riferimento. In queste aree, infatti, la condizione di povertà estrema è spesso legata proprio ai processi di migrazione verso le grandi città e alla conseguente nascita di sterminate baraccopoli, slums dove non manca solo il reddito sufficiente, ma anche la dignità umana.

Infine, una parte importante, nell’esperienza cinese, l’ha avuta il sostegno al reddito, tale da  consentire l’accelerazione del raggiungimento formale dell’obbiettivo (in termini monetari), e costituire un incentivo. Si dovrà fare attenzione a questo aspetto di assistenza, assolutamente necessario come primo sostegno, ma che, troppo prolungato, sia tale da  disincentivare la partecipazione diretta della popolazione al miglioramento continuo della sua condizione, che, in ultima analisi, è la vera garanzia dello sviluppo.

La volontà politica, la disponibilità di finanziamenti, la programmazione precisa delle azioni dovrebbero rappresentare, però un elemento comune, sia come impegno di singoli Stati per risollevare le condizioni di disagio di strati della loro popolazione in molte zone ricche; sia come impegno della Comunità internazionale per intervenire nelle aree in più forte ritardo di sviluppo.

Le nuove sfide da affrontare

La buona notizia cinese, come è giusto che accada, ci dà ora coraggio per puntare oltre; per porre a noi, alla Cina, alle altre Nazioni una più ampia riflessione sulle diseguaglianze crescenti e sul modo con cui contrastarle.

Ancora la Banca Mondiale ci offre dati che testimoniano come la povertà assoluta si stia riducendo (anche se non a sufficienza) ovunque; in Cina, come visto, è scomparsa. Ma la differenza di condizione e ricchezza tra gran parte della popolazione e una estesa élite mondiale continua a crescere. E’ come una forbice in cui ad un piccolo innalzamento verso l’alto di una lama corrisponde un fortissimo spostamento in alto dell’altra, con il conseguente ampliamento delle distanze.

Nei dieci anni di crisi più acuta della economia internazionale (2008-2018) il numero dei miliardari (in dollari) nel mondo è duplicato. Nel 2019 il reddito della trentina di miliardari più ricchi è cresciuto di 2,5 miliardi al giorno. In questo modo la somma del loro reddito nel 2019 era pari a quello cumulato dei 3,8 miliardi di persone più povere del Pianeta…Potremmo continuare a lungo con comparazioni simili. Sono dati di OXFAM, una Ong internazionale che ci accompagna da anni in queste analisi, con i suoi Rapporti.

La ragione per cui esse ci allarmano non è tanto legata ad una generica sensazione di ingiustizia.  Differenze di ricchezza ci sono sempre state (c’è chi potrebbe anche definirle il risultato di una diversa “intraprendenza”, capacità, volontà…) ma il livello estremo raggiunto in questi anni non ha eguali nella storia moderna (Piketty). Condizioni di ricchezza, benessere così fortemente divaricate creano un solco che appare incolmabile tra chi riesce in questo modo a consolidare la sua leadership, il suo “potere” e chi dovrebbe controllarlo o provare ad organizzarsi per sostituirlo, come dovrebbe essere proprio di una democrazia. Il divario estremo porta alla ossificazione delle posizioni di élite….le regole del gioco, le mode, gli stili di consumo, perfino, si globalizzano, certo, ma seguendo un indirizzo promosso da ambiti sempre più ristretti di decisori.

Tutto questo, quando diviene esplicito ed evidente non può non comportare reazioni conflittuali.

Questo continuo differimento del “successo”, questa coscienza della diseguaglianza, questo senso di inarrivabilità delle condizioni dell’ ”altro”, sono alla base di quella che Jacob Moreno, uno dei padri della psicologia moderna, chiama la “frustrazione delle attese che è direttamente proporzionale alla aggressività sociale”. Lo scenario in cui viviamo, del resto, caratterizzato da quella che Papa Francesco ha definito “una guerra mondiale a pezzi”, non ci induce all’ottimismo e ci impone un’altra sfida altrettanto ardua, forse più complessa nelle sue dinamiche e per la difficoltà degli interventi necessari: il superamento delle diseguaglianze estreme; la “ riduzione delle distanze”.

La Cina è un Paese in cui nell’ultimo anno sono nati 257 nuovi miliardari (che portano la cifra totale a 878 contro i 788 miliardari americani); che in 1 solo anno, quello della pandemia del COVID, ha visto crescere la sua ricchezza complessiva “come mai prima” (R.Hooewerf, Presidente “Rapporto Hurun”), e che quindi conosce ormai bene la realtà delle diseguaglianze,  di questi divari crescenti, e i conseguenti rischi della povertà relativa.

C’è, allora, da auspicare che saprà a breve contribuire ad indicare le necessarie contromisure, partecipare al percorso che tutti dovremmo deciderci a seguire per ridurre considerevolmente le diseguaglianze.

Condividi tramite